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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'ISOLA DELLE FATE

RITABARTLa Sardegna: una terra di primigenio e sempiterno incanto, a volte rispettata, a volte tradita dalla mano dell’uomo. Ma che reca ancora i segni degli albori del cammino della nostra specie E resta un grande giacimento di storia e di bellezza.

           di RITA BARTOLUCCI

 

Quante Sardegne ho conosciuto!
La prima, dal volto antico e primordiale, risale a tanto tempo fa. A essa ne sono seguite altre, a distanza di intervalli brevi e regolari che hanno messo in luce trasformazioni e tradimenti.
L’immagine iniziale è quella che più mi è rimasta in cuore, poiché slegata da qualsivoglia situazione turistica e dalle impressioni parziali e frettolose che ne conseguono. Una visione che è andata componendosi di tanti quadri nel corso di una permanenza durata un anno intero: la stessa del mio esordio come docente. Grazie al lavoro lì svolto, a contatto con ragazzi e famiglie, sono riuscita almeno un poco a entrare nello spirito della terra e della gente. Un’anima che, purtroppo, non ho più trovato nei soggiorni successivi, poiché la vita continuamente cambia e quel che era ieri oggi non è più.
L’ho vista rude, povera, temibile; splendida di naturale bellezza. Mai potrò dimenticare le lunghe file di greggi e il suono cadenzato dei loro campanelli, quando nelle notti di fine autunno rientravano nei paesi, scortate da nere figure a cavallo, coperte per l’intero da cerate a difesa del vento e della pioggia. A me, che ero estranea a quel mondo atavico e ne avevo qualche distorta conoscenza attraverso le storie sanguinarie di sequestri che allora circolavano, inizialmente incutevano un moto di terrore. Con la macchina cercavo di passare via veloce, districandomi tra le infinite pecore. In seguito, capiti meglio i modi della vita pastorale, preferivo accodarmi al gregge per ascoltarne il belato acuto degli animali adulti e quello tenero degli agnelli. IVillasimius paesi trasudavano miseria che i proventi della pastorizia non riuscivano ad alleviare, anche per via delle famiglie numerose, dove otto-dieci figli erano la norma.
L’interno dell’isola era il territorio su cui gli abitanti facevano conto; le coste e il mare erano per loro realtà estranee e spesso ignote. Il turismo, come fattore dell’economia, non stava nella mente di nessuno, se non di un unico potente investitore straniero, Karim l’Agha Kan. Che, rimasto folgorato dalla bellezza della terra, pensò bene di utilizzarla a proprio vantaggio, dando inizio, nella parte Nord, alla costruzione di villaggi-vacanza che la resero nota al mondo intero con il nome di Costa Smeralda. Bisogna riconoscergli una forte sensibilità estetica che lo guidò nell’impresa edificatoria, perché questa non avesse un impatto deleterio su tutto l’ambiente circostante.
Ho avuto, quindi, la fortuna di conoscere e vivere il territorio nella sua quasi integrità fisica, quando le candide sabbie marine, in primavera, si rivestivano di ciclamini e di carnosi fiori violacei e Villasimius era il luogo ove spontanee crescevano le mimose selvatiche dai gran bottoni d’oro che, impavide, si lasciavano scompigliare dai venti. Le coste, alte o basse che fossero, avevano per solo proprietario il mare, screziato nei colori compresi tra il blu, il verde, il turchese e perfino il bianco. Nel gran silenzio di allora, la sua voce risuonava possente, allorché si scagliava vigoroso contro le fenditure rocciose di Capo Caccia e solo il vento gli era pari nel canto, proteso a modellare i graniti in forme tali che nessuno scultore avrebbe mai potuto far di meglio.

Tante trasformazioni sono avvenute nel correre del tempo, inevitabili perché l’esistere comporta il movimento e la natura stessa ne diventa soggetto e oggetto. Certo la mano umana va più veloce e non sempre opera in modo saggio, ma in Sardegna è prevalsa abbastanza la cultura del rispetto ambientale. Ciononostante, capita talvolta di vedere – soprattutto nei paesi meno dotati di spiccato carattere – l’impronta di una nuova uniformità fatta di leggiadre quanto inopportune tinte pastello; tanto in voga oggi, e utilizzate senza discrimine in qualsiasi contesto, che annullano e tradiscono l’anima degli originari insediamenti color terra, che tutt’uno facevano con essa, fino a sparirci dentro in cerca di rifugio da un fuori infido e pericoloso. Del resto, mutata in tutto appare anche la singola struttura abitativa, non più modulata sull’impianto dell’antica casa romana, chiusa all’esterno e cinta da un’alta e grezza muraglia a protezione dell’intimità della famiglia, ma ripensata in forma di civettuola villetta, aperta allo sguardo altrui perché ne colga il prestigio e la ricchezza di chi l’abita. La metamorfosi ha comunque prodotto una serie di Nuraghivantaggi, soprattutto a beneficio dei visitatori, che oggi trovano a disposizione su tutto il territorio un’ampia scelta di strutture ricettive pronte ad accogliere un turismo d’élite e di massa, per dare a molti il piacere di immergersi in una realtà straordinaria che reca, ancora in sé evidenti, i segni degli albori del cammino umano.

