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 NewsLetter 

Blog collettivo fondato e coordinato da Nando Cianci - Anno VIII   -  2024

L'ALTERNATIVA AMERICANA

Living Theatre 20141027 06 135 137WPIniziamo un viaggio a puntate nel decennio della contestazione negli Stati Uniti: la Beat Generation, gli hippies, il teatro, la musica, i film, il pacifismo, il rifiuto delle convenzioni.  

ROBERTOIntorno alla metà degli anni Sessanta, gli Stati Uniti sono investiti da una radicale forma di protesta. Il movimento ha inizio il 14 settembre del 1964 a San Francisco, con l’occupazione del campus dell’Università di Berkeley. Si tratta di un evento, destinato a durare fino al 5 gennaio del 1965, che rappresenta l’elemento catalizzatore di una serie di fermenti che, dall’inizio del decennio, vanno maturando nella società nordamericana: tra essi la cultura della Beat Generation, particolarmente apprezzata per l’identificazione da essa stabilita tra arte e vita; la riflessione teorica di pensatori quali Wilhelm Reich ed Herbert Marcuse;  i movimenti neri radicali delle Pantere Nere e delFIRMA LEOMBRONI Black Power; il rifiuto delle convenzioni sociali, che si manifesta in particolare nel movimento degli hippies, o “figli dei fiori” (tra essi emerge la componente radicale degli yippies, militanti nello Youth International Party, YIP, guidato da Jerry Rubin e Abbie Hoffman, nel quale convivono pacifisti e sostenitori della guerriglia urbana); la creazione di una cultura alternativa, fondata sulla non-violenza, sul libero amore, sui culti della religiosità orientale, sull’uso delle droghe leggere, sui messaggi della musica rock o di quella di Bob Dylan. Non mancano, infine, esperienze teatrali libertarie, come quella del Living Theatre, un gruppo fondato a New York nel 1947 da Julian Beck e dalla moglie Judith Malina, che tende a collegare vita comunitaria e pratica teatrale sotto il comune denominatore di una concezione libertaria della vita.
A differenza di quanto accade in Europa, e in particolare in Italia, non c’è, nei giovani americani, anche per l’assenza di un forte partito comunista, un’adesione alle idee marxiste. Alla base del movimento, c’è soprattutto una protesta di segno pacifista contro la guerra nel Vietnam, che si manifesta con numerosi sit-in, una diffusione della renitenza alla leva, e la conseguente fuga all’estero per sottrarsi all’obbligo militare. A essa, si intreccia il movimento dei neri contro la segregazione razziale. Il 28 agosto del 1963 si era svolta la marcia più famosa, che aveva portato a Washington centinaia di migliaia di persone in lotta per il lavoro e la libertà. In tale occasione, le rivendicazioni dei neri, per la prima volta, erano state appoggiate da un vasto movimento pacifista che coinvolgeva anche i giovani bianchi.
Negli stessi anni in cui divampa la protesta, nascono le prime organizzazioni di colore: da una parte ci sono gli “integrazionisti” guidati da Martin Luther King (premio Nobel per la pace nel 1964), pacifisti e sostenitori di un’eguaglianza non violenta; dall’altra ci sono il Black Panther Party e il Black Power, favorevoli al “separatismo”, le cui idee si ispirano per lo più agli insegnamenti di Malcolm X, un predicatore newyorchese, esponente del movimento dei Black Muslims (“Musulmani Neri”), assassinato ad Harlem, nel 1965, dai suoi stessi ex confratelli.
Il 15 aprile del 1967, un corteo di 100 mila persone sfila per le vie di New York, chiedendo la fine della guerra nel Vietnam. Un’ulteriore grande marcia per la pace, organizzata dal moviment studentesco, si svolge a Washington il 21 ottobre dello stesso anno. Tra il 1967 e il 1969, circa diecimila giovani americani muoiono ogni MARTIN LUTHER KINGanno in Indocina, e gli studenti urlano ripetutamente nei loro cortei lo stesso slogan: Hey! Hey! LBJ – how many kids – did you kill today?. Mentre Jerry Rubin lancia l’invito a non fidarsi di “nessuno che abbia più di trent’anni”, tra gli adulti, tuttora ancorati al mito di una irreale famiglia perfetta, comincia  a emergere la consapevolezza del preoccupante abisso che si sta scavando tra le generazioni, e che minaccia di estendersi in tutto il mondo.
