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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'ARCHITETTO CIVILE

Vittorio Gregotti 1Con Vittorio Gregotti scompare un borghese illuminato, che preferì il Politecnico alla fabbrica di famiglia, progressista ed anche uomo di potere, che egli intese (con contraddizioni e compromessi) come uno strumento per fare.

                di MASSIMO PALLADINI

 

La stampa ha registrato ampiamente la notizia della morte dell’architetto Vittorio Gregotti  a seguito di una polmonite dovuta al coronavirus. Aveva 92 anni ed era ricoverato con la moglie Marina Mazza, che lotta ancora con il morbo. Mi ha sorpreso questa ampiezza che attribuisco alla curiosità dei media per le vittime note dell’attuale pandemia; infatti Gregotti era lontano dalle cronache ormai da diversi anni e, non solo per ragioni anagrafiche, non più protagonista della vicenda architettonica contemporanea oramai interpretata da attori che declinano in maniera molto diversa questo antico mestiere. Sono le Archistar, contro le quali Vittorio condusse la sua ultima polemica, alla fine con toni sempre più rassegnati. Gregotti attribuiva loro una grande responsabilità nell’aver portato la disciplina tutta dentro il sistema della comunicazione, trascurando elementi basici come il rapporto col contesto paesistico o urbano, la ricerca della durata, la tensione tra tecnologia e permanenza delle forme. Naturalmente li rimproverava di fornire il loro eclettico repertorio formale ad una tendenza alla dissipazione della cultura urbana, che imputava però ai developers immobiliari ed anche a molte istituzioni pubbliche. Gregotti pensava invece che il committente finale, quello che doveva essere presupposto oltre il cliente, fosse il cittadino al quale l’architettura avrebbe dovuto offrire momenti di “distanza critica” dallo spazio costruito omologato ai modelli dominanti.
Il Nostro era uno degli ultimi esponenti della generazione che aveva seguito (ed aveva conosciuto) i “pionieri” del Movimento Moderno; insieme ad altri aveva cercato una diversa calibratura di quel movimento  quando esso si era involuto nelle forme commerciali dell’International Style (in fondo macchiandosi delle stesse colpe che egli imputava alle ultime espressioni dell’architettura-spettacolo); ma l’impostazione era la stessa, appena aggiornata dal rapporto con un sistema industriale (in specie quello lombardo) fortemente evoluto: costruire la propria attività  e la propria immagine nell’intreccio tra lo studio di progettazione, le riviste, l’Università. Gregotti lo ha fatto con costanza, determinando una riconoscibile linea di condotta; come lui, forse, si è mosso solo Paolo Portoghesi (con formazione ed esiti molto diversi), promuovendo, aggregando, aprendo spazi nuovi (come mediante la Biennale di Venezia che entrambi diressero).  Dopo la fucina della redazione di Casabella-Continuità, sotto la direzione del carismatico Ernesto Nathan Rogers (componente dello studio BBPR, in cui  con Banfi, Belgiojoso e Peressutti aveva vissuto il tormentato e fertile Razionalismo italiano) Gregotti promosse una attenzione verso la grande dimensione, indicando nella scala del paesaggio “Il territorio dell’architettura”. Dopo alcuni fulminanti numeri di Edilizia moderna, in cui mostrò anche di saper coinvolgere talenti diversi e non necessariamente ortodossi rispetto alla sua linea, si lanciò nella stagione dei concorsi, che sembrava prelBicocca 1udere ad un controllo qualitativo delle impetuose trasformazioni italiane. Pezzi di carta, invece, tranne qualche eccezione; tra queste segnalo la sede dell’Università della Calabria che fu voluta come infrastruttura di eccellenza scientifica a sostegno dello sviluppo meridionale, alla quale Gregotti forni un forte segno architettonico, teso come un ponte sopra le colline. Sia l’istituzione accademica che il progetto cozzarono contro burocrazia e conservatorismi; ma, del secondo, è ancora leggibile la coraggiosa impostazione.
Vennero gli anni di Casabella; il rilancio di una rivista apprezzata nel mondo avvenne dalla cattedra di Venezia, coinvolgendo filosofi, storici dell’arte, urbanisti come Bernardo Secchi. Il successo professionale esplose in quegli anni, e di fatto Gregotti (che dirigeva anche la preziosa Rassegna, periodico monografico) entrò nel Gotha dell’architettura europea insieme a Oriol Bohigas, Alvaro Siza, James Stirling, Aldo Rossi, Dominique Perrault, Renzo Piano, Oswald Ungers. Con alterna qualità ma con innegabile coerenza ed efficacia egli mise a segno i suoi maggiori progetti, tra i quali la trasformazione a Milano del sito industriale della Pirelli-Bicocca, il principale episodio di rinnovo ZEN PALERMOurbano prima del più recente exploit della città ambrosiana. Venne anche (e non poteva mancare) la polemica virulenta su un suo progetto residenziale: il quartiere Zen a Palermo. Il progetto, esito di un concorso, riguarda un esteso intervento promosso dall’Istituto Case Popolari e posto fuori dalla città consolidata; esso fu pensato con riferimenti alle formazioni urbane murate, mediante l’aggregazione di "insulae" che volevano riprodurre occasioni di vicinato, contenendo le altezze a favore di una compattezza del tessuto, mutuata dalla città storica: nel progetto venivano integrati agli alloggi anche i servizi, gli spazi commerciali, le unità artigianali. La realizzazione fu di pessima qualità edilizia, con insufficienti reti idriche e fognarie; furono tralasciati i servizi e gli spazi produttivi, non fu istituito nessun trasporto pubblico e, soprattutto, si permise una lunga serie di occupazioni, protette dalla malavita. Il fallimento era assicurato e critici superficiali ma ben ascoltati dai media si scatenarono, facendone un emblema, al pari delle case di Scampia. È un segno anche questo dei tempi: non una critica disciplinare severa e motivata (cui il progetto non  sarebbe stato esente), ma l’attribuzione alla responsabilità del progettista (moderno demiurgo) della decaduta capacità realizzativa nelle opere pubbliche nazionali. Gregotti reagì con molto fastidio alla polemica, che minava la sua immagine di “architetto civile”. Seguirono le prove di urbanistica (con Augusto Cagnardi) per tante città tra cui Livorno e Torino, per la quale, pur proponendo una città per progetti, si fece carico anche della forma generale, come non si vedeva da tempo.
Nell’ultimo tratto il suo studio è stato impegnato molto in Cina, intercettando una domanda pressante di quartieri e città nuove; Pujiang, a 30 chilometri da  Shangai è quasi completata ed appare la prova più riuscita; ma ho l’impressione che questo impegno lontano sia stato anche un modo per lasciare la scena, forse troppo a lungo occupata, certamente oggi insidiata da altri protagonismi.
Un borghese illuminato, dunque, che preferì il Politecnico alla fabbrica di famiglia a Novara; progressista per il suo itinerario culturale, più che per stringente necessità esistenziale; uomo di potere, anche; ma nel senso che egli lo intese (con tutte le sue contraddizioni e compromessi, cui non sfuggì) come uno strumento per fare, per realizzare il suo “realismo critico”.
Per questo, forse, ha indicato I Buddenbrook  di  Thomas Mann tra i suoi libri di riferimento: nella storia di quella famiglia borghese, la vocazione produttiva entra in tensione con l’etica e con il dovere che la storia  loro assegna; una difficile navigazione, improntata al realismo e alla critica di quel tempo nella culla anseatica del capitalismo che mette nel conto anche la decadenza.
Somiglia alla rotta che nel suo lungo viaggio anche Gregotti  ha tentato di seguire.

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