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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

DON CASSIO

CASALBORDINOIn un borgo abruzzese, nella seconda metà del secolo scorso, un personaggio d’altri tempi ripercorre le tappe delle sue speranze, dei suoi amori, delle sue ossessioni. Alla ricerca di una quiete che non arriverà.

 UN RACCONTO  
di ANTONELLA IANNUCCI

 

Quando vedevo da bambina la sua figura imponente, con quella lunga chioma grigia e quel barbone bianco da Babbo Natale che gli incorniciavano la testa, scendere lungo lo stradone del rione periferico dove abitavo all'epoca, mi sembra di sentire ancora oggi l'autentico terrore che mi prendeva, così soffocante da far venire voglia di scappare a gambe levate, eppure così inquietantemente affascinante da volerlo stare ad osservare, sia pure dietro un riparo, costituito il più delle volte... dalle gambe accoglienti della mamma! Ciò è davvero molto strano, considerando appunto che quel barbone da Babbo Natale avrebbe dovuto invece essere rassicurante, ma forse la ragione vera stava in quello sguardo severo eppure malinconico che emanava da un paio di profondi occhi chiari che spiccavano dal barbone, insieme all'orologio da taschino su un panciotto aperto, quando arrivava alla mia altezza.
Ad ogni modo, dopo aver evidentemente notato il mio disagio e aver detto qualcosa che ora mi sembra simile ad un: «Non fatela piangere!», proseguiva lungo la discesa dello stradone fino a sparire dietro la curva e fino all'apparizione successiva, lasciandomi mezza impaurita a rivolgere uno sguardo interrogativo alla mamma, la quale mi tranquillizzava con una carezza dicendomi: «Non è niente, stellì, jè Don Casie!», che voleva dire più o meno: «Non ti preoccupare, tesoro, è solo un tipo strano che chiamano in quel modo!».
  Soltanto molto tempo dopo si venne a sapere che con quello strano nome storpiato, accompagnato dall'epiteto spagnoleggiante che nelle regioni meridionali è riservato agli appartenenti alla borghesia e alla piccola nobiltà locale, non si indicava certo un sacerdote, come avrete sicuramente indovinato, ma lo sventurato rampollo di una ricca famiglia di notabili paesani, a cui era toccato in sorte il nome classico, tragico e insieme epico di uno degli assassini di Cesare, per alcuni un giustiziere, per altri un terrorista, ossia Cassio.
«Quel nome, decisamente troppo impegnativo, - vi avrebbe detto - me lo aveva malauguratamente affibbiato mia madre Berenice, una donna colta ed eccentrica già con le sue lunghe vestaglie simili ad antichi pepli, che con una delle pochissime lauree femminili della sua epoca in tasca e le sue letture alla moda dei romanzi russi e dannunziani, per una di quelle misteriose e meschine decisioni di piccola politica familiare, aveva dovuto lasciare la città e i suoi salotti letterari e le sue riviste per sposare un giovane proprietario terriero di quel mio insignificante villaggio. Una volta là, però, aveva provato - che ingenua! - a ricreare alla meglio il suo piccolo mondo, un salottino bonsai, un pomeriggio fisso in cui riceveva nel giardino della sua villa di campagna, per un tè con pasticcini, le signore delle altre famiglie amiche, le loro giovani figliole, i pochissimi intellettuali del posto e qualche ospite esterno, insomma tutti quelli con cui avrebbe potuto parlare dei suoi amati romanzi e di tutto quello con cui era possibile esorcizzare quella noia mortale che molto spesso le prendeva l'anima».
 «Molti anni dopo dunque, - aggiungeva indispettito - donna Berenice aveva pensato proprio a uno dei suoi pomeriggi salottierini per presentare me, il suo amatissimo figliolo Cassio, ormai diventato un alto e robusto giovanotto, fresco studente universitario di legge, alle giovani roselline che ornavano il suo piccolo mondo, cosicché in una tiepida domenica di primavera ebbe la brillante idea di radunare nel giardino della sua villa per il solito tè letterario, ma questa volta con sorpresa, tutte le ragazze da marito di buona famiglia con relative madri, anche quelle che di solito non lo frequentavano, che quel limitato e disgraziato villaggio poteva offrire, con l'accortezza opportuna e molto azzeccata da consumato sensale di matrimonio, di allargare il raggio fino alla cittadina più vicina, oltre naturalmente ai paesi del circondario.
