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 NewsLetter 

Blog collettivo fondato e coordinato da Nando Cianci - Anno V

ASCESA E CADUTA DI PITAGORA

pitagora 4670070 1920 1La seconda puntata delle storie e leggende sulla vita del grande filosofo e matematico. La partecipazione alla vita pubblica e l’insegnamento a Crotone. I cenobiti, gli uditori e il sapere segreto custodito nel cuore.


di TOMMASO IURISCI

 

Pitagora si insediò a Crotone che aveva circa quarant’anni vivendoci ancora per altri trenta. Il suo nome si diffuse ben presto e raccolse molte adesioni tanto da formare un gruppo che prese il suo nome. Aveva trovato una città senza cinta muraria né fortificazioni con un governo che era un’oligarchia e gli oligarchi si facevano chiamare i Mille. I cittadini potevano visitare le comunità vicine e avevano difficoltà solo con Sibari, la città nemica di Crotone, tommaso iuriscisituata su una vasta e fertile pianura costiera di un centinaio di km. Gli abitanti erano così cresciuti di numero che la terra arabile non era più sufficiente ai loro bisogni. Ciò portò un cospicuo gruppo di cittadini guidato da un uomo chiamato Myskellos, a “sciamare” verso altri luoghi del territorio. Pitagora visitò abbastanza spesso Metaponto, altra città come Crotone e Sibari, di derivazione achea, mentre Taranto fu fondata dagli spartani. Tutta questa area era chiamata dai popoli del nordovest (latini, etruschi) greci, è per i greci questa era la regione Megale Hellas, per i latini la Magna Grecia. I membri della società crotoniate trattarono Pitagora con grande rispetto e quel che diceva veniva considerato l’ultima parola su tutte le questioni. Il rapporto tra i pitagorici e la società alla quale fanno riferimento Giamblico e Porfirio è descritto da Dicearco, discepolo di Aristotele, che attinge alle scarne memorie scritte dalle mogli e dai figli dei pitagorici. La tradizione vuole che non era necessario per il biografo approfondire o speculare sulle leggende, perché era normale pensare a Pitagora come una figura la cui storia era ormai conosciuta da tutti. Pitagora conversò molto spesso con i giovani e, sentendo parlare di lui i propri figli, i Mille lo invitarono a partecipare alle loro assemblee, un invito piuttosto normale in una città cosmopolita. Pitagora accettò volentieri l’invito e suggerì di costruire un tempio alle Muse per celebrare consonanza, armonia, ritmo e concordia. Inoltre: «consideratevi uguali a coloro che governate, non superiori a loro; esercitate la giustizia senza che alcun membro del governo se la prenda a male se qualcuno lo contraddice; non rimandate mai la realizzazione di un progetto; a casa sforzatevi consapevolmente di procurarvi l’amore dei vostri figli, poiché mentre altri patti sono registrati su tavolette e iscrizioni, i patti della famiglia sono registrati nei figli; non separate mai i genitori dai figli, sarebbe il più grande di tutti i mali; evitate i rapporti sessuali con chiunque non sia vostro coniuge; se cercate un onore cercatelo come fa un corridore, evitando di danneggiare i vostri competitori, e cercando di conseguire la vittoria solo per i vostri meriti; se cercate la gloria, cercate di diventare quel che vorreste sembrare di essere». La semplicità dell’esposizione colpì molto i Mille tanto che molti si liberarono delle concubine (si dice) e invitarono Pitagora a rivolgersi ai giovani nel tempio di Apollo Pizio e di parlare anche alle donne nel tempio di Era, donne che furono sorprendentemente inserite nell’ambito pitagorico e nella tradizione. Con i giovani Pitagora si premurò di evidenziare che «non bisogna offendere nessuno né bisogna vendicarsi di qualcuno che li avesse offesi; bisogna abituarsi ad ascoltare come modo per imparare a parlare». Sempre Giamblico riporta che nel discorso alle donne, dopo aver elogiato la pietà femminile, raccomandò «equità e modestia e offerte appropriate anziché sangue e animali morti o qualcosa di eccessivamente costoso; le donne dovevano essere gaie nella conversazione e comportarsi in modo che gli altri potessero parlare solo bene di loro; una donna doveva sapere che era giusto che amasse il marito più dei propri genitori; non doveva opporsi al marito, anche accettabile che discutesse delle cose con lui e fosse di diverso parere e se il marito avesse accettato le sue ragioni, lei non doveva interpretare questa disponibilità nel senso che si fosse assoggettato a lei». Secondo Giamblico le donne offrirono alla dea Era i vestiti più costosi «in modo da poter conseguire la medesima buona reputazione dei mariti». Giamblico compendiò l’insegnamento di Pitagora che continuò a valere per lungo tempo in pubblico e in privato: «tentare con tutti i mezzi possibili di estirpare la malattia dal corpo, l’ignoranza