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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL SORRISO MASCHERATO

SORRISO MASHERINAIl confinamento ha interrotto la benefica «catena di sorrisi» che, in tempi normali,  lasciamo nei luoghi della vita sociale. Ma l'esperienza attuale può insegnarci molto.             

di EIDE SPEDICATO IENGO

 

È bastato il salto di specie di un impercettibile virus per mostrare la vulnerabilità e la labile finitezza dell’uomo, la vanità delle frontiere, le barriere delle SPEDICATOdiseguaglianze, l’assenza di equilibrio e di misura dell’arrogante e miope umano del XXI secolo. Nel modo che gli è proprio, il Covid-19, invisibile e contagioso agente patogeno, ha certificato l’abbaglio dell’uomo signore della Storia; dimostrato la sua inadeguatezza a prevedere l’imprevedibile[1], allertato sui presumibili esiti dell’insensata predazione suicidaria di una società che crede nella religione della tecno-crescita infinita, precisato che non esiste un mondo della natura e un mondo degli esseri umani, ma solo il Mondo. Detto altrimenti: rendendo visibili i limiti e i paradossi del processo di interconnessione globale del nostro tempo, ha destabilizzato la nostra natura di animali sociali e consentito l’ingresso a realtà drammatiche e spaesanti.
 Questi mesi di confinamento hanno, infatti, rallentato il tempo, trasformato bruscamente consuetudini e ritmi abituali, limitato lo spazio dei contatti diretti vicariandoli con altri indiretti, richiesto la rimodulazione della quotidianità[2]. Nella bolla di prassi e contatti vigilati abbiamo imparato a utilizzare codici di comportamento algidi e guardinghi, a vivere lontani gli uni dagli altri (pur se in un mare di flussi, connessioni virtuali, immagini mediate da uno schermo) e, non da ultimo, anche ad anestetizzare i canali sensoriali del corpo: per esempio, abbiamo messo in pausa il vocabolario degli affetti, il tempo di un saluto, il calore di un abbraccio, il piacere di una stretta di mano, la tenerezza di una carezza e, talora, anche la pietas per chi muore[3]. In sintesi: l’ansia, l’insicurezza, il timore del contagio se per un verso hanno tacitato i rumori artificiali, avvolto le città in un silenzio surreale e restituito alla natura la sua voce, per un altro verso hanno proiettato nell’inquietante dimensione della irrealtà.
Questa situazione ha messo a dura prova soprattutto alcuni degli elementi cardine del “primo” alfabeto di cui l’uomo dispone, che non è quello articolato, fatto di parole, ma quello definito dalla realtà corporea. È il corpo, infatti, che costituisce il portale d’accesso per tutte le informazioni utili alla vita. Come si evince dall’ampio spettro disciplinare degli studi sulla comunicazione, oltre quella linguistica, un universo di segnali, simboli, gesti, segni affiancano, rinforzano, talora contraddicono ciò che viene espresso attraverso la parola. Il corpo, dunque, parla pur se in modo silenzioso, e il suo linguaggio è invariabilmente più sincero e meno manipolabile di quello verbale perché molti dei suoi segnali sono di natura inconscia. Attraverso le posture corporali, i gesti delle mani e dei piedi, il contatto oculare (cinesica); le dinamiche di interazione spaziale (la prossemica); il tatto (l’aptica) il LINGUAGGIO SEGNIcorpo trasmette informazioni, stabilisce gerarchie, esprime valori, disegna mappe sociali e culturali. Insomma, parla attraverso messaggi che si attivano sia a seguito di precise convenzioni prodotte dalla società e dalla cultura, sia in base a profondi radicamenti biologici, riuscendo, peraltro, a smascherare con successo anche ciò che gli umani si impegnano a dissimulare.
 Va da sé che all’interno di questa folta e diversificata dimensione informativa il volto riveste un ruolo di particolare rilievo. La mimica facciale, infatti, è una sorta di libro aperto: non solo lascia intravedere pensieri deliberatamente nascosti dalla comunicazione verbale, ma rivela anche emozioni per così dire universali che superano i contesti sociali, culturali e spazio-temporali. Di quanto si afferma è prova, per esempio, il sorriso che -universalmente inteso in veste di propensione al contatto - definisce uno stato emozionale arcaico verosimilmente antico quanto la vita stessa: appartiene, infatti, alla categoria dei gesti primari innati. Compare, non a caso, già a circa sei settimane