 Poi, dopo che si erano tutti accomodati con i loro pasticcini e la loro tazza (compresi i celebri tarallucci di Casalbordino dalla caratteristica forma fallica femminile, una  gustosa sfoglia con vino e olio farcita con marmellata d'uva conciata, nella loro versione antica, più grandi, da cui si ricavavano anche tre porzioni, con la somma soddisfazione di chi riusciva ad aggiudicarsi quella centrale con più ripieno), e il terreno era stato preparato con la lettura dell'ultima poesia dell'intellettuale di turno, mia madre mette in atto il suo tragico, letale colpo di scena: mi fa entrare dall'ingresso del giardino, quasi fosse una quinta teatrale, mi si mette sottobraccio e mi accompagna tra le sedie come su un palcoscenico, dicendo: «Cogli tu il fior fiore da questa gioventù!».
 «Immediatamente, da quel prato e da quelle aiuole partì un brusio imbarazzato, che cresceva come quello di uno sciame di api ronzanti in avvicinamento, mentre il mio povero viso mi dissero diventare di un rosso paonazzo, come se quelle api mi si fossero tutte avventate contro. Istintivamente tolsi il braccio da sotto quello di mia madre, facendola quasi cadere e fuggii via da quel brusio che ormai si era fatto un vociare piuttosto ridanciano.
  Ero abituato, sì, alle eccentriche iniziative di mia madre e ormai me le facevo scivolare addosso come la seta di una delle mie camicie, tanto più che ora, dopo il Liceo nel Convitto nazionale provinciale, l'Università mi avrebbe portato lontano da quell'asfittico villaggio, ma questo era veramente troppo e promisi così a me stesso che non vi avrei fatto più ritorno, non prima di averle fatto francamente sapere quanto disprezzassi le sue meschine convenzioni sociali e i suoi miopi ideali di pessimo gusto, mentre lei mi guardava dapprima sbigottita, poi inorridita e ferita». 
 E in effetti, per la maggior parte della sua lunga vita Cassio tenne fede a quella promessa: si laureò in giurisprudenza, entrò in magistratura ed esercitò le funzioni di pretore in varie città d'Italia, chiudendo poi la carriera come giudice di Cassazione; eppure... si portò sempre dietro quella strana tara ereditaria, quella vaga, perseguitante sensazione di inadeguatezza di cui soffrono i provinciali fuori sede, che lo condizionava in tutte le sue attività..., anche, purtroppo, diceva chi lo conosceva bene, nel rapporto con il genere femminile, il genio femminile o l'altra metà del cielo che dir sì voglia!
 «In tutte le ragazze, e poi le donne, con cui cercavo di intavolare una relazione, anche solo amichevole, - avrebbe spiegato Cassio sul lettino di un ipotetico psicanalista - finivo sempre col trovare non una persona con cui avere comuni interessi e sentimenti e con la quale costruire qualcosa, ma qualcuna con cui prima o poi mi mettevo in competizione, una gara nella quale qualcosa mi diceva di lasciar perdere perché non avrei potuto mai vincere, perché vincere non era per me, non ne avevo le capacità. Quella specie di voce di dentro si faceva man mano sempre più forte fino a soffocare la mia volontà e le mie migliori intenzioni, costringendomi a troncare improvvisamente la relazione...», deludendo così e quasi compromettendo la malcapitata di turno, nonché provocando la giustificata reazione delle loro famiglie, molto spesso altolocate, cosicché tali difficoltà nella vita privata si riverberavano pure sul lavoro inducendolo al trasferimento, spesso dietro consiglio paternalistico o interessato dei superiori, concludevano rassegnati i soliti bene informati.
 «Con una di loro, Adele, - ricordava nostalgico Cassio – una bellissima ragazza bionda, dagli occhi azzurri screziati di verde come il mare in un mattino estivo, un corpo slanciato e atletico che era un piacere vedersi sdraiare accanto nel suo bianco costume da bagno sulla sabbia dorata, intelligente, con un magnifico e rigenerante sorriso, dolce e comprensiva, insomma un vero angelo venuto sulla terra apposta per me, ero riuscito anche a confidarmi: le avevo detto che sentivo dentro di me di non meritarla, di avvertire un impulso irrefrenabile che mi induceva a fuggire via lontano, un impulso di cui mi vergognavo e che cercavo con tutte le forze di placare e allontanare da me per vivere pienamente la nostra intimità di baci, abbracci e carezze sempre più appassionati, tumultuosi come i battiti dei nostri cuori, ma... sul più bello... si ripresentava più forte di prima, invincibile... fino a quando... ultimamente si manifestava persino... con il volto orribilmente gelido di mia madre, sostituendosi nella mia mente a quello angelico di lei...».
