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Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

QUEL TAMBURO DEL DUCE

BANDA DAFFORIAnche le canzoni leggere contribuirono alla fronda verso il regime fascista, al quale un duro colpo arriverà dagli scioperi operai del 1943. Che torneranno, nella musica, anche negli anni Settanta.

di ROBERTO LEOMBRONI



ROBERTOAnche le canzoni leggere contribuirono alla fronda verso il regime fascista, al quale un duro colpo arriverà dagli scioperi operai del 1943. Che torneranno, nella musica, anche negli anni Settanta.
Nei primi anni della seconda guerra mondiale, simultaneamente alle prime pesanti sconfitte subite dall’esercito italiano, avevano cominciato a manifestarsi alcuni segnali di dissenso nei confronti del regime. Ma la crisi del fascismo conoscerà un’accelerazione nei primi mesi del 1943, quando si assisterà al “risveglio operaio”, che si manifesterà in una serie di scioperi, i primi in Italia dopo diciotto anni di dittatura, che nel marzo tenderanno a investire numerose fabbriche del nord. Dopo alcune fermate spontanee del lavoro, verificatesi già negli ultimi mesi del 1942, la prima protesta di massa si verificherà il 5 marzo a Torino (una città definita “porca” da Mussolini, per lo scarso entusiasmo da sempre ostentato nei confronti del fascismo), creando viva apprensione nelle questure e tra i gerarchi del regime. L’organizzazione degli scioperi farà capo soprattutto alla presenza di una cellula comunista clandestina, particolarmente attiva alla FIAT di Mirafiori, da dove la protesta si estenderà ad altre aziende piemontesi. Una settimana dopo, nonostante la militarizzazione delle fabbriche e i rischi che la protesta stessa comporta, essa arriverà a Milano (in particolare SCIOPERI 1943alla Breda di Sesto San Giovanni, alla Falck e alla Marelli), all’Emilia e al Veneto, motivata da un crescente malcontento contro il pesante orario di lavoro, la guerra, i bombardamenti, la fame e il regime. Nonostante i tentativi di intimidazione e repressione messi in atto dalle autorità fasciste, la partecipazione operaia sarà massiccia e gli scioperi si concluderanno con apprezzabili conquiste salariali. Nelle settimane successive oltre duemila lavoratori verranno fermati e molti di loro arrestati e spediti davanti al tribunale speciale. Ma tutto ciò non basterà a fermare un movimento che nei mesi seguenti tenderà sempre più a saldarsi con la lotta partigiana. Pochi mesi dopo gli scioperi, nel luglio del 1943, inglesi e americani sbarcheranno in Sicilia, determinando il crollo definitivo del regime fascista.
Due testimonianze canore, una contemporanea agli eventi, un’altra composta circa trent’anni dopo, restituiscono il clima di crisi in cui il regime sta precipitando.
La prima è una canzone “leggera”, il cui autore, il compositore Mario Panzeri (che non era fascista), già nel 1939 era caduto nei sospetti dei gerarchi, in quanto si riteneva che dietro alcune sue canzoni (definite “della fronda”) si nascondessero allusioni satiriche nei confronti di noti esponenti del fascismo. Tra esse, Maramao perché sei morto (1939), composta dopo la morte del gerarca Costanzo Ciano, che era costata a Panzeri la convocazione da parte del capo della censura, in quanto il titolo della canzone era stato significativamente trascritto da alcuni studenti sulla base del monumento che il regime aveva dedicato a Livorno al suddetto gerarca; e Pippo non lo sa (1940), in cui si era invece voluta intravedere (a torto) un’allusione al segretario del Partito Nazionale Fascista, Achille Starace, che aveva l’abitudine di passeggiare pavoneggiandosi nella propria divisa. Tre anni dopo, nel 1942, in piena guerra, a suscitare le ire dei censori fascisti sarà Il tamburo della Banda d’Affori, una canzoncina appartenente al filone che lo studioso Gianni Borgna definisce “dell’allegria”, in quanto nato con l’intenzione precipua di far dimenticare la guerra agli italiani. Non appariranno casuali, infatti, agli occhiuti STORMY SIXvigilantes del regime, quei “550 pifferi”, lo stesso identico numero dei consiglieri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Di qui il sospetto che dietro il “tamburo” che li guida si possa nascondere l’immagine stessa del “duce”. Nonostante i tentativi di discolpa di Panzeri, che parlerà di pura coincidenza, cavandosela con un semplice rimprovero, da quel momento tutti i parolieri saranno costretti a sottoporre all’approvazione preventiva della censura i testi delle proprie canzoni.
Agli scioperi del marzo del 1943, invece, considerati uno dei primi episodi della Resistenza italiana, si ispirerà la canzone La fabbrica (1975) degli Stormy Six, una delle tante dedicate dal gruppo milanese (particolarmente attivo nell’ambito della canzone di protesta degli anni Settanta) alla Resistenza, interpretata dallo stesso, in sintonia con la storiografia marxista, come “lotta di popolo”. Rifiutando una lettura puramente economicistica e sindacale degli scioperi, il suddetto filone storiografico tenderà invece a esaltare il loro valore politico, nonché la loro testimonianza dell’opposizione operaia al fascismo e alla sua disastrosa conduzione della guerra. Particolare efficacia la canzone degli Stormy Six rivelerà nel descrivere il contesto nel quale matura la protesta operaia, scandito soprattutto dalle disastrose sconfitte militari (“nel fango le armate del duce e del re”) e dal lutto che si abbatte sulle nostre città (“sempre più donne vestite di nero”); il clima di trepidazione e di frenetico attivismo che precede lo sciopero (“e corre qua e là un ragazzo a dar la voce”); e soprattutto l’impotenza mostrata dal regime nell’arginare l’ondata della protesta (“alla Breda rossa i fascisti son scappati”)

