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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL FILOSOFO DELLA LIBERTÀ

GIORELLO4Nel giugno scorso ci lasciava Giulio Giorello, allievo geniale di Geymonat, dal cui pensiero si discostò, conservandone però il senso profondo e i prerequisiti essenziali: l’onestà, la libertà di ricerca, la sincerità.

                                                       di NICOLA RANIERI

 

                                                                                                                                                  «Ogni vincolo, in quanto vincolo, è male».
                                                                                                                                                               John Stuart Mill

Scompare e ancor più giganteggia un grande filosofo della scienza. Soprattutto un rigoroso pensatore libero: di sterminata cultura e di nessuna DI NESSUNA CHIESAchiesa. Enfant prodige, posseduto sin dall’inizio dalla passione della conoscenza in forma di vera lussuria, fu allievo (e fra i prediletti) di Ludovico Geymonat: l’autorevole maestro affettuoso che faceva sempre il primo passo per conoscere gli studenti. Dialogava a lungo con ciascuno, poiché detestava fare lezione a una massa anonima o esaminare degli sconosciuti.
Giulio Giorello, seguendone l’esempio, gli fu discepolo nel senso più profondo. Si laureò nel giro di pochissimi anni – come il maestro – in filosofia e in matematica. Insegnò meccanica razionale, matematica, scienze naturali a Pavia, Catania e al Politecnico di Milano; quindi filosofia della scienza alla Statale, subito dopo l’andata in pensione di Geymonat.

Ho avuto la fortuna di conoscerli entrambi, negli Anni Settanta del secolo scorso.
Da iscritto alla Statale per seconda laurea, frequentavo i Corsi tenuti da Geymonat – il motivo principale della mia iscrizione in quella Università – e seguivo altresì le esercitazioni tenute da Giorello, che allora si divideva fra Catania e Milano.
Mi piace ricordare la gentilezza, la mancanza di presunzione di quest’uomo che tanti anni dopo, e ormai famosissimo, accolse con piacere e estrema disponibilità la mia richiesta di averlo come relatore fra diversi altri in due cicli di conferenze nel 2006 e nel 2007 su Relatività/Relativismo e Arcipelago Europa presso il Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” di Lanciano.
Il primo anno Giorello venne per un dialogo con Bruno Forte.
Quell’incontro lo organizzai affinché il filosofo e il vescovo continuassero – a beneficio di studenti e insegnanti del liceo – la discussione sul relativismo da loro iniziata alcuni giorni prima nel Duomo di Milano. Era l’epoca in cui Benedetto XVI tuonava proprio contro il relativismo. Che io volli accostare e distinguere dalla relatività. Invitai infatti, tra gli altri relatori di quel ciclo di incontri, Eugenio Coccia, il direttore dei Laboratori del Gran Sasso.
L’anno dopo Giorello tornò e, intervenendo insieme agli altri – fra i quali vi era anche Franco Cardini – su Le radici dell’Europa, provocatoriamente sostenne che le radici vanno estirpate.
GEYMONATLui sarebbe tornato ancora per anni, per parlare con passione di tantissimi temi, se io non fossi andato in pensione. Durante le numerose telefonate, scherzando ma non troppo, mi diceva: «Il papa ci unisce nella battaglia per il libero pensiero e contro ogni dogmatismo». Ovvero ciò che io in piccolo (da oscuro professore di provincia) e lui in grande avevamo appreso dal nostro comune maestro.

Con Ludovico Geymonat, il suo rapporto fu totale, quasi come di “figlio” che crescendo ha bisogno di “uccidere” il “padre”. Infatti, non appena ne “ereditò” la cattedra, scrisse che di due milioni di anni luce era la distanza che lo divideva da lui. Insomma, gli era necessario “tradirlo” per non restare solo un enfant prodige e uno studioso di incredibile talento.
Dal “tradimento” di padri e maestri (come spesso capita) origina la personalità matura: capace ormai di un proprio pensiero, poiché segna l’uscita dal precedente stato di “minorità”. Sul tradimento in politica, in amore e non solo, Giorello scrisse pure un libro per rivendicarne la necessità. Quella di avere molti amori e più di un maestro. Magari fra di loro opposti, come erano Ludovico Geymonat e Karl Popper – pur essendo partiti entrambi da esperienze e rapporti con diversi esponenti del Circolo di Vienna.
Il cosiddetto tradimento – quando non nasce dal carrierismo spregiudicato e altre consimili e basse motivazioni – è nient’altro che un bisogno di libertà (senza ledere ovviamente quella altrui). Perché: «Ogni vincolo, in quanto vincolo, è male» – secondo l’amato John Stuart Mill. Ѐ TRADIMENTObene, invece, superare tutti i vincoli, poiché solo così si cresce e cresce la conoscenza – anche scientifica – entro una “società aperta”, fuori da qualsiasi chiesa. Senza Dio e in compagnia del buon uso dell’ateismo.
Non a caso Giorello si dedicò molto allo studio dei post-popperiani, quali Imre Lakatos e Paul Feyerabend, per riflettere a fondo su critica e crescita della conoscenza, nonché sul necessario rigore metodologico, ma al contempo ipotizzando provocatoriamente l’anarchia del metodo. Allorquando il metodo scientifico rischia di essere una sorta di camicia di forza tecnicistica, a cui attenersi come fosse un dogma.
Insomma, di nuovo contro il dogmatismo e contro ogni forma di moderatismo – secondo il grande insegnamento del suo primo maestro, che restò per sempre un partigiano, pure dopo la Resistenza. Di Geymonat, infatti, certamente tradì per alcuni versi il pensiero, innestandolo in maniera originale con quello di altri filosofi. Ne conservò tuttavia il senso profondo e i prerequisiti essenziali: l’onestà, la libertà di ricerca, la sincerità; non disgiunte dalla spontaneità nei rapporti e nelle amicizie, come quella con Marco Mondadori, prematuramente scomparso ormai da venti anni.

