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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

QUESTIONE DI CLIMA

BRUNO1 contigianiL’esperienza di un carcere dove la trasparenza dell’informazione sta consentendo una corretta gestione dell’attuale emergenza del coronavirus. In attesa che le attività culturali e lavorative, da tempo operanti, possano riprendere.

                      di BRUNO CONTIGIANI

Gentilissimi,
vi rivolgo poche sincere parole nella speranza che stiate tutti in salute.
Il nostro istituto, come ben sapete, ha fronteggiato da subito l’emergenza sanitaria adottando misure stringenti per quanto riguarda gli ingressi di figure diverse dal personale penitenziario e sanitario, con l’evidente obiettivo di prevenire e limitare la diffusione del contagio. Abbiamo seguito e recepito l’evoluzione normativa delle diverse articolazioni dell’apparato statale, prevedendo di volta in volte misure organizzative congrue di cui abbiamo pressoché quotidianamente dato conto alla popolazione detenuta, attraverso le loro rappresentanze e direttamente in sezione.
Con orgoglio posso dirvi che, grazie all’incredibile impegno del personale, l’ondata di proteste non ha investito (se non in minima parte) i nostri detenuti che, allo stato, stanno mantenendo nel complesso un comportamento di comprensione e responsabilità e vivendo in un contesto ordinato. Di tanto in tanto, pur afflitta dalle emergenze contingenti, penso al nostro Progetto... e alle tante cose da fare insieme…. Vi lascio dunque così: al cessare dello stato emergenziale, convocherò la
Rete, per ricominciare all’insegna della condivisione e del buon lavoro.
Vi abbraccio

Si tratta della lettera che il Direttore (che volutamente ho lasciato nell'anonimato, in questo caso una donna) ha inviato a tutte le associazioni di volontariato che collaborano con il suo istituto penitenziario. Penso che non sia un caso se in quel carcere i danni e le perdite causati dalle CARCEREsommosse siano stati limitatissimi, nonostante sia sovraffollato, sotto dimensionato come personale e variamente popolato. Personalmente sono anche convinto che le proteste siano state in buona parte orchestrate ed esasperate, facendo leva sulla giusta preoccupazione di chi sta dentro (non dimentichiamo la polizia penitenziaria, però) ma non è di questo che voglio parlare. Il carcere è in parte simile a una scuola o un ospedale, a parità di strutture, di numero di studenti funziona meglio o peggio a seconda del clima che si riesce a instaurare, del collegamento con il territorio, dell'attenzione e dell'ascolto che chi vi opera riesce a porre nei confronti degli “utenti”. Ogni carcere è diverso dall'altro.
Sono più di dieci anni che con Vivere con Lentezza, portiamo avanti letture ad alta voce e iniziative che inducano alla riflessione i detenuti in diverse carceri e ne sono sempre più convinto. Alla fine di tutta questa terribile storia pandemica mi auguro ci si ricordi di che cosa è accaduto.
Vi sono questioni che spero non resteranno irrisolte che riguardano le relazioni interpersonali, che in casi di emergenza potrebbero essere surrogate dall'utilizzo di collegamenti sicuri con Internet. Non solo in casi di emergenza, una volta testate. In un mondo, in cui a sentire Edward Snowden, buona parte delle nostre conversazioni è sotto controllo è impensabile che non si riesca a dare un accesso limitato e controllato alla Rete anche negli istituti di pena (accade in forma limitata solo in poche carceri italiane). Ho spesso discusso con “i ragazzi” del fatto che sono contrario all'amnistia e all'indulto, alle normative “svuota carceri”, ma sono convintamente a favore del fatto che in carcere possano sempre godere dei loro diritti, in termini di spazio, di tempo, di relazioni, di opportunità di studio e di lavoro, e che alcune leggi vadano riviste, perché producono solo un incremento di carcerati, mentre le pene alternative languono. E che non valga la pena di rinunciare a tutto questo in cambio di un accorciamento ipotetico della pena. Il carcere è luogo di disparità, di piccole ingiustizie, di favori, che fanno crescere nella testa delle persone ristrette l'idea che non ci sia niente da fare, e che nulla cambierà. Riuscire a modificare questa percezione, anche con piccoli passi, sarebbe un primo risultato verso il recupero di almeno una parte dei condannati. Il fatto che le proteste non siano scoppiate in tutte le carceri italiane fa capire che molto dipende non solo dalla qualità delle strutture e dalla composizione delle persone recluse, ma soprattutto da come si gestiscono gli istituti, dal clima che si riesce a instaurare, nonostante le carenze del personale e il sovraffollamento. Come è riuscita a fare senza troppe pretese il direttore in questione.

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