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 NewsLetter 

Blog collettivo fondato e coordinato da Nando Cianci - Anno V

LA MEDIOCRITÀ AL POTERE

SPEDICATOUn sistema all’apparenza liberale, ma che omologa, addomestica, spegne il pensiero critico e favorisce il dominio di una minoranza. Grazie anche alla recessione intellettuale e conoscitiva in atto nella scuola e nell’università.


di EIDE SPEDICATO IENGO

 

«Vivere felicemente e con successo in una società – scriveva non senza ironia Franco Cassano – significa credere nella sua mitologia, onorare i suoi chierici, frequentare con deferenza e costanza i suoi luoghi comuni, e tenersi lontani dalle zone proibite, quelle che iniziano laddove nessuno ama guardare […] in cui si accumulano le scorie, i trucioli e le vittime della mitologia dominante»[1]. Ovvero, adattarsi in modo acritico alle ideologie e alle proposizioni scontate prodotte dalla società significa rinunciare alla propria integrità intellettuale e morale[2] e trasformarsi in «una palla di biliardo pronta a obbedire docilmente a ogni colpo, a ogni sollecitazione esterna»[3].
Fra i vari dogmi che abitano la nostra contemporaneità il binomio innovazione-progresso gode di particolare successo. Questo racconto declinato unicamente al positivo è stato a tal punto introiettato da rendere ciechi anche di fronte ai suoi guasti. Penso qui, per esempio, alla natura ridotta a un paniere di prodotti da consumare all’istante[4] e al degrado del paesaggio culturale e geografico. Penso al pensiero tecnomorfo, al meccanismo in base al quale la semplice possibilità tecnica di realizzare un determinato progetto viene scambiata con il dovere di attuarlo[5]. Penso alle multinazionali mediatiche dell’informazione-conoscenza che mirano a produrre un soggetto eguale in tutte le latitudini, pur a dispetto delle apparenti diversità. Penso alla dimensione del presente assoluto che abitua all’indifferenza, all’incuria, al disimpegno, alla smemoratezza, alla spregiudicata cancellazione dell’eredità del passato. Penso al processo di esternalizzazione delle informazioni e delle conoscenze che addestrano a far «vita sociale negli spazi virtuali»[6], allevando all’idea di una vita-divano[7]. Penso allo smanettamento compulsivo su computer, tablet, videofonini che assuefanno a linguaggi sintetici e a significati contratti che non contemplano la chiarezza concettuale, l’eleganza lessicale, il vincolo logico. Ma penso soprattutto al rapporto rovesciato fra l’etica e la tecnica e all’imbrigliamento della prima nella dimensione della seconda.
Com’è intuitivo, lo spostamento dell’azione umana dall’intenzione ai fini all’attenzione ai mezzi ha ricadute non lievi sul versante individuale, sociale, culturale, etico, economico, politico. Tuttavia, questo cambio di paradigma appare irrilevante a livello di pensiero collettivo, anche se (e solo per segnalare alcuni dei suoi effetti più macroscopici) mortifica il significato del soggetto come ente intenzionale, organizzatore di sé e del senso delle cose; sostiene un sistema che, all’apparenza liberale, in realtà omologa e addomestica; apre la porta a una minoranza sociale dominante, giudicante, controllante che mette all’angolo la democrazia. Già questi brevissimi cenni provano che la cultura tecnologica (nell’attuale versione incrementale e bulimica) ha cambiato l’organizzazione della società più di qualsiasi idea politica o progetto collettivo.
Che si sia entrati in una fase della Storia privi degli strumenti adatti a governarla è questione non di oggi. Espliciti moniti a guardarsi vuoi dalla riduzione dell’uomo a pedina di apparati da lui costruiti, ma a lui inesorabilmente sfuggiti, vuoi dall’invadenza di poteri che mirano a comprimere libertà e pensiero non sono mancati nel tempo. Nel 1967, per esempio, Remo Cantoni, un filosofo fra i più raffinati del Novecento, scriveva: «Non esiste alcuna garanzia metafisica che il progresso scientifico e tecnico coincida col progresso sociale o che le due linee di sviluppo debbano procedere parallele o risultare, al limite, convergenti. L’ipotesi di una dissociazione, di un contrasto, di una discontinuità e divergenza tra i due processi non è una escogitazione reazionaria. Corrisponde a una possibilità storica che, contro i nostri propositi e le nostre speranze, potrebbe verificarsi. I pericoli di degradare l’uomo e la natura a semplice materia da asservire brutalmente al funzionamento di un sistema tecnocratico o scientifico non sono immaginari. Il decorso del sistema potrebbe essere automatico e cieco e la sua funzionalità porsi al servizio di interessi economici o politici molto particolari e arbitrari»[8].
Quei timori si sono trasformati in realtà e le espressioni di un sistema che induce a rimodellare senza drammi le proprie opinioni sulla base di conformismi e di segnali sociali che si ritiene più utile non contrastare, circolano liberamente fra noi. Le ideologie tecnocratiche, almeno nella versione odierna, hanno prodotto soggetti seriali o, meglio, funzionari ed esecutori passivi di apparati. Ossia, e detto in altro modo, hanno elevato a modello la mediocrità e la mediocrazia.
La mediocrità è una posizione intermedia tra superiore e inferiore, né del tutto scarsa, né del tutto eccellente che tende al banale e all’incolore,mediocrazia è l’elevazione di questo stato intermedio al rango di autorità e di norma che va assimilata[9]. Dati tali presupposti ne discende che il sistema mediocratico promuove l’ascesa di individui mediamente competenti e marginalizza «i “supercompetenti” esattamente come gli “incompetenti” veri e propri»[10]. I secondi per motivi scontati quanto evidenti, i primi perché potrebbero mettere in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Il che va scrupolosamente evitato: la standardizzazione dell’insieme è un obiettivo da non contrastare.
Questa “espressione” del sistema, che espunge scrupolosamente da sé chi ha talento, coraggio, passione, iniziativa, spirito critico è oggetto di una brillante analisi del filosofo canadese Alain Deneault, il quale dimostra con dovizia di esempi come nelle imprese, nelle organizzazioni, nelle università, nei posti decisionali sia dominante precisamente questa qualità (tanto scialba quanto spenta) che elegge la “media” a norma e la mediocrità a modello. Per trovare un impiego- suggerisce non senza ironia- è essenziale essere flessibili, adeguarsi a far funzionare un software, a riempire un modulo, a salutare le persone giuste. In altri termini: è indispensabile adeguarsi, mostrarsi affidabili, non «farsi venire nessuna buona idea: il tritacarne ne è già pieno»[11], comprimere la curiosità, «limitare il proprio pensiero ai sentieri battuti dall’istituzione»[12], insomma consentire la colonizzazione della propria mente per non generare rischi destabilizzanti.  A esigerlo è la società delle funzioni tecniche che ha invaso e governa ogni espressione della contemporaneità e, per inciso, ha stravolto il significato del vocabolo “tecnica” che in questo caso non significa “arte”, né “perizia”, ma riduzione del fare a una specializzazione unilaterale che imbriglia in codici unici e totalizzanti e in schemi standardizzati e predefiniti.

