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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA SEDUZIONE NON È PIÙ VELATA

CALZE SETALa storia delle calze nell’abbigliamento femminile, con il loro progressivo emergere alla vista, svela distinzioni, confini sociali, fascino, emancipazione. Ed oggi le calze velate rischiano di finire in soffitta, portando con sé la seduzione.

       di EIDE SPEDICATO IENGO

Tra gli oggetti di seduzione femminile la storia dell’abbigliamento annovera le calze.  Eppure questo capo di biancheria, pur avendo una storia che parte da lontano, ha conosciuto più ombre che luci. Vuoi perché in passato di gambe e piedi, a lungo ritenuti parti del corpo “poco decenti”, si parlava con molta eidediscrezione; vuoi perché la lunghezza delle gonne e le rigide leggi del decoro hanno interdetto allo sguardo questo indumento per lunghissimo tempo. Le severe tuniche dell’epoca romana, i sobri, castigati e quasi monacali abiti delle castellane medioevali, quelli gonfi e infagottanti dell’epoca rinascimentale, quelli ampi e sfarzosi del Seicento stretti in busti, sottogonne, corgiere, collari, occultavano in modo così puntiglioso la parte inferiore del corpo femminile da far supporre che tale capo di vestiario non esistesse. L’abito lungo a coprire i piedi ha costituito, infatti, una costante nella storia dell’abbigliamento femminile e un esplicito elemento di discriminazione fra le donne “perbene” e tutte le altre. In quei secoli, le uniche calze visibili erano quelle di lana delle popolane che indossavano gonnelle alle caviglie o quelle delle cortigiane, delle prostitute, delle artiste che affidavano ai colori sgargianti e fantasiosi l’inequivocabile cartellino segnaletico delle loro proprietarie.
I periodi in cui l’abito femminile si sollevò da terra furono, dunque, molto rari. In questo senso una trasgressione eclatante si ebbe negli anni del Direttorio in cui le gonne si accorciarono, decretando il successo delle calze. Al proposito, pare che l’imperatrice Giuseppina, famosa per la sua raffinata eleganza, ne possedesse oltre duecento paia, bianche e colorate (alcune perfino ricamate con fili d’oro) e tutte rigorosamente in seta. Nel 1827, la moda delle calze traforate in tulle leggerissimo arricchì di ulteriori note seduttive questo accessorio dell’abbigliamento femminile, ma con la Restaurazione gli abiti nuovamente lunghi nascosero calze, scarpette e caviglie che occhieggiavano, fortuitamente, solo quando improvvisi colpi di vento o il superamento di una pozzanghera o la complicità involontaria di scale, marciapiedi e predellini di carrozze imponevano di sollevare le vesti. Quantunque fossero celate sotto ampie gonne, mutandoni di pizzo e stretti stivaletti, le calze (in seta o in cotone colorato) costituirono, comunque, un evidente elemento di individuazione e di estetica sociale come documentano, ad esempio, quelle che recavano ricamato il monogramma del nome di coloro che le indossavano.
Gli ultimi anni dell’Ottocento decretarono una svolta nei confronti di questo capo di biancheria. La moda impose le calze nere, quasi a voler riprodurre, sotto le pesanti gonne borghesi, il fascino erotizzante di un indumento che suscitava forte entusiasmo soprattutto nei locali parigini attraverso quel ballo, tanto sfrontato quanto sensuale, che fu il can-can[1]. Ma, ovviamente, calze nere e giarrettiere ricamate e decorate con pizzi e nastrini (che furono un mito durante la Belle Époque) costituivano un’arma destinata alla sola intimità. Piuttosto, fu il primo decennio del Novecento a segnare elementi di novità: l’abito da passeggio alla moda lasciava scoperto tutto il piede e, negli anni successivi, anche la caviglia che le calze rendevano ancora più intrigante. In quegli anni, non per caso, anche il busto si fece più leggero e il famoso sarto parigino Poiret lanciò il reggiseno e il reggicalze[2].
A scorciare ulteriormente gli abiti femminili furono gli anni che seguirono alla Grande Guerra. Ciò consentì alle calze di godere di un ulteriore periodo di visibilità: di seta, di pizzo, di fibra artificiale, di lana, di cotone venivano impiegate ogni giorno per il lavoro, gli impegni quotidiani, le occasioni eleganti. Le tecniche d’avanguardia producevano, infatti, filati sempre più sottili, consentendo a tale indumento di esaltare le gambe. In America con la produzione della fibra del nylon nel 1939 le calze diventarono più velate, resistenti e alla portata di tutte le tasche. In Italia, in quegli stessi anni, sulle copertine del quindicinale “Le Grandi Firme” campeggiavano le voluttuose ragazze dalle forme generose (create dalla penna di Gino Boccasile) che “portavano il turbamento in ogni cuor” anche a motivo delle maliziose e provocanti calze con “la riga” che vestivano le loro gambe lunghe e tornite. Questo particolare tipo di calza, presentando una cucitura nella parte posteriore, sottolineava, infatti, la rotondità del polpaccio e rendeva la gamba particolarmente sensuale. Sensuale al punto che, con lo scoppio della seconda guerra mondiale e la sospensione della produzione di tale indumento, non tutte le donne si dichiararono disponibili a rinunciare a questa loro espressione di seduzione e femminilità. Una finta riga (tracciata con la matita nera) sulla parte della gamba in vista ovviò, temporaneamente, all’assenza della materia prima.
