La crescita equilibrata dei bambini, che passa anche attraverso l'elaborazione del trauma, non è compatibile con i tempi pachidermici dei procedimenti giuridici.
di NANDO CIANCI
Non occorre immergersi in una vasta letteratura scientifica, né salire a bordo del batiscafo della psicanalisi, per esplorare le conseguenze che possono avere su un bambino l’angoscia dell’abbandono e la frustrazione del senso di sicurezza. L’esperienza e il buon senso bastano per dirci quale fonte di sofferenza esse siano e come possano manifestarsi anche senza una lontananza fisica della madre. È sufficiente che l’abbandono sia “sentito” dal bambino. Se poi sono gli adulti a incoraggiarle, la frittata è completa.
Nel dibattito pubblico sulla “famiglia del bosco” stiamo, però, fondamentalmente parlando di altro. Per “dibattito” non si intende qui, naturalmente, le valanghe di contumelie, trivialità, reciproci auguri di gravi malanni personali che da certi profili, veri o costruiti ad hoc, sui social si lanciano quei sostenitori delle opposte tesi che non hanno degnato il problema di neanche uno straccio di riflessione. Anzi, la prima cosa da fare sarebbe che le tifoserie ritirino i loro striscioni, le loro mazze da baseball e le loro tastiere dagli spalti e cerchino, per i loro combattimenti, arene dove non siano messi in gioco i sentimenti e l’avvenire di esseri innocenti. A questa vicenda si addicono, invece, la riflessione pacata, il rispetto per tutte le persone implicate, nella famiglia e nelle istituzioni, l’osservare con umiltà e con intelligenza gli squarci che la cronaca apre sulla nostra stessa vita, sulle nostre idee di libertà individuali e collettive, di comunità, di Stato, di educazione.
Non si sfugge, nel dibattito in corso (ma anche in diverse scelte dei protagonisti adulti della vicenda), all’impressione che i comportamenti siano non di rado dettati dall’ansia di rendere i “bambini del bosco” uguali a noi. Ma a quale “noi”? Chi è questo “noi”? Quello dei genitori che concepiscono come diritto sacrosanto il farli crescere secondo le proprie radicate convinzioni? Quello che interpreta la tutela pubblica dei bambini come astratto diritto? Quello che combatte le sue battaglie come se non esistesse una interiorità dei bambini?
Una prima diatriba, nel concreto svolgersi dei fatti, sta avvenendo su quali siano i diritti preminenti dei bambini e su a chi tocca tutelarli. Nella versione meno nobile essa assume i connotati del dilemma se i figli “appartengano” alla famiglia, allo Stato, o a entrambi. Varrà, qui, la pena di ricordare quella che dovrebbe essere un’ovvietà: i figli non sono di “proprietà” di nessuno, se non di se stessi. E, perciò, chiunque voglia degnamente partecipare all’avventura educativa è dalla loro irripetibile, complessa e ricca individualità che deve partire. Chiunque sia incaricato di proteggerli, fino a quando essi non saranno in grado di farlo da soli, da nient’altro dovrebbero essere ispirato se non dal desiderio di garantire loro una crescita serena, equilibrata. Il che significa anche non infliggere loro traumi irreparabili. Non evitare tutto ciò che non sia rose e fiori, perché, come ogni educatore sa, bisogna passare anche per piccole frustrazioni e abituarsi a qualche sconfitta per crescere. Ma quello è un altro discorso. Qui è in ballo l’essenza stessa dell’educazione: aiutare i bambini a camminare da soli sentendo, in tenera età, che gli adulti sono al loro fianco, a sostenerli. E, invece, qui gli adulti appaiono impegnati in un conflitto. Il che non può che generare, per stare alle conseguenze più semplici, che insicurezza e disorientamento.
Una riflessione, onesta e aperta, andrebbe fatto proprio su questo. Gli adulti, tutti gli adulti, hanno fatto sentire ai bambini la loro fiducia? Hanno mostrato loro che la comunità ha a cuore la loro felicità, la loro crescita serena? Che possono incamminarsi per le strade del mondo con fiducia in se stessi e negli altri?