Nella promozione dell’atteggiamento che orienta a posizionarsi a quell’estremo centro che innalza a prototipo un ordine mediocre[13], hanno contribuito pesantemente le attuali strategie formative che, sottovalutando il ruolo economico e civile della cultura, non hanno investito nell’acquisizione/costruzione intenzionale dei saperi e non contrastano la recessione intellettuale e conoscitiva in atto nella scuola e nell’università, quella che, per esempio, Luca Ricolfi[14] ha lucidamente definito “Caporetto cognitiva”, aggiungendo però che denunciare tale realtà diventa “politicamente scorretto”. Così, l’assenza di progettualità sul tema ha reso la scuola, sempre più una «parascuola» de-culturalizzante e de-verbalizzante, al pari di una università nella quale, a seguito di una serie di riforme progressivamente peggiorative, l’opacità diventa modello e la mediocrità ha agio di proliferare. Se fosse diversamente si investirebbe di più nella ricerca, si pretenderebbero alti standard nella didattica, e non si creerebbero (come invece accade) parametri di giudizio solo quantitativi. Dunque, a quanto è dato riscontrare, la conoscenza, lo spirito critico, la sensibilità estetica, il senso dell’equilibrio, l’elasticità mentale, la libertà di pensiero, ovvero l’ossatura di base di una società democratica, non paiono costituire tuttora una priorità nazionale. E non potrebbe essere diversamente dato anche l’abito dell’attuale politica diventata “governance”, ovvero ridotta a gestire il quotidiano, a cercare soluzioni immediate a problemi immediati.
Che fare per contrastare questo stato di cose? Iniziare, per esempio, a prendere le distanze dagli eccessi, a rifiutare le proposte omologanti, a opporsi agli scenari degradati. Insomma, a resistere a questa versione irresponsabile e mediocre della società, mantenendo l’autonomia del giudizio. Una goccia nel mare, senza dubbio. Ma perché non tentare?

 

[1] F. Cassamo, Modernizzare stanca, Laterza, 2001, p. 15.
[2] R. Cantoni, Antropologia quotidiana, Rizzoli, 1975, p. 295.
[3] Idem, p.291.
[4] Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, 2002. 
[5] K. Lorenz, Il declino dell’uomo, Mondadori, 1984, p.16.
[6] G. Bongo, in E. Spedicato Iengo, G. Bongo, Società artificiale, Dal consumismo alla convivialità, FrancoAngeli, 2015, p.117.
[7] Questa espressione è di Paola Mastrocola. Cfr. La passione ribelle, Laterza, 2017, p. 58.
[8] R. Cantoni, Illusione e pregiudizio, Il Saggiatore, 1967, p.208.
[9] A. Denault, La mediocrazia, Neri Pozza, 2017, p.36.
[10] Idem, p.39.
[11] A. Denault, op. cit., p.35.
[12] Idem, p.39.
[13] Idem, p.40.
[14] “La Stampa” del 23 luglio 2009, in G. Priulla, L’Italia dell’ignoranza, FrancoAngeli, 2011, p. 18.

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