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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

PRIMI VAGITI DEL '68

ROBERTOI problemi del mondo adolescenziale negli anni '50, con i primi sintomi di inquietudine, ribellione e dissacrazione del perbenismo e del consumismo. Visti attraverso alcuni film americani.

                                         di ROBERTO LEOMBRONI

L’aumento del reddito pro-capite e una crescente voglia di “felicità”, nelle generazioni da poco uscite dal clima asfissiante dell’immediato dopoguerra, determinano negli Stati Uniti, sin dagli anni Cinquanta, una forte espansione dei consumi privati, promuovendo l’esplosione della “società del benessere” (o “civiltà dei consumi”). Essa si caratterizza innanzitutto per il cambiamento nella composizione dei consumi medesimi. Diminuisce la componente alimentare e aumentano, di contro, le spese per l’abbigliamento, la casa, gli elettrodomestici, le automobili, i televisori, gli apparecchi sonori, gli spettacoli, i viaggi. La notevole espansione di consumi “superflui” determina l’esplosione di un radicale consumismo, basato sul rapido invecchiamento tecnologico di molti prodotti industriali, sulla frequente sostituzione delle merci, al di là delle necessità imposte dall’uso, e su un crescente spreco. Tale processo è favorito, oltre che dall’aumento dei redditi e dal calo dei prezzi, soprattutto dalla diffusione dei messaggi pubblicitari da parte dei mezzi di comunicazione di massa, che contribuisce a imporre di fatto una standardizzazione dei modelli di consumo.  Dal punto di vista politico, l’inizio degli anni Sessanta, negli Stati Uniti, coincide con la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, destinato a restare in carica fino al 1963. Riallacciandosi alla tradizione progressista dei suoi predecessori Wilson e Roosevelt, il nuovo presidente teorizza una “nuova frontiera” spirituale, culturale e scientifica, indirizzando la sua politica interna verso obiettivi riformatori, tra i quali l’aumento della spesa pubblica, a sostegno dell’occupazione e dei salari. Per quanto concerne invece i diritti civili dei neri e l’integrazione razziale, pur non esente da incertezze e contraddizioni, la politica kennediana mira a promuovere una vasta legislazione sull’uguaglianza di diritti della popolazione afro-americana. La presidenza Kennedy sarà troncata bruscamente dall’assassinio di Dallas nel 1963.

ROBIN WILLIAMNegli anni del boom economico, tra la fine del maccartismo e l’esplosione della contestazione sessantottina, si avvertono primi sintomi di inquietudine e ribellione nelle scuole e nelle università americane. Essi risultano particolarmente evidenti nella descrizione che, circa trent’anni dopo, ce ne fornirà il film L’attimo fuggente (1989), diretto dal regista australiano Peter Weir. Il suo titolo italiano (in altri paesi si è conservato quello originale, Dead Poets Society, ovvero Setta dei Poeti Estinti) si ispira al celebre carpe diem di Orazio, tema centrale di una delle lezioni del professore “alternativo”, principale protagonista del film. Ambientato, nel 1959, nel college maschile della Welton Academy, nel Vermont, frequentato da rampolli della ricca borghesia, improntato a particolare disciplina e a un tronfio rispetto della tradizione, il film è particolarmente attento ai delicati problemi del mondo adolescenziale, stretto, alla fine degli anni Cinquanta, tra integrazione sociale e spinte alla ribellione. Pur criticato per un’eccessiva esaltazione dell’individualismo, e per il debordante protagonismo del professore (che mette in ombra la stessa inquietudine studentesca), esso ha il merito di denunciare esplicitamente gli ipocriti modelli educativi e gli assurdi meccanismi che regolano sia la vita famigliare sia quella scolastica nell’America perbenista di quegli anni. Quei meccanismi sono i principali responsabili del solco generazionale che si sta scavando tra studenti e professori, figli e genitori, e che sembra trovare nella grotta in cui si riunisce la Setta dei Poeti Estinti il proprio luogo di incubazione. Ai suddetti modelli si contrappone l’idea, di chiaro stampo sessantottino, secondo la quale l’adulto, il docente in particolare, non debba essere un mero trasmettitore di nozioni, bensì una figura chiamata a guidare i giovani verso un’autonoma crescita culturale, e la libera costruzione di se stessi, che avviene anche e soprattutto curando i propri sogni e abbandonandosi alla spinta liberatrice dell’arte. Sin da una delle prime inquadrature (quella di un enorme stormo di uccelli in volo, immediatamente sostituito, in quella successiva, da un altrettanto fitto gruppo di studenti), prende corpo una delle tesi centrali del film: quella dell’annientamento dell’individuo, disposto ad annegare la propria fragile libertà nel consolatorio e omologante anonimato del gruppo collettivo. Nel film di Weir quest’ultimo è garantito dal collegio, attraverso i suoi riti solenni e consolidati e il rispetto dei valori tradizionalmente condivisi (obbedienza, onore, eccellenza). A fare le spese di tale annullamento sono, nella generale indifferenza della “maggioranza silenziosa”, gli individui più fragili (i “marginali”) che acquistano consapevolezza della propria condizione e tentano di uscirne. A questo punto, infatti, avviene l’urto tra i nuovi valori (quelli introdotti dal docente e assorbiti da alcuni AMERICAN GRAFFITIstudenti: passione, ironia, leggerezza, amore) e quelli tradizionali. A essi seguirà il triste epilogo della morte di uno dei ragazzi. Uno dei più sensibili agli insegnamenti del professore.