Intanto, le rivolte della popolazione di colore si susseguono fino al 1968, l’anno in cui, il 4 aprile, Martin Luther King è assassinato a Memphis, mentre parla dal balcone di un motel. L’immediata  protesta che ne segue culmina nella “notte dei fuochi”, e arriva a minacciare la stessa Casa Bianca. Contemporaneamente, gli scarsi risultati ottenuti dal movimento di contestazione durante la presidenza Johnson spingono consistenti frange giovanili ad adottare forme di lotta sempre più violente: il culmine della tensione si raggiunge, tra aprile e maggio del 1968, alla Columbia University di New York, dove  iniziano i primi scontri con la polizia, seguiti, a breve distanza, da analoghi disordini a Harvard e all’Università Statale di San Francisco. Violenti incidenti esplodono anche durante i lavori della Convenzione democratica, riunita a Chicago alla fine di agosto del 1968. Per tutta la durata dei lavori, l’intero universo della contestazione, dai militanti politici ai cantanti rock, dagli hippies agli artisti, si riuniscono al Grant Park di Chicago per una contro-convention, destinata a degenerare in scontri urbani, nel corso dei quali la polizia reprime duramente i manifestanti pacifisti.
Il 5 giugno del 1968, nell’Hotel Ambassador di Los Angeles, si verifica l’ennesimo assassinio politico: il giordano Sirhan B. Sirhan uccide Robert Kennedy, fratello di John Fitzgerald, il secondo protagonista, accanto a Martin Luther King, della lotta per i diritti civili e per la pace.
Tra i film che meglio rispecchiano l’atmosfera del Sessantotto americano, si distingue Easy Rider (1969) di Dennis Hopper, considerato il biker movie per antonomasia. A differenza dell’avventuriero focoso, selvaggio, “eroico”, protagonista del western classico, i suoi protagonisti si presentano infatti come due “antieroi”, easy riderhippies pacifisti e amanti della musica pop che, a differenza di quanto accade nei tradizionali road movies americani, non si spostano verso il West, bensì verso la costa orientale degli Stati Uniti (la meta del loro viaggio è il carnevale di New Orlèans), dopo aver venduto una partita di droga per pagarsi le spese del viaggio. Al posto del cavallo, mezzo di locomozione degli eroi del western tradizionale, essi usano il chopper, una motocicletta dagli strani manubri, piuttosto diffusa tra la gioventù benestante degli anni Sessanta. A bordo di essa, i due giovani percorrono lunghe strade, spesso deserte, alla ricerca di un luogo in cui realizzare il sogno della propria vita. Li accompagna una colonna sonora pressoché ininterrotta che, per la prima volta, non è costituita da brani originali, composti appositamente per il film, bensì dalle più celebri voci del rock americano di quegli anni, da Bob Dylan a Jimi Hendrix. L’identità dei due ragazzi coincide con quella dei “figli dei fiori”, che amano il viaggio solitario, vestono liberamente, portano i capelli lunghi e fumano spinelli. Ma il loro stile di vita è destinato inesorabilmente a cozzare contro i pregiudizi e le ottusità della società bianca, borghese e benpensante, del Sud, razzista e ignorante, timorosa di vedere messi in discussione i propri modi di vita. Il film di Hopper si ispira ai precedenti “film motociclistici” di Roger Corman, come The wild angels (1966) ma anche, e soprattutto, a Il sorpasso di Dino Risi e, come quest’ultimo, incontra uno strepitoso successo di pubblico, in Europa più che in America, riscuotendo il plauso dei movimenti di contestazione del vecchio continente. Si tratta di un road-movie rock che, in quanto tale, si riallaccia a una ricca tradizione letteraria (in primis quella della Beat Generation) e cinematografica, all’interno della quale il mito americano della frontiera viene interpretato alla luce degli elementi tipici della cultura alternativa sessantottina, quali il nomadismo, la musica rock, le esperienze allucinogene (“sdoganate” per la prima volta in un film), e soprattutto una smisurata voglia di libertà. La moto, in tale contesto, non è più il veicolo del teppismo giovanile, come in Il selvaggio dio Laszlo Benedek (1953), bensì un mezzo di trasporto anticonformista, utile per viaggiare pacificamente e liberamente nel proprio paese. Wyatt e Billy, i due protagonisti, non si atteggiano a modelli positivi, e non sono portatori di proposte: sono, al contrario, i figli di un’America che, soprattutto con la guerra nel Vietnam, ha smarrito la propria “innocenza”, gli ideali e i sogni su cui è nata. Soprattutto il messaggio finale del film appare chiaro, nella sua indignata denuncia del conformismo e della miseria intellettuale della provincia americana degli anni Sessanta: chi, consapevolmente o meno, si oppone al potere costituito, e pretende di vivere in maniera diversa dai canoni dettati dalle regole sociali approvate dalla maggioranza, è destinato a cadere vittima del razzismo e dell’intolleranza altrui.  (1.continua)

 

La foto del titolo (Living Theatre) è commons wikimedia.
Le foto di M. Luther King e Easy Rider sono flicr.com

 

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