Quello che veramente caratterizzava il pensiero di Giulio Giorello – a parte i tradimenti veri o presunti – lo disse lui stesso, ricordando un grande matematico “scomodo”, con il quale la sintonia era pressoché totale. Tanto che, parlandone e scrivendone, era come se esponesse la propria concezione filosofico-scientifica. Ma senza enunciarla come tale, perché si rifiutava di definire in chiave teoretica la propria filosofia e non amava parlare di sé, men che meno chiudendosi nella prigione di un sistema filosofico. Sicché vi allude attraverso Bruno de Finetti, quasi coetaneo di Geymonat e padre del relativismo e del probabilismo soggettivo. Ovvero di una scienza viva, palpitante, psicologica anziché oggettivistica; partorita dal nostro pensiero che liberamente crea, inventando la verità. Perché l’immaginazione è una diveniente energia mentale da cui origina il nuovo; e, quindi, pure la necessità di rifiutare una scienza trasformata in un idolo.
Il che non vuol dire negare la verità scientifica. Bensì rifiutarsi di farne una religione.
Allo stesso modo: anche tutte le strutture istituzionali – o lo Stato stesso – dovrebbero essere mezzi a cui ricorrere per soddisfare bisogni, desideri. E non, invece, fini a cui sacrificare l’autonomia degli individui e l’indipendenza dei popoli.
Perciò, quello di Bruno de Finetti – interpretato magistralmente da Giulio Giorello per esprimere anche il proprio – è un autentico elogio del relativismo contro ogni specie di assolutismo. Ѐ uno dei modi possibili di resistere a tutto ciò che non ci piace, e per non morire di rabbia.
Una resistenza simile a quella del Sessantotto, fondata però, non sulla “immaginazione al potere”, ma sulla forza creatrice dell’immaginazione, da parte di individui liberi. Che sono, soggettivamente, capaci di sentire il probabile verificarsi di un dato evento. Proprio in questo consiste il probabilismo soggettivo di un matematico “scomodo”, come Bruno de Finetti. O come Giorello, che era matematico acutissimo e filosofo geniale.

Contrariamente a ciò che alcuni tendono a dire, lui non era affatto un filosofo pop. E nemmeno uno preso di sé, o uno snob intento a “trovare una trovata” per far colpo, come invece sono molti artisti contemporanei. Era un filosofo libero, perciò, semplicemente un filosofo. Come per secoli lo sono stati tutti i filosofi, che erano – al contempo – matematici, fisici, scienziati e umanisti di sterminata cultura; senza chiudersi nella parcellizzazione del sapere e senza approdare a un generico pressapochismo. Anzi erano tanto precisi quanto enciclopedici, e non nel senso dell’enciclopedismo deteriore.
Sulla loro scia, Giorello si occupò di tutto, anche del tanto amato Topolino, e ne scrisse con estremo rigore. Lontanissimo com’era dall’eccentricità e dalle mode.
APOCALISSEIn uno dei tanti festival della filosofia o della scienza a cui volentieri partecipava, in piedi sul palco si slacciò la cintura dei pantaloni, la sfilò e (mentre tutti pensavano volesse denudarsi per far colpo sugli spettatori) congiungendone gli estremi la dispose in forma di una ellisse che poi ritorse di centottanta gradi. Così – mostrando a tutti a braccia aperte questa specie di fascia ritorta che stringeva con le mani – iniziò a illustrare il cosiddetto nastro o teorema di August Ferdinand Mӧbius.
Tenne quindi un profondissimo discorso filosofico sull’infinito matematico. Mentre era perdutamente assorto in se stesso e in ciò che voleva comunicare agli altri, seguendo la sua lussuriosa passione per la conoscenza.
Passione che lo spinse a scrivere uno degli ultimi suoi libri su un argomento ritenuto da qualcuno come un cedimento (magari senile) alla religione – ma parecchi (si sa) scambiano spesso l’argomento per il contenuto di un’opera.
Si tratta, invece. di un originalissimo commento al Libro dell’Apocalisse. Che lui considerava un testo profetico e poetico nonché attualissimo. Anche e specialmente per gli atei.
Perché vi possono scorgere una inaudita potenza, scatenata contro l’assolutismo dogmatico: contro qualsiasi potere religioso, politico, economico, perfino scientifico se questo diventa un idolo.
Perché, dopotutto, l’Apocalisse è la via negativa dell’utopia, mediante la quale avviene la rivelazione: non della verità assoluta, ma della inconsistenza di qualsiasi oggettivistica e immutabile certezza.

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