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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'UNITÀ DEI CONTRARI

Mario SettaL’intreccio di vita e di morte nelle riflessioni di grandi filosofi, artisti, teologi e scienziati e nel loro rapporto con il Cristianesimo. Alla ricerca dell’uomo nella sua interezza.

                                   di MARIO SETTA

 

«Filosofare significa morire, perciò solo la morte promuove l’uomo dottore in filosofia» ha scritto Feuerbach. E Montaigne: «Cicerone dice che il filosofare non è altro che prepararsi alla morte». Il tema della vita e della morte non è solo un problema filosofico. È il vero problema dell’uomo, perché ogni uomo è fondamentalmente filosofo. Non una “pianta rara”, come pensava Nietzsche, ma una persona comune, un uomo qualunque di fronte al perché della vita e della morte. L’enigma più angosciante dell’uomo. Un problema da affrontare o da rimuovere.
La prima constatazione è che non siamo liberi nella scelta della vita. Siamo stati messi al mondo, senza che ci abbiano chiesto il nostro consenso.  È vero però che, “a posteriori”, la nascita può essere accettata come un dono e una fortuna o come una violenza e una disgrazia. Resta il fatto che, con la nascita, è già segnato il nostro destino di morte. Perché la vita non è che un lento o rapido cammino verso la morte. La simbologia del cerchio, in cui principio e fine si identificano, rappresenta perfettamente l’unità dei contrari, esposta da Eraclito. Non si tratta di aspetti contrastanti, ma interdipendenti, perché l’uno implica l’altro: la vita corre verso la morte. «La stessa cosa sono il vivente e il morto» dice infatti Eraclito. La morte, nella cultura occidentale, è considerata come il male per antonomasia. Il male dei mali. E per esorcizzarla si è ricorsi all’idea di immortalità. Un’idea pre-cristiana, che il Cristianesimo ha fatto propria, nel momento in cui ha accettato la dicotomia anima/corpo. Ma l’uomo è tale solo nell’unione di anima e corpo. Al momento della separazione non è più uomo. Come l’acqua non è più tale quando vengono separati i due elementi di ossigeno e idrogeno. Una trasformazione sostanziale. Senza il corpo, non ha senso parlare di gioie ESSENZA CRISTIANESIMOe dolori. Quindi non ha senso parlare di inferno o di paradiso. «La morte conforme a natura, - ha scritto Feuerbach - la morte che è il risultato del compiuto sviluppo della vita non è un male. L’immortalità è un bisogno dell’immaginazione umana, non della natura umana». E nella sua opera più significativa, L’essenza del Cristianesimo, accusa il cristiano di essere un egoista, perché adegua il suo comportamento morale in funzione del castigo nell’inferno o della felicità in paradiso. Cesare Pavese nel diario Il mestiere di vivere ha scritto: «Idiota e lurido Kant - se Dio non c’è, tutto è permesso. Basta con la morale. Solo la carità è rispettabile». Kant, in realtà, ha operato una rivoluzione copernicana della morale, fondandola su princìpi pratici oggettivi che determinano la volontà, prescindendo dallo scopo. Ma se per lui l’immortalità dell’anima era un postulato, per Feuerbach «il trasferimento in paradiso è solo un prodigio dell’egoismo cristiano. […] L’aldilà non è che la lontananza sconosciuta, divinizzata della fantasia, l’eco dell’aldiqua». Feuerbach non condanna il Cristianesimo in toto, ma la manipolazione che ne è stata fatta dall’uomo. «Ciò che vi è di bene nel cristianesimo, - scrive - non è opera dell’uomo, ma di Cristo, della fede; del male, invece, non è responsabile Cristo, ma l’uomo». L’amore per la vita non può essere separato dall’amore per la morte. Quanto più si ama la vita, tanto più si deve amare la morte. Non è un caso che don Giovanni, nell’omonima opera di Mozart, affronta la morte, con le parole: «Ho fermo il core in petto, non ho timor, verrò».
Non solo Kierkegaard, ma anche teologi come Karl Barth, Jacob Taubes, Hans Küng hanno visto nella musica di Mozart una teodicea. L’incontro con la morte, rappresentata dal “Commendatore”, il cosiddetto “Convitato di pietra”, è una delle scene di vita, anche e soprattutto quando si inserisce nell’atmosfera euforica e gaudente del protagonista. Che non fugge, ma va incontro alla morte. Aspira all’autodistruzione. Senza rimpianti. Nella Fenomenologia dello Spirito, Hegel, trattando dell’anima bella, scrive: «In questa lucida purezza dei suoi momenti, una infelice anima bella, come la si suol chiamare, arde consumandosi in se stessa e dilegua qual vana caligine che si dissolve nell’aria». Forse solo poeticamente si può esprimere il dileguarsi della vita. E che abbia tentato di farlo Hegel, uno dei filosofi più astrusi e complessi, è particolarmente significativo. Molti scienziati non sono ricorsi alla filosofia o alla poesia. Ma la loro vita e la loro morte sono state esemplari. Valga per tutti Einstein, che afferma: «Non voglio e non posso figurarmi un individuo che sopravviva alla sua morte corporale: quante anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo, si nutrono di simili idee». Conclude la sua vita, dicendo: «Ho fatto la mia parte, è ora di andare. Lo farò con eleganza».
In una lettera al padre, un Mozart trentunenne scrive: «Sono entrato in tanta familiarità con questa amica sincera e carissima dell’uomo che la sua immagine non solo non ha per me più nulla di terrificante, ma mi appare addirittura molto tranquillizzante e consolante! E ringrazio il mio Dio di avermi concesso la fortuna di avere l’opportunità di riconoscere in essa la chiave della nostra vera felicità».
Erodoto racconta che Solone, dopo aver dato la Costituzione agli ateniesi, intraprese un lungo viaggio per il mondo, arrivando a Sardi, dove comandava il ricchissimo Creso. Di fronte alla domanda di Creso se avesse mai incontrato l’uomo più felice di tutti, Solone risponde con un’altra domanda: «Che cos’è la felicità per gli uomini?». E risponde che nessun uomo può essere considerato felice prima della morte e che la felicità consiste nel “filosofare”, cioè nel rispondere ai perché della vita. Il rapporto filosofia e vita è uno degli aspetti che caratterizzano la storia della filosofia. Basta dare uno sguardo alla biografia dei filosofi per rendersi conto delle atrocità, delle ingiustizie e delle condanne subìte. CONSOLAZIONE FILOSOFIAPer questo, nel medioevo, veniva adottato come manuale scolastico e ritenuto una specie di best-seller il libro La consolazione della filosofia, scritto in carcere da Severino Boezio, prima di essere ucciso. Dante parla di «anima santa, che il mondo fallace fa manifesto» (Paradiso, X). E Nietzsche afferma che una filosofia che non turba gli animi è una filosofia da seppellire nella tomba. Perfino Omero, secondo Aristotele, morì di scoramento per non essere riuscito a risolvere l’enigma nascosto nelle parole dei pescatori dell’isola di Io: «Quanto abbiamo preso l’abbiamo lasciato, quanto non abbiamo preso lo portiamo». La filosofia tenta di dare risposte agli interrogativi della vita, senza riuscirci. Ma tenta. In tempi, in cui la capacità di pensare e di riflettere ha ceduto il passo all’ ubriacatura dei talk-show e degli slogan e la politica è diventata strumento nelle mani di nuovi Creso e di quanti cercano di seguirne le orme, ritrovare la filosofia significa ritrovare l’uomo.

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