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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

AAA. ADULTI RESPONSABILI CERCANSI

eideUna società appiattita su una sorta di eterno presente privo di spessore e profondità, sta compromettendo la stabilità della stessa convivenza sociale. Il ruolo della famiglia, della scuola e dei media.


di EIDE SPEDICATO IENGO

 

«Tutte le attività abituali che l’individuo svolge in modo competente senza riflettere, come per esempio camminare, attraversare la strada, formare una frase completa, indossare i pantaloni, allacciarsi le scarpe, fare una somma, sono state raggiunte attraverso un processo di acquisizione i cui primi stadi sono stati negoziati sudando freddo»[1]. Questa limpida considerazione di Erving Goffman chiarisce in modo inequivocabile che il processo di apprendimento delle regole, delle competenze, degli strumenti indispensabili per diventare un soggetto sociale è, per definizione, lungo, complesso, articolato, difficile: pretende, infatti, impegno, attenzione, controllo, adeguamento a norme, pratiche, conoscenze e, soprattutto, legami strutturali, mete condivise, obbligazioni individuali. Prima che la società assumesse la forma di una nebulosa senza tendenza e fosse abitata da identità a mosaico, il percorso educativo e formativo aveva modo di strutturarsi senza particolari inciampi, anche se non mancavano scantonamenti, virate, deviazioni.
Oggi non più o, comunque, sempre meno. La crisi delle istituzioni e il progressivo svuotamento dei contenuti del processo di normazione (condivisi fino a qualche decennio fa) producono frammentazione e discontinuità e affratellano disordinatamente espressioni di segno alterno: una cosa e il suo contrario procedono spesso a braccetto senza che nessuno abbia a stupirsene. E non potrebbe essere altrimenti. L’assenza di strategie consolidate su cui confidare unitamente all’eccedenza di stimoli e all’eccesso di alternative danno voce, inevitabilmente, a forme plurali di mediazione sociale che, tuttavia, concordano su un punto: l’adesione alle prassi che non richiedono particolari dosi di impegno e responsabilità. È questa cornice che, per un verso, promuove il surfismo sociale e i suoi fratelli (ovvero l’individualismo narcisistico, il cosmopolitismo utilitarista, l’area dei diritti senza doveri, il torpore morale) e, per un altro verso, apre la porta alla società adescante (per dirla con Neil Postman) che, appiattita su una sorta di eterno presente privo di spessore e profondità, sta compromettendo la stabilità della stessa convivenza sociale.
Fa fede di quanto si afferma, per esempio, l’attuale realtà familiare che, a prescindere dalle differenti tipologie in cui si esprime, è comunque attraversata da turbolenze che, in modi più o meno evidenti, congiurano a metterne a rischio l’impianto e in crisi il significato di spazio educativo per progetti comuni. Quali effetti può produrre un cambio di passo come questo? Può produrre per esempio che, per la prima volta nella storia di questa istituzione, non sono i figli a voler indossare gli abiti dei propri genitori, ma questi a voler rientrare disperatamente nell’età di coloro che hanno messo al mondo. Ma l’affollamento in questa età della vita e il linguaggio dell’eguaglianza applicato alla realtà familiare se creano, all’apparenza, condizioni quasi idilliache, perché nessuno impone regole e nessuno si oppone in forma trasgressiva, in realtà avviluppa genitori e figli nella gelatinosa ragnatela della omologazione e in uno spazio senza centro, muto, indifferente, sfilacciato, in cui non si co-agisce, non si cresce insieme, non si insegna e non si impara.
Dato per scontato che la famiglia è sempre stata una realtà in continuo riassetto, lo stile “alla carta” di cui oggi è espressione dovrebbe, perciò, preoccupare. Tale orientamento, anticamera di un liberalismo e di un vuoto educativi che compromettono invariabilmente il percorso di crescita sociale dei soggetti in età evolutiva, non riguarda infatti solo rade minoranze di nuclei familiari: si è trasformato in un modello educativo di massa (peraltro fortificato da media, fiction, ADULTESCENZAtv) esattamente come in passato l’autoritarismo. A seguito di tale situazione può succedere, per esempio, che il mondo adulto consenta a ragazzini poco più che adolescenti di rientrare in casa alle prime luci dell’alba; non si interroghi sugli esiti che possono derivare dalla erotizzazione precoce e dalla sessualità barattata come merce di scambio; minimizzi gli effetti del consumo di alcol, droga, psicofarmaci. Oppure che definisca “ragazzate” gli scatti osé a compagni o compagne di scuola (e poi girati agli amici via mms), i filmini imbarazzanti che passano di telefonino in telefonino, i comportamenti lesivi del bullismo che, da qualche tempo, ha alzato il tiro (anche gli adulti ne sono diventati il bersaglio) e quelli ancora più perfidi e vigliacchi del cyberbullismo. Oppure che non ci si ponga domande sui motivi di una generazione iper-connessa e dipendente dalla rete che, muovendosi a suo agio solo nel modo immateriale, si sconnette dal mondo[2]. O, ancora: che padri e madri si adeguino passivamente al dettato di un marketing pervasivo, cinico e senza scrupoli che non solo fa dei ragazzi “target” da raggiungere per vendere di tutto e di più, ma mira a rendere consumatori i minori in età sempre più precoce. Un esempio fra tutti: nei negozi legalizzati a vendere cannabis light non era raro imbattersi in mamme adultescenti che accompagnassero i propri figli (come regalo per la maturità conseguita) a fumare qualcosa di “legale” piuttosto che la marijuana a scuola[3], come se l’assunzione di sostanze stupefacenti costituisca una norma culturale o una sorta di rito di iniziazione all’età adulta. Così, nell’assenza colpevole di steccati regolativi che dovrebbero sostenere nel processo di emancipazione e orientare in direzione delle idee e dei valori per i quali vale spendersi[4], lo spazio dei minori senza divieti (in cui, peraltro, tutto il proibito è a portata di mano, di telefonino, di personal computer) ha modo di estendersi senza inciampi.
Accanto a modelli familiari che poggiano sulle sabbie mobili, anche l’istituzione scuola -che l’assenza di visioni strategiche e la bulimia di leggi, leggine, riforme, controriforme, circolari, astrazioni pedagogiche degli ultimi anni hanno compromesso e debilitato piuttosto che migliorato- ha messo del suo nell’allestimento di questo quadro, in particolare a seguito dell’inglobamento del discorso educativo nel linguaggio dell’economia. Tale cambio di impostazione (che ha travasato in modo maldestro il mito della produttività immediata «nel terreno dell’educazione, dove ogni investimento è a lungo termine, dove centrali sono le persone, dove le relazioni sono  delicate e fragili»[5]) ha corrotto il significato di qualità omologandolo a quello di quantità di proposte (pensate per raccogliere clienti e non studenti); trasformato la scuola in un servizio da consumare a domanda individuale; cancellato tutti i gradini reali e simbolici che funzionavano da modelli di riferimento per l’azione e la progettualità.
Così il sistema educativo ha abbandonato la costruzione dei saperi meditanti a favore di quelli strumentali e calcolanti; scoraggiato il pensiero critico; dimenticato che un’educazione rigorosa e di qualità ha bisogno di disciplina, responsabilità, fatica e patti di fiducia fra i soggetti della relazione; promosso la categoria dell’accessibilità a tutto per tutti senza deroghe né regole (dando respiro al modello della facilitazione, al disimpegno, alla pigrizia, alle soluzioni a basso costo); cancellato il senso del dovere e l’importanza del merito, che è gusto del lavoro, esercizio, concentrazione, rigore, impegno a far bene le cose[6] (comprese quelle che individualmente non piacciono[7]); perso di vista che la formazione costituisce una risorsa sociale e umana che nessun paese può permettersi di trascurare o inaridire, essendo un elemento in grado di alimentare la qualità della vita sociale, civile, politica, culturale, democratica[8].
Alla costruzione di questo quadro dalle inequivocabili zone d’ombra contribuiscono anche gli old e i new media. Mi riferisco qui, in particolare, ad alcuni programmi di intrattenimento che è benevolo definire demenziali; o ai contenuti di certi social e di certe piazze digitali in cui la fanno da padrone l’ignoranza, la volgarità, la maleducazione, l’arroganza, la prevaricazione; oppure a certi “salotti” di informazione politica in cui dominano le risse, gli slogan, le parole-rumore piuttosto che la discussione di progetti sintetizzanti in grado di risolvere le crisi dell’oggi. Ma penso pure a quei film e a quelle fiction dal contenuto altamente diseducativo, in cui adulti permissivi, svaporati, complici dei propri figli quanto ignari del tempo e del costo che richiede l’impegno educativo, si alternano a spazi scolastici indulgenti, disinvolti, irresponsabili.
Quanto brevemente detto suggerisce che -in assenza di feconde e significative relazioni primarie e di carte etiche, politiche e sociali che mettano al centro della scena il bene comune- non è inverosimile pensare che il mondo adulto lascerà in eredità alle generazioni che verranno l’edificio di una società tarlata, solipsista, sciatta, svenduta, al guinzaglio di abili imbonitori.