Qui sotto i testi delle canzoni (cliccare sul titolo per ascoltarle)

Il tamburo della Banda d’Affori (1942)

Arriva la banda, arriva la banda,
arriva la banda coi suonator,
coi suonator, coi suonator.
O Caterina, Caterina che batticuor,
o Caterina...

Il capobanda, il capobanda, il capobanda ha i bottoni d’or
sorride ognor
che rubacuor.
O Caterina il capobanda è il tuo grande amor,
o Caterina...

...Eccoli qua, son tutti qua
“Do re mi fa sol la si la...”
e coi baffoni a penzolon
giunge il tamburo come un tuon.
È lui, è lui,
sì, sì è proprio lui.

È il tamburo principal della banda d’Affori
che comanda cinquecentocinquanta pifferi
che passion, che emozion,
quando fa “Bom bom”
guarda qua mentre va
le oche fan qua qua.
Le ragazze nel vederlo diventan timide
lui confonde il Trovator con la Semiramide
“... Bella figlia dell’amor
schiavo son, schiavo son,
de’ vezzi tuoi”.


La fabbrica
(1975)

Il cinque di marzo del quarantatrè
nel fango le armate del duce e del re
gli alpini che muoiono traditi lungo il Don.

Cento operai in ogni officina
aspettano il suono della sirena
rimbomba la fabbrica di macchine e motori
più forte è il silenzio di mille lavoratori.

E poi quando è l’ora depongono gli arnesi
comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi.

E corre qua e là un ragazzo a dar la voce
si ferma un’altra fabbrica altre braccia vanno in croce.
E squillano ostinati i telefoni in questura
un gerarca fa l’impavido ma comincia a aver paura.

Grandi promesse la patria e l’impero
sempre più donne vestite di nero
allarmi che suonano, in macerie le città.

Il dieci marzo il giornale è a Milano
rilancia l’appello il PCI clandestino
gli sbirri controllano fan finta di sapere
si accende la boria delle camicie nere.

Ma poi quando è l’ora si spengono gli ardori
perché scendono in sciopero centomila lavoratori.

Arriva una squadraccia armata di bastone
fa dietro-front subito sotto i colpi del mattone
e come a Stalingrado i nazisti son crollati
alla Breda rossa in sciopero i fascisti son scappati.

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