Solo pochi anni separano i ragazzi protagonisti de L’attimo fuggente da quelli, osservati retrospettivamente all’inizio del decennio successivo, che occupano la scena di American graffiti (1973) di George Lucas. Se nel precedente Gioventù bruciata di Nicholas Ray (1955) cominciava ad emergere, con toni cruenti e drammatici, il disagio giovanile nei confronti dell’incipiente società dei consumi, il film di Lucas costituisce invece la testimonianza più diretta, allegra e vivace, del boom economico. Esso racconta la storia di quattro ragazzi californiani che, nell’estate del 1962, festeggiano l’ultima notte da liceali, alla vigilia della loro partenza per il college, e di un’inevitabile svolta nella propria esistenza. Permeato di una sottile vena di romanticismo e di nostalgia, American graffiti costituisce un importante documento sociologico. Si tratta infatti della prima commedia esplicitamente rivolta agli adolescenti, in perfetta sintonia con i loro gusti. Il suo successo ispirerà un’intera serie televisiva (Happy Days) e altri film di analoga ambientazione. Al di là dell’apparenza spensierata, il film affronta il tema dell’uscita dall’adolescenza e del doloroso ingresso nella vita adulta, simbolicamente rappresentati dalla separazione finale dei quattro ragazzi. La notte immaginata dal regista, che è retrodatata all’estate del 1962, pochi mesi prima dell’assassinio del presidente Kennedy (un evento destinato a modificare radicalmente la coscienza collettiva del paese), della guerra nel Vietnam e della fine del “sogno” americano, è inoltre ricca di eventi turbolenti, che costituiscono i primi segnali di sconvolgimento di una vita provinciale normalmente tranquilla. Sembra imminente il tramonto definitivo dell’ottimismo, e di quella sensazione di sicurezza e vittoria che hanno finora caratterizzato la storia degli Stati Uniti. Solo due anni dopo l’uscita del film, gli americani conosceranno, infatti, un’amara sconfitta in Indocina. Di particolare spessore è la colonna sonora del film, praticamente ininterrotta, con tutti i successi della fine degli anni Cinquanta e dell’inizio dei Sessanta. Da Rock Around the Clock, nell’interpretazione di Bill Haley, a Only You e Smoke Gets in Your Eyes, cantate dai Platters; e, su tutti, All Summer Long (1964) dei Beach Boys, vero e proprio documento ideologico degli ALFAROMEOhippies californiani. La voce del mitico disc-jockey Lupo Solitario, in tale contesto, sembra rispondere al bisogno di prolungare a tempo indeterminato l’adolescenza dei protagonisti e, con essa, lo stesso “sogno” americano.

Un ironico e dissacrante quadretto dell’America perbenista e consumista degli anni Sessanta, già impregnato tuttavia di spirito pre-sessantottino, è offerto dalla commedia giovanile Il laureato (1967) di Mike Nichols. Il protagonista è Ben, un giovane di ventun anni (un Dustin Hoffman ancora semisconosciuto), di famiglia borghese, appena laureato (in realtà graduate, ovvero diplomato) il quale, appena rientrato a casa dal college, si trova a dover scegliere una facoltà universitaria. Il film, tratto da un romanzo di Charles Webb, e vincitore di ben sette premi Oscar, è considerato, accanto a Gangster Story (Bonnie and Clyde, 1967) di Arthur Penn e a Easy Rider (1969) di Dennis Hopper, uno dei “film-manifesto” della nuova generazione di registi americani, nonché una delle massime espressioni della cinematografia della New Hollywood di fine anni Sessanta. Il suo stile si manifesta in particolare attraverso la costante presenza della canzone (in particolare della musica pop) nelle scene d’azione. Il laureato è infatti accompagnato da una strepitosa colonna sonora (Sound of silence, Mrs. Robinson) di Simon & Garfunkel, due campioni della “controcultura” musicale di quegli anni, che interviene come un efficace commento della crescente estraneità del giovane protagonista rispetto al suo mondo, e accompagna alcune scene topiche. Tra esse, quella di una corsa di Ben sulle strade della California a bordo di un’Alfa Romeo rossa, ennesimo omaggio al feticcio dell’automobile, protagonista indiscussa, sia in Gioventù bruciata sia in American graffiti. Grazie inoltre alla sua capacità di trattare con disinvoltura il tema sessuale (non privo di aspetti “edipici”), anticipando l’imminente rivoluzione nei costumi, esso si rivela in grado di sintonizzarsi largamente con il generico malcontento che investe i giovani della borghesia americana a ridosso del Sessantotto. Ciò che BERKELEYaffascina, in Il laureato, è soprattutto il suo tono libertario, che ben esprime gli orientamenti di una società alle soglie di un radicale cambiamento. Il film, infatti, mescola sapientemente umorismo, timori e aspirazioni di una generazione che si ritrova schiacciata tra gli schemi perbenisti e ipocriti che gli adulti vogliono loro imporre e la forte spinta anticonformista contro gli eterni tabù della famiglia, della carriera e del matrimonio. Ma, a differenza che in Gioventù bruciata, qui il rapporto conflittuale non investe soltanto una generazione di genitori in difficoltà, che opprimono i propri figli con l’intenzione di aiutarli, bensì l’intero “sistema” sociale nel quale sono inseriti quei giovani che, in questi stessi anni, stanno bruciando le cartoline-precetto per la guerra nel Vietnam, protestando contro la discriminazione razziale o cadendo nella tentazione della droga. Tali problematiche, tuttavia, non sono affrontate esplicitamente nel film, che pure è ambientato in parte a Berkeley, culla della contestazione americana. Ciononostante esso, accanto alle opere della Beat Generation, è destinato a esercitare una notevole influenza sulla cultura americana di fine anni Sessanta. Sebbene infatti il protagonista non riveli ancora la consapevolezza propria della generazione sessantottina, e non dia luogo a un’esplicita ribellione, egli mostra tuttavia il coraggio di costruire in maniera autonoma la propria identità, rifiutando la condizione di eterodiretto.

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