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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'ITALIA DEL MIRACOLO

IL POSTOLa solitudine e lo spaesamento determinati dalle profonde trasformazioni avvenute negli anni del boom economico nell’osservazione e nella descrizione di Ermano Olmi nel film "Il posto"

                                            di ROBERTO LEOMBRONI

A cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, l’Italia è investita da notevoli cambiamenti, sia sul piano politico sia su quello economico-sociale. In particolare, negli anni tra il 1958 e il 1963, lo sviluppo dell’economia italiana è particolarmente intenso. Si tratta di un vero e proprio ROBERTO“miracolo economico” (la definizione è stata usata per la prima volta dal quotidiano britannico Daily Mail il 25 maggio del 1959), che muta definitivamente in senso industriale il volto del paese. La produzione nell’industria aumenta in vari settori: da quello dell’acciaio e dei laminati a quello chimico, dai tessuti alle macchine da scrivere, alla plastica. Grazie all’attività dell’IRI, prende avvio il “piano siderurgico”, con il potenziamento delle acciaierie di Piombino, Bagnoli (Napoli) e Cornigliano (Genova). Il notevole afflusso di manodopera femminile e giovanile, inoltre, favorisce, accanto a evidenti modificazioni nel costume e nella mentalità, il sorpasso dell’industria sull’agricoltura, e una notevole espansione del settore terziario e impiegatizio, testimoniata dalla crescente corsa verso l’assunzione stabile nei settori dell’amministrazione, pubblica e privata.
Un’eloquente rappresentazione del mondo degli impiegati, in una grande azienda dell’Italia settentrionale, compare in Il posto (1961) di Ermanno Olmi, un film a sfondo autobiografico (il regista è stato impiegato alla Edison per vari anni), di evidente ispirazione neorealista, ambientato nella Milano del “miracolo”, in cui si scatena una forsennata ricerca di posti di lavoro. Mettendo a frutto le sue straordinarie capacità di osservazione della realtà sociale che lo circonda, Olmi mette a nudo, con lo stile sommesso e non urlato che gli è proprio, senza esplicite finalità etiche o di denuncia, alcuni dei risvolti più problematici del boom economico: a partire dalla solitudine, dalla confusione e dallo IL POSTO LOCANDINAsmarrimento di punti di riferimento da cui sono colpite le persone coinvolte nelle impetuose trasformazioni economico-sociali dei primi anni Sessanta, costrette piuttosto ad adattarsi ad esse che a viverle da protagoniste. Egli descrive altresì, con lieve ironia e con una buona dose di realismo, tutta la desolazione, lo squallore e la routine, che caratterizzano i comportamenti comuni in atto nel mondo impiegatizio (dalla durezza dei capi alle meschine rivalità tra i dipendenti). Si tratta del prezzo salato che il giovane protagonista del film, Domenico, non a caso dal volto triste e malinconico, deve pagare, sacrificando la fresca stagione della sua adolescenza per realizzare, tra l’altro senza eccessivo sforzo, il sogno del posto fisso. Particolarmente efficace risulta, in tale contesto, la sequenza di un triste veglione di Capodanno, con il suo grottesco contorno di “trenini” e cappellini. Il critico cinematografico Gian Piero Brunetta, nel 2007, rilevava come in questo, e in altri film di Olmi, si sviluppasse un’acuta riflessione sui concetti di alienazione (un tema particolarmente dibattuto nella cultura degli anni Sessanta) e di parcellizzazione del lavoro, ben rispecchiate nell’ossessivo e ripetitivo rumore meccanico che il giovane è costretto a sentire dalla sua scalcagnata scrivania. Ma l’alienazione, in Olmi, è analizzata in termini diversi da quelli che caratterizzano, ad esempio. il cinema di Antonioni: laddove, infatti, in quest’ultimo prevale una riflessione incentrata sull’alienazione intellettuale, in Olmi, al contrario, essa sembra ricercare le origini del fenomeno piuttosto nella “materialità del lavoro” e nella claustrofobia che caratterizza un’esistenza che si svolge all’interno di un orizzonte prevedibile e sempre uguale, quale, appunto, quello impiegatizio. Ciò non toglie tuttavia, come dimostra la vicenda del rapporto di Domenico con una ragazza, Antonietta, che, pur all’interno di un tale ambiente di lavoro, possano maturare autentici rapporti umani e sociali. Il passaggio dalla società rurale a quella industriale o impiegatizia, ovvero dall’homo ruralis all’homo technologicus (sempre secondo Brunetta), elemento di riflessione tipico dell’intera cinematografia di Olmi, risulta invece ben evidente nella descrizione degli ambienti. Come afferma in proposito lo stesso regista:

«I miei primi film sono storie sulla povertà ma in cui c’è sempre un po’ della storia del nostro paese. Il passaggio dalle società contadine a quelle operaie, o da queste alla nuova borghesia. Nel Posto lo si vede bene nella casa di Domenico, una cascina in cui non si lavora più la terra ed è diventata solo un dormitorio per gente che va a lavorare in fabbrica e in città. Tra poco in quelle stalle senza più animali avrebbero messo le Lambrette e le Seicento».

Il suddetto passaggio è ben ravvisabile anche nel linguaggio, laddove esso tende ad abbandonare i moduli del dialetto lombardo, per avvicinarsi sempre più a una forma di “neoitaliano burocratico” (ancora Brunetta) che caratterizza il mondo impiegatizio. Il posto riveste dunque una notevole importanza, nella sua qualità di documento storico, accresciuta dalle testimonianze che esso ci fornisce in relazione al paesaggio urbano: in esso infatti, oltre ai palazzi della Edison (celebre società fornitrice di energia elettrica, per la quale Olmi ha realizzato, nel corso degli anni Cinquanta, numerosi documentari industriali), scelti come sede dell’anonima azienda nella quale il protagonista viene assunto, compare una Piazza San Babila sconvolta dai lavori per la costruzione della metropolitana.

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