[1] E. Goffman, Relations in Public (1971), Relazioni in pubblico, Bompiani, Milano, 1981

[2] L’uso eccessivo dei dispositivi digitali è alla base di fenomeni patologici come l’hikikomori, ossia l’auto-segregazione  per settimane e mesi di fronte al computer. Un recente studio della università di Vienna e della Karl Landsteiner di Krems ha dimostrato che, anche un breve periodo (sette giorni) di silenzio dai social, attiva le stesse reazioni dell’astinenza dagli stupefacenti. Cfr. Popotus, 22 novembre 2018.

[3] Cfr. V. Daloiso, Viaggio nei misteri della cannabis, in “Avvenire”, 15 maggio 2019, p. 7.

[4] Lo spazio familiare è spesso carente di adulti autorevoli: ossia capaci di essere prescrittivi senza essere intrusivi, disponibili senza essere invadenti, sicuri senza essere impositivi, rassicuranti senza essere autoritari, disponibili senza essere fragili, liberali senza essere disimpegnati.

[5] G. Priulla, L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del paese, Franco Angeli, Milano, 2011, p.26

[6] P. Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Guanda Editore, Parma, 2011, p.97.

[7] Idem, La passione ribelle, Laterza, Roma-Bari, 2017, pp.129-130 A proposito dell’esperienza fondamentale della “costrizione”, sostiene a ragione Paola Mastrocola, che fare solo ciò che si sceglie di fare disabitua al rigore del pensiero, a strutturare la propria mente, ad esercitare la pazienza, a darsi una disciplina di vita.

[8] Cfr. F. Frabboni, Emergenza educazione, UTET, Torino, 2003.

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