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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

CACCIA ALLE STREGHE E GIOVENTÙ BRUCIATA

ROBERTONei primi anni Settanta del secolo scorso, il cinema rompe il suo silenzio sul maccartismo. Ma già diversi film avevano raccontato il malessere delle nuove generazioni in quell’epoca oscurantista


di ROBERTO LEOMBRONI

 

Durante la presidenza di Harry Truman, succeduto a Roosevelt nel 1945, si esaurisce negli Stati Uniti la spinta progressista del New Deal, considerato sempre più dalla destra americana come una forma di “socialismo” più o meno camuffato. Il nuovo clima reazionario spiana la strada, all’inizio degli anni ‘50, al potenziamento degli armamenti atomici e alla sperimentazione della prima bomba H (1952), destinata a introdurre nella società americana e nel mondo intero paura e ansia. Contemporaneamente, ha inizio una violenta campagna contro la sinistra che raggiunge il culmine con la “caccia alle streghe” sferrata dal senatore Joseph McCarthy, da cui prende il nome di “maccartismo”. A partire dal 1947, un apposito Comitato per le Attività Antiamericane comincia a indagare sulle vere o presunte attività comuniste negli Stati Uniti. L’attività del Comitato tende a colpire soprattutto gli intellettuali e il mondo dello spettacolo, attraverso la famigerata Lista Nera di simpatizzanti comunisti veri o presunti: di qui il dilagare di un diffuso conformismo e del sospetto nei confronti di chiunque, compreso il famigliare o il vicino di casa, deroghi rispetto al comune stile di vita e di comportamento. Essa prosegue anche nei primi anni di presidenza di Dwight Eisenhower, eletto la prima volta nel 1952 e la seconda nel 1956, nonostante egli tenti di presentarsi con il volto della moderazione e con un’attenzione particolare alle condizioni dei ceti meno abbienti. Tra le vittime del maccartismo, si ricordano in particolare i coniugi comunisti Julius ed Ethel Rosenberg, accusati di spionaggio in favore dell’Unione Sovietica e condannati a morte nel 1951, dopo un discusso processo. La strategia di “difesa” innescata dal maccartismo, in netta controtendenza rispetto al mito americano della “frontiera”, nel mentre è destinata a svilire la grande tradizione culturale del paese, si nutre quasi esclusivamente della spinta consumistica, indirizzata prevalentemente verso le nuove COME ERAVAMOgenerazioni: di qui il carattere sempre più conformistico e omologante assunto dai centri di formazione della gioventù, in particolare dalle high schools, il luogo per eccellenza dove si formano le nuove classi dirigenti, assurto a status symbol del ceto medio bianco americano.
Il fenomeno maccartista è al centro della riflessione e dell’analisi di numerosi film americani, soprattutto a partire dagli anni ‘70. Come eravamo, in particolare, realizzato da Sidney Pollack nel 1973, ha il merito di porre fine per primo a un lungo silenzio cinematografico sugli anni della “caccia alle streghe”. Tratto da un romanzo di Arthur Laurents, il film, accompagnato dalla struggente colonna sonora di The Way We Were, cantata fuori campo da Barbra Streisand, si presenta come una “love-story politica” che ricostruisce, attraverso numerosi flashback, quasi quindici anni di storia americana, vissuti attraverso le vicende dei due protagonisti: dalla guerra di Spagna al bombardamento giapponese di Pearl Harbor, dalla morte di Roosevelt alle “purghe” maccartiste, fino alla campagna pacifista contro le armi nucleari. Pollack non nasconde, all’inizio degli anni ‘70, quando ormai la rivolta studentesca è solo un ricordo, un’evidente vena nostalgica. Il condizionamento esercitato dal presente è particolarmente evidente nel taglio inequivocabilmente femminista del film (la figura della ragazza presenta uno spessore etico-culturale decisamente superiore a quella del ragazzo). A ciò si aggiungano le immagini della marcia in difesa dei dieci sceneggiatori e registi di Hollywood denunciati dalla Commissione per le Attività Antiamericane e inseriti nella famigerata “lista nera” degli accusati di attività filo-comuniste. Tutto ciò spiega i numerosi tagli imposti dalla censura alla pellicola.
