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 NewsLetter 

Blog collettivo fondato e coordinato da Nando Cianci - Anno V

SULLE TRACCE DI PITAGORA

tommaso iurisciStorie e leggende sulla vita del grande filosofo e matematico. Le varie peregrinazioni verso i luoghi dove «c'era buona disposizione verso il sapere» e l'arrivo a Crotone, che elesse a sua patria. Prima puntata.

                                                        di TOMMASO IURISCI

La tradizione offre spesso occasioni di incertezza nel tracciare gli elementi storici di personaggi legati al mondo della scienza antica. Oscura e misteriosa e di conseguenza piena di fascino e leggenda appare la figura di Pitagora di Samo (circa 585 a.C. – 497 a.C.). Nella Roma imperiale del primo secolo d.C. un pittoresco personaggio dal nome Apollonio di Tiana, che sosteneva di essere la reincarnazione di Pitagora, diffuse la storia che Pitagora fosse il figlio di Apollo. Un secolo dopo Giamblico di Calcide impegnato nello scrivere Vita Pythagorica non ignorò i miti che accompagnavano Iamblichusla vita del sapiente di Samo, ma li esaminò sul piano storico e depurò la storia di molti falsi miti. Secondo Giamblico (Giamblico di Calcide 245 d. C. – 325 d. C.) la nascita di Pitagora può essere narrata come segue. All’inizio del VI secolo a.C. o dopo qualche decennio, un mercante di nome Mnesarco era in viaggio per mare senza sapere che la moglie fosse in attesa di un bambino. Come usanza dell’epoca Mnesarco passò per Delfi dove interrogò l’oracolo (Apollo Pizio) sul successo della sua impresa. L’oracolo lo assicurò che il “viaggio sarebbe stato favorevole e vantaggioso economicamente” e aggiunse che la moglie era incinta e avrebbe generato “un figlio più bello e sapiente” di chiunque fosse nato prima di lui, destinato a “recare grandissimo giovamento all’intero genere umano”. In onore dell’oracolo Mnesarco (Diogene Laerzio dice di aver imparato dalle tracce lasciate da un certo Ermippo, vissuto a Samo nel terzo secolo a.C, che Mnesarco era un incisore di gemme) cambiò il nome della moglie da Partenide in Pitai, decise di chiamare il figlio Pythagoras e fece costruire un tempio dedicato all’Apollo Pizio di cui non rimane alcuna traccia nella pur vasta distribuzione di templi in rovina a Samo. Gli altri due autori che scrissero biografie di Pitagora tra il terzo e quarto secolo d.C. sono Porfirio (circa 233 d.C. – circa 305 d.C.) e Diogene Laerzio (180 d. C. – 240 d. C.) e concordano con Giamblico sull’origine di tale storia. Pitai diede alla luce Pythagoras a Sidone e successivamente la famiglia tornò a Samo. L’isola di Samo era un fondamentale crocevia per i traffici via mare collegando il mar Nero con l’Egitto, l’Italia, la terraferma greca con l’oriente e di conseguenza rappresentò per lungo tempo il più ricco interscambio culturale, e questo sotto l’avveduto governo dei geomoroi (coloro che spartirono la terra). Quando nacque Pitagora, Samo stava fondando colonie in Sicilia (Minoa), Tracia e Cilicia. Nello stesso periodo gli aristocratici geomoroi dovettero soccombere, verso la fine del VII secolo a.C., all’ascesa di un regime tirannico, che non riuscì a frenare il cammino verso la massima espansione economica di Samo. Questo era il clima nel quale la famiglia di Mnesarco viveva nell’agiatezza e il giovane Pitagora ebbe le opportunità per imparare moltissimo viaggiando col padre. Secondo lo storico Nearte ebbe due fratelli maggiori, Eunosto e Tirreno, e un fratellastro, Astreo, che condivisero con Pitagora le esperienze della conoscenza di altri luoghi e altri popoli anche se il nostro ebbe un’educazione di altissimo livello grazie ai sapienti di Samo. La tradizione vuole che il giovanotto ebbe l’occasione di studiare con Talete, Anassimandro e Anassimene, anche se i biografi anticipano sempre che le fonti premettono sempre un “si dice che…”. Le storie a questo proposito sono in gran parte possibili. Particolarmente efficaci furono i soggiorni a Babilonia e in Egitto dove si era recato prima dai sacerdoti di Eliopoli, come racconta Porfirio, i quali lo indirizzarono a Menfi. Da qui, con la pitagora 