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 NewsLetter 

Blog collettivo fondato e coordinato da Nando Cianci - Anno V

IL MIRACOLO E LA POVERTÀ

PERDUTO AMORE

Negli anni del miracolo economico, nel Sud permangono arcaismo e povertà. Il maschilismo trasversale in Del perduto amore e la sfiducia nello Stato in Banditi a Orgosolo.

                                           di ROBERTO LEOMBRONI

 

Nell’Italia dei primi anni Sessanta, al boom dell’industria, che interessa quasi esclusivamente le aree settentrionali del paese, si accompagna, ROBERTOnonostante gli interventi effettuati, nel decennio precedente, dalla Cassa per il Mezzogiorno, il permanere di condizioni di arretratezza e sottosviluppo, non solo nell’economia ma anche nella cultura e nella mentalità, delle regioni meridionali. Tale arretratezza sarà ben messa in luce, quarant’anni dopo, nel film Del perduto amore, diretto da Michele Placido nel 1998. In un’imprecisata località del meridione, nel 1958, si svolge in parallelo la storia di due giovani. Lui è un ragazzo di quattordici anni, espulso dal seminario, in quanto in sospetto di omosessualità, e pertanto malvisto in famiglia e nella comunità del paese. Onde permettergli, tuttavia, la prosecuzione degli studi, il padre lo mette al servizio di un potente notabile locale, il quale esercita un ferreo controllo sulla vita pubblica del paese. Lei è una giovane militante comunista, di forte personalità, che mette in piedi una scuola in una stalla di una casa diroccata situata fuori del paese (e, metaforicamente, delle sue beghe politiche). Lo scopo è quello di favorire l’alfabetizzazione e la crescita culturale dei poveri, e soprattutto delle ragazze del borgo, che non possono accedere all’istruzione pubblica. L’iniziativa provoca reazioni ostili non solo negli ambienti tradizionalisti e conservatori, dalla Chiesa alla Democrazia Cristiana alla destra conservatrice (la scuola verrà persino incendiata dai DEL PERDUTO AMOREneofascisti locali), ma anche all’interno del suo stesso partito. Proprio in questa scuola si forma il giovane ex seminarista, destinato comunque a diventare sacerdote, che ammira e ama la ragazza. Subito dopo le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale, nelle quali riceve numerosi consensi, lei muore di aneurisma, in seguito a un attacco di cuore che l’ha colpita durante il comizio di chiusura della campagna elettorale. Il vecchio parroco le rifiuterà il conforto religioso e chiuderà la chiesa, mentre le donne del paese le renderanno un commosso omaggio. Ispirato alla vera storia di Liliana Rossi, vissuta ad Ascoli Satriano, in provincia di Foggia, e venato di ricordi autobiografici, il film di Placido, recitato con spiccato accento pugliese, costituisce un eloquente esempio di come un evento o una situazione possano essere riletti e trasfigurati a molti anni di distanza. In questo caso, infatti, il personaggio della protagonista appare, più che quello di una donna della campagna meridionale di fine anni Cinquanta, quello di una militante femminista di città, in anticipo di oltre dieci anni rispetto all’omonimo movimento. Questa donna combatte una battaglia solitaria contro l’arretratezza culturale della sua gente, ed è profondamente convinta che l’istruzione costituisca il requisito fondamentale per l’emancipazione delle donne e dell’intera popolazione dall’oscurantismo bigotto che attanaglia il nostro sud. Più che verosimile risulta tuttavia l’arcaico contesto della società meridionale, in cui l’egemonia culturale di una Chiesa che non ha ancora conosciuto la svolta del Concilio Vaticano II si intreccia al potere di meschini politicanti, sostenuti, pur a quindici anni di distanza dalla liberazione, da fascisti nostalgici, e dove i modelli maschilisti, che non conoscono distinzioni di partito, sono ancor più radicati: emblematico risulta, in tal senso, il personaggio del sindaco democristiano, che dà avvio al proprio comizio presentando la moglie e le figlie, per poi mandarle immediatamente a casa a dormire. Il ragazzo, dal canto suo, vive una condizione di evidente travaglio interiore, combattuto tra l’attrazione per la ragazza e la sua appartenenza a un’istituzione che gli impone invece di condannare le sue idee: attraverso una sorta di “percorso di formazione”, egli sembra destinato a diventare un parroco combattivo, alla stregua di un don Lorenzo Milani meridionale.
BANDITIDell’arretratezza meridionale costituisce espressione non secondaria anche il permanere dell’arcaico fenomeno del banditismo in Sardegna. Di esso si occupa Banditi a Orgosolo, il primo lungometraggio, a sfondo sociologico, diretto dal regista calabrese (ma siciliano d’origine) Vittorio De Seta nel 1961. Protagonista del film è Michele, un pastore di Orgosolo (Nuoro) il quale, costretto a ospitare tre banditi, è sospettato ingiustamente di furto di bestiame e dell’assassinio di un carabiniere. Nonostante la sua innocenza, egli non si costituisce, ma si dà alla latitanza con il fratello minorenne, arrivando a smarrire l’intero suo gregge e, preso dalla disperazione, a trasformarsi in bandito. Interpretato da attori non professionisti (sono pastori veri), secondo canoni neorealisti, il film, che ha contribuito alla conoscenza dell’universo pastorale della Sardegna da parte di un pubblico di massa, è stato girato da De Seta, regista di spiccata formazione meridionalista, dopo il suo ritorno nella cittadina sarda. In precedenza, nel corso degli anni Cinquanta, egli aveva prodotto due documentari, Un giorno in Barbagia e Pastori a Orgosolo, e aveva effettuato diversi viaggi nell’isola, durante i quali era entrato in diretto contatto con la realtà barbaricina. Qui aveva scoperto un mondo dove i pastori vivevano una vita solitaria, costretti dalle esigenze della pastorizia a separarsi per lungo tempo dai propri cari, vivendo in profonda integrazione nella natura, ancorati a leggi e costumi arcaici, vigenti sin dalla preistoria, nei quali predominava il concetto etico di lealtà. Si trattava dunque di un mondo non ancora contaminato dalla società consumistica, che in quegli anni cominciava a modificare radicalmente gli stessi termini della questione meridionale in Sardegna. Ma De Seta era rimasto soprattutto colpito dalle profonde differenze di classe esistenti tra gli agiati proprietari terrieri e i pastori, costretti a una vita di povertà e di stenti, e per i quali talvolta la scelta del banditismo nasceva da una totale sfiducia nei confronti delle istituzioni dello Stato, considerato un’entità nemica e sleale. Le stesse problematiche ricorrono in Banditi a Orgosolo, nel quale la latitanza del pastore protagonista sembra costituire una vera e propria “istituzione” (almeno fino alla metà degli anni Sessanta, quando verrà sostituita dalla ben più redditizia prassi dei sequestri di persona), alla quale egli si trova costretto a ricorrere per difendersi dalle ingiustizie e dalle angherie che deve sopportare. 

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