dalla nascita e si declina all’interno di un vocabolario espressivo tanto frastagliato quanto differenziato nelle sue accezioni. Per esempio, il sorriso innato, istintivo, incondizionato che corrisponde a un’esperienza di piacere, oppure quello intellettuale che segue alla risoluzione di un problema, o quello sociale promosso dall’instaurarsi di autentici rapporti affettivi disegnano un paesaggio comunicativo di segno ben diverso da quello tracciato, per esempio, dai sorrisi di circostanza, o da quelli doverosi che ossequiano un rituale sociale, oppure da quelli calcolati che mirano a compiacere l’interlocutore o da quelli legati a specifici ruoli professionali (il sorriso da hostess) oppure da quelli stereotipati degli influencer. In linea CONTAGIO SORRISOgenerale, dunque, e a prescindere dal ventaglio di tipologie in cui si inscrive, il sorriso indica, comunque e in ogni caso, una disposizione alla relazione[4].   
Va da sé che, in questa fase di esistenze inglobate e sospettose, questa sua qualità di lievito allo scambio comunicativo vive una fase di drammatica sospensione, privando noi animali da branco di non pochi dei suoi benefici effetti. Come è noto, infatti, il sorriso è terapeutico. A seguito dell’attivazione dei muscoli facciali incaricati di produrlo, il cervello inizia a produrre dopamina, seratonina ed endorfine che attivano stati emotivi positivi ed effetti immunostimolanti. Il che vuol dire che il cambio di espressione prodotto da un sorriso, cambia anche lo stato d’animo di chi sorride, come peraltro attesta la disciplina che studia le potenzialità terapeutiche del buon umore (la Gelotologia). Oltre a generare una migliore versione di sé, il sorriso contagia coloro ai quali è diretto (è raro non rispondere a chi ti sorride) e, come se non bastasse, costa poco anche al nostro sistema muscolare. A quanto è dato sapere, una smorfia di rabbia coinvolge settantadue muscoli facciali, mentre per allargare gli angoli della bocca ne bastano solo dodici [5].
Ma, come poc’anzi accennato, quella catena di sorrisi che inconsapevolmente ciascuno di noi, in tempi normali, avrebbe lasciato nelle strade, nei negozi, nei mercati, nei bar, nei parchi, nei luoghi di lavoro e di svago, si è drammaticamente interrotta, e alla sua assenza neppure lo sguardo, che pure si impegna a vicariarne la funzione, può bastare.
Tuttavia, l’esperienza del “sorriso sospeso” -chiara metafora (almeno a mio avviso) delle criticità dell’attuale momento storico- non dovrebbe finire nel dimenticatoio ma, all’opposto, essere diligentemente immagazzinato in memoria. Infatti il volto coperto dalla obbligatoria mascherina ha insegnato (dovrebbe aver insegnato), sebbene in modo brusco e sgarbato, che siamo materia vivente nel tessuto naturale della vita, che la vita poggia sulla reciprocità, che l’altra faccia della libertà è la responsabilità, che le filosofie predatorie non pagano, che l’individualismo radicale è un virus nefasto, che l’umanità deve fare i conti con i propri errori. E l’elenco potrebbe continuare. Dunque: se non si vuole che il sorriso torni nuovamente a soffrire di afasia, diventa inderogabile orientare in modo altro le nostre priorità, imparare a vivere con il mondo, iniziare a correggere il presente per progettare un futuro “a misura d’uomo”. Diversamente non se ne uscirà: perché, per dirla con Franco Ferrarotti, il vero progresso è generato solo dall’umanità che conosce i propri limiti.

[1] Su questo tema V. Teti, Prevedere l’imprevedibile, Donzelli, 2020.
[2] La segregazione imposta dalla pandemia se, per un verso ha indotto a guardare con occhi nuovi spazi abitativi vissuti senza affettività, riscoprendo il valore di intimità e quotidianità familiari anemizzate dalla routine, per un altro verso e non episodicamente, ha promosso e accentuato tossicità relazionali ed espressioni di violenza.
[3] I. Dionigi, Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo, Raffaello Cortina, 2020.
[4] Una recentissima lettura del sorriso si deve al recentissimo testo di Michele Smargiassi (La fotografia comica e ridicola, Contrasto, 2020) che, attraverso un ricco excursus sulla fotografia del sorriso, diventa pretesto per riflettere su questa espressione tanto semplice quanto essenziale alla vita.
[5] A. Caprotti, Sorridere conta, in Avvenire 5 agosto 2020

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