4670070 1920 1scusa che avrebbe trovato informazioni più antiche a Diospolis, l’antica Tebe. Qui i sacerdoti del tempio gli imposero regole severissime sul cibo di cui poteva nutrirsi e sulla segretezza, che porterà con sé per il resto della vita. Dall’Egitto, secondo Porfirio, Pitagora tornò a Samo anche se Giamblico parla di una prigionia a Babilonia dove lo fece condurre Cambise (periodo della dinastia Caldea). Periodo poco credibile perché Pitagora avrebbe avuto 11 anni, e non poteva essere Cambise II, figlio di Ciro il grande, perché all’epoca Pitagora si era già trasferito in Italia. Gli storici concordano sul fatto che Pitagora, durante il soggiorno a Babilonia venne a conoscenza di molte informazioni dovute a periodi antecedenti di almeno un millennio: il valore di quello che oggi chiamiamo pi greco, del triangolo rettangolo detto di Pitagora, come calcolare radici quadrate e cubiche e l’uso del sistema numerico sessagesimale. Tornato a Samo accettò volentieri l’incarico di tenere lezioni e iniziò con il metodo simbolico analogo a quello egizio, ma rimase ben presto solo perché i cosiddetti allievi facevano troppa fatica per seguirlo in tale percorso. Pitagora allora prese un’altra strada: scegliere gli allievi. Iniziò con un giovane di ammirabile intelligenza e dedizione che volle onorarlo prendendo il nome di “Pitagora figlio di Eratocle” e seguì il maestro in Italia. Un altro allievo fu Eurimene che vinse alle olimpiadi grazie ai consigli di Pitagora (si dice) circa la dieta da mantenere a base di carne. Nel 588 a.C. un vincitore dei giochi olimpici aveva il nome di Pitagora di Samo, di cui fa menzione Eratostene, direttore della biblioteca di Alessandria. Perché ciò fosse vero, Pitagora matematico doveva essere nato alcuni decenni prima. Diogene Laerzio fa menzione di altri Pitagora contemporanei o quasi. Si può ragionevolmente dedurre che il nome Pitagora fosse piuttosto corrente a Samo prima che Mnesarco chiamasse così il proprio figliolo. La fama di Pitagora si diffuse in modo abbastanza veloce e molti uomini accorsero a Samo per avere colloqui con lui, e nonostante la brutale tirannia di Policrate, assunse responsabilità amministrative che avevano il pesante difetto di allontanarlo dai suoi studi. In questo periodo Pitagora soleva allontanarsi spesso e rifugiarsi in una caverna situata sul monte Kerketea, il più alto dell’isola, per discutere con persone a lui rigorosamente legate. Il coinvolgimento nel sistema Policrate, come riferisce Giamblico, era molto pericoloso e così decise di ascoltare alcuni consigli degli isolani e si imbarcò in direzione dell’Italia perché aveva saputo che in quei luoghi “c’era buona diposizione verso il sapere”. Come riporta Aristosseno, nel 532/531 a.C., sbarcò in una città cantieristica allora prestigiosa: Crotone. Pitagora potrebbe aver conosciuto Crotone in un periodo precedente perché collocata su una delle rotte commerciali del padre e sapeva delle numerose vittorie alle olimpiadi degli atleti di quella città invidiata, per tale motivo, da tutto il mondo greco. Milone di Crotone vinse in 6 giochi pitici consecutivi che si disputavano a Delfi (simili alle olimpiadi) e tutti ricordavano che si era caricato un bue sulle spalle trasportandolo per tutta la lunghezza dello stadio. C’era poi Democede di Crotone, famosissimo nel campo della medicina che aveva praticato in Atene e prestò il proprio servizio anche al persiano Dario il grande. Pitagora aveva deciso che la sua patria “sarebbe stato quel paese che avesse il maggior numero di persone disposte ad apprendere “, e questo fu il motivo che gli fece scegliere Crotone. 

(1-continua) 

Riferimenti bibliografici
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, TEA, 1993.
Maria Timpanaro Cardini (a cura di), Pitagorici Antichi. Testimonianze e frammenti, Bompiani, 2010.
Kitty Ferguson, La musica di Pitagora, Longanes,i 2009.
Bruino D'Amore, Silvia Sbaragli, La Matematica e la sua storia, volume1, Dedalo, 2017.

  La foto del busto di Pitagora è di www-erzetich-com da pixabay

      

     

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