 E se Adele le dimostrò per qualche tempo di meritarlo degno della sua umana comprensione, in una manciata di mesi si stancò di quella situazione in cui recitare il ruolo di crocerossina, tanto più che quelli non erano più gli anni 30 della Sicilia del Bell'Antonio di Brancati e della sua protagonista femminile Barbara, ma quelli in cui si cominciava a porre le basi dell'emancipazione della donna, cosicché il povero Cassio si ritrovò a trascorrere il fiore dei suoi anni di lavoro sempre più solo nel suo appartamentino ammobiliato a due passi dalla pretura di turno a cercare di contrastare, con la brillante conversazione e quel po' di vita sociale che gli era possibile, la fama di lupo solitario che pian piano i pettegolezzi gli costruivano addosso e che lo inseguiva ad ogni cambio di sede, fino a quando, giunto alle soglie della pensione - confessava prostrato, concludendo con un filo di voce la sua seduta psicanalitica - «mi arresi per sfinimento a quel demone implacabile e violento che mi perseguitava, pensando di ritirarmi proprio in quel paese da cui ero voluto fuggire con tutte le mie forze molti anni fa, con la speranza che, con la morte di mia madre avvenuta poco prima, avrei forse potuto ritrovare proprio là quella pace tanto desiderata, essendo venuta meno ciò che ritenevo essere la causa dei miei tormenti.
 Ma ciò era niente - avrebbe dolorosamente soggiunto dopo una pausa terribilmente lunga e angosciante - rispetto alla prova che la vita avrebbe riservato alla mia coscienza già così provata: la conferma della condanna a morte di un uomo che il regime fascista esigeva dalla mia sezione della Corte di Cassazione e che, pur ripugnandomi fino al midollo, non sarei mai stato in grado di evitare.
 D'altronde cosa mai avrei potuto fare, io, povero, inetto giudice neonominato rispetto alla prepotenza di un regime che aveva fatto della violenza contro gli oppositori un tratto distintivo della sua azione, a cominciare dagli incendi di sedi sindacali e giornali avversari e dalle purghe per i sovversivi, sino all'assassinio di Matteotti, tranquillamente rivendicato come mandante dal suo Capo in un discorso parlamentare. Eppure non potevo fare a meno di pensare a quel pover'uomo destinato a morire anche per causa mia: pure il suo volto disperato e quelli di sua moglie e dei suoi figli innocenti e inconsolabilmente straziati, a cui veniva tolto un marito e un padre solo per aver legittimamente espresso le proprie opinioni in base ad un diritto previsto da uno Statuto Albertino mai formalmente abolito, ora mi comparivano davanti nelle mie notti agitate, proprio come quello di mia madre quando stavo insieme ad Adele, facendomi risvegliare con il cuore in gola e madido di sudore.
 Mi sembrava di impazzire: ora quel demone invadeva anche la mia vita professionale, in cui la logica e le corrette procedure del diritto, fino ad allora, mi avevano assicurato quella serenità di cui avevo bisogno come il pane, come l'aria, una oasi di razionalità in quel deserto di retorica e insensata ideologia che era diventato l'ambiente in cui mi trovavo a vivere. Ritornare in paese, dunque, era diventato ormai indispensabile».
 Invece, dopo che si era ritirato in quella villetta oltre la curva, dove il marrone delle case del paese sfuma nel verde dei campi, «mi accorsi con terrore - avrebbe detto, ora finalmente sereno, a Qualcuno infinitamente più comprensivo di ogni altro - che il demone dell'inadeguatezza mi perseguitava anche là, perché mi sentivo ormai estraneo alle vicende e alle persone del paese che si erano succedute durante la mia assenza - tranne qualche vecchio amico di famiglia presso cui trascorrevo lunghi pomeriggi da solo a leggere - ed era impossibile per me tornare ad inserirmi in quella giostra che girava al ritmo lento di un valzer di paese, lento come quello inglese. Mi fermavo allora in piazza ad osservare per lunghe ore quella giostra, fino a quando quella solita voce di dentro, che ora però mi sembrava dolce e calda come quella di una madre che accarezza il suo bambino, mi diceva di tornare a scendere, ancora una volta, lungo lo stradone».

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