MARLON BRANDOBen più consistenti appaiono i segnali di ribellione che emergono nell’universo giovanile, sul piano esistenziale, nel film Il selvaggio (1954), del regista americano di origine ungherese Laszlo Benedek. Ispirato a un fatto di cronaca, esso vanta, tra l’altro, il merito di aver contribuito alla fama di Marlon Brando. Nel film, antesignano dei biker movies che fioriranno negli anni ‘60, il protagonista, interpretato da Brando, con il suo giubbotto nero, il berretto di traverso e gli occhiali da sole, diventa ben presto un’icona per gli adolescenti e le ragazze di tutto il mondo, una sorta di mito dell’immaginario giovanile, che troverà una sua raffigurazione artistica nei quadri, a lui dedicati qualche anno dopo, da Andy Wahrol. A favorire il suo carisma sono soprattutto le inquietudini di un’epoca che vede manifestarsi con crescente frequenza il fenomeno delle bande giovanili, destinato a trasformarsi rapidamente in moda culturale di massa. L’atteggiamento provocatorio e arrogante dei giovani nei confronti di una borghesia puritana e perbenista, costituisce il segnale inequivocabile della rancorosa ostilità di una gioventù “nomade” e vagabonda (di cui nel film si tende ad esaltare lo spirito libertario) contro il mondo degli adulti, le sue regole, l’obbligo del lavoro, ai quali si contrappone una pratica del “gioco”, che spesso scivola nella tragedia. L’evidente indulgenza mostrata dal regista nei confronti delle intemperanze giovanili dei protagonisti sembra testimoniare la vigile attenzione che la società americana di quegli anni, che sta faticosamente uscendo dalla palude del maccartismo, riserva ai suoi figli annoiati e insoddisfatti. Ciononostante, a causa dei suoi contenuti, Il selvaggio sarà accusato d’istigazione alla violenza. In Inghilterra la sua proiezione sarà proibita per ben quattordici anni.
L’insoddisfazione delle nuove generazioni, che manifestano il proprio malessere sia nei confronti dell’America maccartista sia nei confronti dell’incipiente società del benessere, ricca di merci ma povera di valori, trova ulteriore ampio spazio in Gioventù bruciata, diretto da Nicholas Ray nel 1955, un film che più di ogni altro rispecchia le inquietudini degli adolescenti americani di quegli anni. Incentrato sulle vicende esistenziali di un ragazzo e dei suoi coetanei, adolescenti privi di certezze e in preda a drammatici tormenti interiori, il film di Ray, pur affrontando il medesimo tema della ribellione giovanile, opera un significativo spostamento rispetto a quello di Benedek. Qui infatti non ci GIOVENTÙ BRUCIATAtroviamo di fronte a una classica e universale rivolta “della povertà”, i cui protagonisti vivono negli slums delle metropoli, quanto a un fenomeno più specificamente ascrivibile alla crisi della società americana post-maccartista: quello della “nevrosi autodistruttiva” di ragazzi appartenenti alla middle class, in preda a un risentimento non facilmente definibile e spiegabile nei confronti del “modo di vita” americano, ritenuto oppressivo e soffocante. Gioventù bruciata impone definitivamente James Dean (che morirà il 30 settembre di quello stesso anno, vittima di un incidente stradale) come un nuovo tipo di mito: quello dell’eroe inquieto e problematico, assillato non da nemici esterni bensì dalle proprie contraddizioni e dalle proprie aspirazioni inappagate. Come tale, egli è destinato, come afferma Gianni Borgna in un suo celebre libro del 1983 (Il tempo della musica), a diventare “il primo degli eroi dell’adolescenza moderna”, ovvero di una generazione ormai avviata verso lo scontro frontale con quella dei padri.

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