dall’anima, il superfluo dal ventre, la sedizione dalla città, la discordia dalla famiglia e l’eccesso da tutte le cose». Giamblico elogia il metodo di Pitagora che non elenca fatti e precetti, ma insegna cose che potessero preparare i suoi ascoltatori a cercare la verità anche in altre materie. Ben presto i seguaci di Pitagora arrivarono a seicento e costoro dovevano mettere in comune “i possessi degli uomini” e sibariportare i loro beni in un deposito. Per questo motivo i seguaci di Pitagora erano chiamati cenobiti per designare “la vita in comune”. Poi c’erano gli acusmatici (uditori), circa duemila uomini che insieme alle proprie mogli e ai figli occupavano uno spazio grandissimo e dovevano restare in silenzio per cinque anni prima di essere ammessi alla presenza del grande sapiente. Molti avevano una grande riverenza nei confronti di Pitagora tanto da paragonarlo a una divinità. Aristotele scrive nella Sulla filosofia pitagorica che secondo i pitagorici «degli esseri viventi dotati di ragione uno è dio, l’altro è l’uomo e il terzo (fra i due) ha la natura di Pitagora». Inevitabilmente Pitagora e i pitagorici entrarono a far parte dell’oligarchia e quindi determinarono le scelte del governo di Crotone in tutti i settori. Probabilmente Pitagora consegnò a Crotone una forma di costituzione con una lunga serie di precetti da osservare (Diogene Laerzio ne riporta molti) che assicurarono ai crotoniati e alle genti dei paesi vicini e non, pace e prosperità per molto tempo. La mano di Pitagora riuscì a convincere i crotoniati ad accogliere 500 esuli di Sibari (molto ricchi) privati di tutte le loro cose e banditi dalla città. I numismatici attribuiscono a Pitagora e ai suoi seguaci l’introduzione di monete con un disegno incuso, cioè incavato rispetto al piano della moneta. Nel 510 a.C., venti anni dopo l’arrivo di Pitagora a Crotone, Milone, che nel frattempo era diventato pitagorico, riuscì a deviare il corso del fiume Crati e permise a Crotone di radere al suolo l’odiata Sibari. Da questo momento in poi inizia per Crotone un lungo periodo di prosperità con accresciuta influenza politica su vasta parte del territorio meridionale del sud Italia. Il grande successo di Pitagora e dei pitagorici, come riporta Giamblico (cita Aristosseno a fondamento di ciò che scrive), nell’amministrazione e nella riforma della città, suscitò molta invidia soprattutto in Cilone e nei suoi seguaci. Cilone faceva parte dei migliori cittadini di Crotone «per fama e ricchezze pur avendo un carattere litigioso, turbolento e dispotico» e controllava molti seguaci. Avendo un’alta opinione di sé stesso, si recò da Pitagora decantando i propri meriti, ma il sapiente lo respinse. Il clima di malcontento che serpeggiava nella città dovuto prevalentemente alla concentrazione del potere in poche mani insieme all’avversione dell’uomo comune per ciò che considerava incomprensibile e il sospetto dell’aristocrazia nei confronti delle fazioni pitagoriche che ostentavano la loro superiorità, creò una situazione insopportabile. Quando Pitagora si recò a casa di Milone, Cilone e i suoi uomini vi appiccarono l’incendio. Molti seguaci di Pitagora si buttarono fra le fiamme formando un ponte per permettere all’anziano sapiente di fuggire. Di qui la leggenda si compone di vari rami e riportiamo un finale della storia raccontata a Metaponto dove Pitagora si rifugiò come profugo da Crotone e fondò una scuola. Si pensa però (Porfirio fonda i dati su ciò che riporta Dicearco) che ricevette asilo nel tempio delle muse dove si ammalò e morì di dolore per la perdita dei suoi seguaci morti sacrificando la propria vita per lui. Porfirio scrive che con la morte dei pitagorici «morì anche il loro sapere che fino ad allora era rimasto segreto». Giamblico riporta che le città non piansero per la morte di Pitagora «né parvero essersi rese conto di ciò che era accaduto», anche se in realtà avevano perso gli uomini più qualificati per governare. «Allora insieme con quei sapienti vennero meno le loro conoscenze, perché le avevano custodite fino a quel momento nel loro cuore come un segreto ineffabile».    

2-continua
Per leggere la prima puntata cliccare qui

 Riferimenti bibliografici
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, TEA, 1993.
Maria Timpanaro Cardini (a cura di), Pitagorici Antichi. Testimonianze e frammenti, Bompiani, 2010.
Kitty Ferguson, La musica di Pitagora, Longanes,i 2009.
Bruino D'Amore, Silvia Sbaragli, La Matematica e la sua storia, volume1, Dedalo, 2017.

La foto del busto di Pitagora è di www-erzetich-com da pixabay
La foto degli scavi archeologici di Sibari è di Vittoare (https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/deed.it)
 

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