Nuraghi e “Domus de Janas” sono le più antiche testimonianze lasciate dalle popolazioni sarde. Si trovano distribuite su tutto il territorio e, per alcuni aspetti, sono ancora avvolte da mistero.
I nuraghi, costruzioni in pietra a forma tronco-conica, risalgono all’età del bronzo. La loro funzione non è certa. Potrebbe essere attribuita a scopo di difesa, come torri di vedetta oppure a fini religiosi. La forza espressiva che da essi si sprigiona è comunque potente, sia che si trovino organizzati in gruppi – il sito archeologico di Barumini ne offre un importante esempio – sia che s’innalzino isolati nel mezzo di campagne. Quando li ho visti, in una lontana prima volta, non ancora erano fatti oggetto di particolare cura e attenzione; spesso erano in rovina o fungevano da stazzi per le pecore. La loro bellezza, però, non ne soffriva perché i grigi megaliti, distesi all’ombra dei sanguigni tronchi delle sughere, proprio dallo stato rovinoso traevano il fascino dello scorrere del tempo, della storia e del perire d’ogni cosa.
Anche le “Domus de Janas” sono documenti plurimillenari da cui si ricavano informazioni circa i modi di concepire la vita e la morte, in un’eterna continuità che gli antichi isolani condividevano con tanti altri popoli del mondo. Si tratta di caverne funerarie scavate nella roccia in cui venivano deposti i corpi dei defunti, insieme agli oggetti necessari a continuare la vita. Leggende successive le hanno ripensate come luoghi magici, abitati da spiriti benigni e malevoli, quali quelli di streghe e fate. Proprio da queste creature immaginarie deriva l’espressione che in lingua sarda significa “Casa delle fate”. La vista delle piccole grotte, come in tante altre situazioni simili, mi ha indotto a pensare a quanto gli Alghero Bastioniuomini di tutti i tempi, compresi quelli odierni, aborriscano dall’idea di fine e la rifuggano cercando in vari modi e forme di garantirsi un’eternità. C’è chi pone fiducia negli affetti e nel ricordo, chi in opere giudicate immortali e chi nella speranza religiosa; sta di fatto che molti si danno da fare per poter proseguire in un infinito cammino.

Tornando alla Sardegna e alle sue beltà, tenterò qualche sommaria descrizione di alcuni centri, a parer mio più suggestivi.
Tra quelli costieri Alghero s’impone per il particolare fascino che gli proviene anche dalla sua anima catalana. Ha antiche origini, fu fondata dalla famiglia genovese dei Doria nel XII secolo e a metà del 1300 venne conquistata dal re di Aragona e fu così che divenne catalana. Cinta da possenti mura, racchiude un centro storico notevole di bei palazzi medievali, chiese e piazze. La passeggiata lungo i bastioni è davvero incantevole, aperta com’è a un mare dai colori ineguagliabili. Per le sue spiagge, calette e insenature, sin dal 1800, è stata oggetto di interesse turistico soprattutto internazionale, evento davvero unico per l’isola a quel tempo. La sua fama è legata anche alla Castelsardolavorazione del corallo rosso e tante sono infatti le botteghe artigiane, dislocate nell’intrico dei vicoli, che mettono in mostra oggetti di gran pregio.
Castelsardo è un magnifico borgo medievale che condivide con Alghero una storia similare, in quanto anch’esso venne fondato dalla famiglia Doria e poi passò sotto il dominio spagnolo. Sorge su un promontorio a picco sul golfo dell’Asinara e già la posizione ne prelude il fascino. Il castello dei Doria domina dall’alto, circondato da una rete di stradine che si snodano verso il basso, su cui si aprono botteghe artigiane d’ogni tipo e soprattutto quelle dove si pratica l’antica arte “dell’intreccio” per produrre cesti e oggetti vari e quelle per la tessitura di stoffe e tappeti dai tipici disegni sardi.

La MaddalenaVicinissimo alla Sardegna, e sua parte integrante, si trova l’arcipelago de La Maddalena. Un gruppo di sette isole , di cui La Maddalena è la più grande.
Per chi ama la natura libera e selvatica è un luogo assolutamente da tenere in conto. L’unico centro è quello che dà nome all’isola: non grande, vivace, pittoresco, con palazzi del 1700 e soprattutto con negozi e ristoranti. Bellissima è la strada panoramica che le gira tutt’intorno e dà occasione di cogliere scorci incantevoli su spiagge, baie e rocce. Il profumo del mare è inebriante e allorché si mescola, per Casa Garibaldi Capreraopera del vento sempre presente, a quello dei ginepri e dei cespi odorosi della macchia mediterranea, diviene indimenticabile. Un piccolo ponte la collega all’isolotto di Caprera completamente disabitato, con la sola presenza della casa-museo di Garibaldi che vi trovò pace negli ultimi tempi della sua vita. Ѐ un’oasi paradisiaca. Solo il canto degli uccelli tra le fitte pinete interrompe il gran silenzio che avvolge quella incantevole natura, dove facile diviene percepirsi come pianta, sasso, cielo e mare.