Senza aver la iattanza di giudicare la vita degli altri, e con la facilità del senno di poi, non sembrerebbe. Alla famiglia, con tutta evidenza, è mancata la percezione di come stanno le cose al di fuori del bosco. Sembra che abbia reagito con ostilità ai primi tentativi di intervento delle istituzioni, vivendo questi tentativi come un’intrusione indebita e, forse, come atti di aggressione. Si è fatta dominare dalla diffidenza e ha reagito, se non abbiamo capito male, chiudendosi per un po’ di tempo in se stessa. Se è così, ha commesso un errore grave. Un errore di valutazione, anzi di sottovalutazione, diciamo pure di superficialità nel non intravedere le dinamiche che una “guerra” aperta con le istituzioni avrebbe messo in moto. Non è un crimine. È, per l’appunto, un errore. E gli errori vanno corretti, non puniti come atti delinquenziali. Per di più con una pena, la separazione, che per i genitori (e ora anche per i nonni) è peggio di un ergastolo.
Le istituzioni devono pervicacemente agire, sottraendosi ad ogni tentativo di imboccare scorciatoie autoritarie, per dialogare con chi ritiene in errore. Lo hanno fatto fino in fondo, cioè con tempo (il tempo dei bambini, non quello degli adulti) e pazienza, prima di far esplodere il dramma?
Ma, con queste considerazioni, siamo ancora ad una visione parziale del problema. Perché gli adulti, pur soffrendo a dismisura, sono stati in qualche modo dalla vita attrezzati ad affrontare sacrifici, dolori, drammi. Il vero nocciolo della questione sta nell’animo dei bambini e nel futuro che stiamo dischiudendo loro.
Separandoli dai genitori e dagli altri familiari, abbiamo agito come se la vita di quei bambini si potesse temporaneamente sospendere, come se si potesse instaurare un periodo di vacanza in cui sensazioni, percezioni, suggestioni, sentimenti, sogni, fantasie non entrassero nel loro intimo. Ma non si può sospendere la vita di una persona. Ancor più se essa è bambina. Quel che viene perduto non potrà più essere reimmesso nel flusso della vita. Quel che di traumatico vi è stato immesso non potrà essere del tutto cancellato. Stiamo trattando questi bambini come se fossero macchine oggetto di simulazione nella galleria del vento, cioè esseri inanimati sospesi in una situazione sperimentale, in attesa di risultati. Ma, in realtà, il vento non è intorno a loro. Il vento soffia impetuosamente dentro di loro, arrecando danni che – ogni giorno che passa – rendono più difficile la ricostruzione.
Tutto ciò rende urgente l’immediata ricomposizione del nucleo familiare, il cui scioglimento è – a prescindere da motivazioni e responsabilità – comunque un trauma per i bambini. E ciò senza disconoscere quanto sia arduo e spinoso, in tempi come questi, il lavoro di assistenti sociali, magistrati e quanti altri sono chiamati a sciogliere una così amara vicenda.
Quel che però il buon senso mostra come assurdo e disumano è la lunghezza intollerabile dei procedimenti. E, di conseguenza, della separazione. Lo sviluppo equilibrato dei bambini, che passa anche per l’elaborazione e il superamento del trauma, non è compatibile con i tempi pachidermici delle decisioni. Certo le procedure sono complesse, ma qui il ritmo deve essere dettato dal benessere dei bambini e non dalle procedure. E se proprio devono durare tanto, che le si svolgesse nel mentre i bambini vivono con i loro genitori. A meno che non si intravedano gravi pericoli immediati che la presenza dei genitori potrebbe causare (il che, alla luce del passato, sembra poco realistico). Di fronte al dubbio che dei bambini vengano defraudati di loro diritti fondamentali è giusto indagare, spiegare, riaffermare diritti infantili che si ritengono negati ed obbligare a soddisfarli. Se necessario, espletare anche le perizie che in questi giorni si vanno svolgendo. Ma senza separare genitori e figli. Poi, i fatti diranno cosa è meglio fare.
Non bisogna mai dimenticare che in questa vicenda ci sono persone che soffrono duramente, dentro e fuori dalla famiglia. Perché, come rammentava Shakespeare: «Tutti sono bravi a dominare un dolore, tranne colui che ce l’ha».
(Articolo già pubblicato su il Centro del 17 febbraio 2026)