Alla fine del conflitto, le calze di nylon approdarono nuovamente in Europa e nei perbenisti anni Cinquanta venivano rigorosamente assortite all’abito e alle scarpe, ovviamente presso le classi che potevano seguire i dettami della moda. Alla fine di quel decennio cominciarono ad imporsi quelle senza cucitura che, più sottili, di nuovi colori e decisamente più vestibili, raggiunsero l’apice negli anni Sessanta.
Non casualmente nel fascino delle calze restò intrappolato anche il cinema. Chi non ricorda la scena del film “Ieri, oggi, domani” di Vittorio De Sica del 1963 in cui una ammaliante Sophia Loren lasciava lentamente scivolare le sue di fronte ad un attonito e palpitante Marcello Mastroianni; oppure quella de “Il laureato” del 1967 di Mike Nichols in cui, all’opposto, una affascinante (seppur matura) Anne Bancroft infilava le sue davanti ad un impacciato e confuso Dustin Hoffman? E non solo. Il richiamo avvincente delle calze di nylon coinvolse anche i calendarietti profumati, quei garbati minuscoli almanacchi che i barbieri donavano ai propri clienti per le feste di fine anno. Alle scene dei melodrammi, alle storie celebri della tradizione popolare, al fascino dell’Oriente (esploso soprattutto tra le due guerre), alle immagini delle donne affascinanti e misteriose dell’immaginario collettivo (Salomè, Cleopatra, la Regina di Saba) si sostituirono progressivamente le fotografie delle più famose star del cinema che, in pose e costumi provocanti, esibivano gambe inguainate in velatissime calze di nylon.
Ma, come precedentemente accennato, l’autentica rivoluzione nel mondo della calzetteria avvenne nel corso degli anni Sessanta quando André Courrèges e Mary Quant lanciarono sul mercato la minigonna. Le calze con reggicalze vennero sostituite dal collant che rese sempre più libere e protagoniste le gambe femminili. Alla minigonna seguirono gli hot pants, ossia i pantaloncini che scendendo poco sotto l’inguine, pretendevano calze alte fino alla vita[3]. Fu quello il momento del collant elasticizzato, indubbiamente meno sexy delle calze che si tenevano su con il reggicalze o con le giarrettiere, ma indubbiamente più pratico, vestibile, resistente anche se «barriera, a volte insormontabile, per un improvviso impeto ormonale»[4].
Non più cippo per confini sociali, le calze contribuirono, così, a delineare profili femminili sempre più autonomi ed emancipati. La praticità, tuttavia, non fece rinunciare all’elemento sostanziale di questo indumento: attrarre lo sguardo. E infatti, in quegli anni, fecero il loro ingresso nel campo della moda le calze a fiori, a quadretti, a righe, a rete, a pois, in pizzo. Tuttavia, l’uso sempre più diffuso di pantaloni e stivali misero in ombra, pur se temporaneamente, calze e collant. Gli uni e le altre sempre più confortevoli e dall’aspetto setoso, elegante, velato tornarono, comunque, sulla scena negli anni Ottanta e in quelli successivi quando la moda orientò nella ricerca dei segni della femminilità tradizionale e della sensualità che offriva il binomio calze-reggicalze. Tuttavia il collant aveva ormai preso piede e contrastare il suo utilizzo era operazione in partenza perdente.
Oggi stivali, scarponcini, minigonne, calzoncini, gonne lunghe, pantaloni e calze coprenti paiono aver messo ai margini quelle velate, eleganti alleate della femminilità, dell’equilibrio estetico, della seduzione. Calze e reggicalze soffrono, quindi, di taciturnità, e anche le autoreggenti dalle intriganti balze ricamate sostano lungamente nei cassetti in attesa di momenti speciali per essere indossate[5].  
Ma c’è di più: da qualche anno, fa tendenza non indossarle affatto, neppure nei rigidi mesi invernali. Tuttavia, nel mondo frenetico della moda ai corsi seguono, di norma, i ricorsi. Pertanto, è auspicabile che questo indumento di segreta eleganza torni di nuovo a sollecitare gli sguardi, anche se non mancano dubbi al riguardo. Infatti, in un tempo come il nostro così “spassionato”, in cui l’egualitarismo fra i sessi ha annegato la diversità nell’unità e il narcisismo ipertrofico culla in una tiepida solitudine, non è peregrino pensare che la seduzione, parola/labirinto dalle molteplici declinazioni, finisca in soffitta in compagnia di quelle calze velate che, per lungo tempo, hanno sollecitato il suo potenziale espressivo.

[1] A. Succi, La calza e le donne, IED, Moda Lab, Fashion Advertising &Pr.

[2] Idem

[3] A. Succi, La calza e le donne, op.cit.

[4] R. A., Quattrini, Il sottile fascino del nylon. Cfr. http://www.inchiostronero.it/letteratura-saggi-il-sottile-fascino-del-nylon

[5] Idem

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