Bosa è una cittadina di gran bellezza, posta sulla costa occidentale tra il fiume Temo e il mare. Ha origini antiche che rimandano all’epoca preistorica, ma chi l’ha proprio fondata sono stati i Fenici e, in seguito, tanti altri popoli vi hanno lasciato la loro Bosa fiumeimpronta. Il nucleo storico si è sviluppato ai piedi di una collina ed è dominato dal castello dei Malaspina dell’XII secolo; le strade del centro sono strette tra palazzi dalle importanti facciate, rese ancora più prestigiose dalle artistiche ringhiere dei balconi di gusto spagnoleggiante. Il lungofiume con il porto è un luogo ameno e ridente, e s’apre a un borgo dai luminosi colori. Poco distante si è sviluppato il villaggio di Bosa marina con un’ampia spiaggia che va a concludersi in una torre aragonese.
Il poco detto sulle coste è ovviamente soltanto un cenno delle tante meraviglie che esse riservano, tanto che bisognerebbe sostare di continuo per ammirarne il cangiante paesaggio, fatto talvolta di arenili candidi e rosati o di rocce sanguigne di rosso porfido, come quelle di Arbatax che fuoriescono da acque smeraldine. Il loro fascino è comunque legato sempre a quello di un entroterra dalla natura possente, ricca dei sentori amari di una robusta vegetazione mediterranea che, per contrasto, fa risaltare le bellezze marine.

L’interno dell’isola è infatti altrettanto splendido per l’aspetto ispido e selvatico in cui si offre. Oggi è divenuto un territorio facile da attraversare, Orgosolo muralesgrazie a comode strade che hanno sottratto alla solitudine ampie zone e relativi centri, senza peraltro nulla togliere ai grandi silenzi che pervadono queste terre, solcate in tante aree solo dall’alitare del vento e dallo stridio delle aquile.
Orgosolo è il paese più conosciuto della Barbagia e in sé accentra l’anima profonda di tutto l’antico mondo sardo e della realtà agro-pastorale. Un tempo noto per il fenomeno del banditismo, ancora manifesta lo spirito di orgoglio e rivolta, di cui è stato espressione nel passato, attraverso la cultura dei “murales”. Si tratta di dipinti che troneggiano su tutte le facciate delle case per denunciare la miseria, l’ingiustizia patite dalla gente e propongono anche immagini che ritraggono scene di vita quotidiana e della tradizione pastorale. Sono figure dai colori forti, chiusi entro tratti scolpiti che si fondono con l’asprezza del paesaggio esaltandolo in un corale canto, quale quello “a tenore” vanto di questa terra.

Nuoro è la “capitale” di una realtà interna e segreta. Una piccola grande città, culla delle più antiche e genuine tradizioni sarde e patria di artisti e letterati di respiro internazionale. Più che di una bellezza sua, si fregia di quella che le viene da un contesto ruvido e imponente, di cui è protagonista il monte Ortobene, ai piedi del quale sorge da un altopiano granitico. A un superficiale e frettoloso occhio turistico potrebbe Mamuthonesapparire deludente, perché non ha una vistosità “lussuosa”, o meglio esorbita da canoni estetici da cartolina patinata. Nei quartieri del centro storico – tra le strette strade, case in pietra, piccole piazze – fino a non molto tempo fa, era normale veder girare uomini in gambali, coppola e fucile in spalla e donne anziane ravvolte in nere vesti vivacizzate da scialli ricamati, non a scopo di attirare lo sguardo turistico, ma come normali abiti d’uso quotidiano che testimoniavano della forza della tradizione. La città è anche uno scrigno di raccolta della produzione artigianale che vi confluisce da tutto un circondario con articoli di vario genere e grande pregio. Magnifiche sono le maschere ancestrali del carnevale sardo, realizzate per scacciare la malasorte ed esposte nelle vetrine di particolari botteghe. Tra tanti modelli prevalgono quelle dei Mamuthones in legno nero e degli Issohadores in legno bianco, indossate insieme a pelli e campanacci per inscenare una tipica danza ritmata, che riporta ai miti di un mondo arcaico, ancora vivo, nel cuore di una città forte come i graniti che la sostengono.

A questo punto, potrei diffondermi ancora a lungo su tante altre località, ma non penso sia importante la quantità d’informazioni, quanto piuttosto il saperle trasmettere facendo vibrare l’anima della terra e della gente che l’abita. Non so quanto sia riuscita a farlo, perché tra il desiderio e la sua realizzazione corre sempre un mare.

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