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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

SUL PONTE DI PERATI

PONTE PERATIUna canzone nata -  ad esprimerne tristezza e disillusione - tra gli alpini della Julia nella seconda guerra mondiale, subisce mutazioni di segno opposto, fino a diventare un canto della Resistenza, con nuove parole e con il titolo di Pietà l’è morta.

  

                             di ROBERTO LEOMBRONI

 

 

ROBERTOGran parte degli eventi storici, come si sa, è stata accompagnata dalla produzione di film, canzoni, opere letterarie e artistiche. In particolare, la musica e la canzone hanno sempre parlato della storia. Esse infatti, oltre a definire i caratteri etnici di un popolo e di una nazione, hanno, al pari di ogni altra forma di comunicazione, rispecchiato in ogni epoca i mutamenti sociali e l’evoluzione dei costumi di una determinata società. Non esistono nella storia civiltà, aspetti, eventi che non siano stati caratterizzati da suoni ed espressioni musicali. Sostituendosi agli antichi cantastorie e al pari dei libri, del cinema e dei mezzi di comunicazione di varia natura, determinate canzoni hanno contribuito, nel corso dei secoli e dei decenni, a produrre “senso comune storico”. Un fenomeno interessante è costituito da canzoni che, nate all’interno di un determinato contesto storico, subiscono, anche nel corso di pochi anni, una metamorfosi, che provoca un vero e proprio “cambiamento di segno”. È il caso, in particolare, di un canto alpino, che, nato nei primi anni della seconda guerra mondiale, è destinato, attraverso il cambio delle parole, a diventare, prima, un inno fascista, e poi uno dei canti più famosi della Resistenza italiana.
Siamo nei primi anni di guerra. L’Italia conosce una serie di sconfitte, tra cui quella umiliante subita, nell’autunno del 1940, ad opera della Grecia, attaccata da Mussolini per emulare l’aggressione tedesca alla Romania. Lo stato d’animo dei soldati italiani, mandati al macello nei Balcani, in particolare quello degli alpini della divisione Julia, è ben rappresentato nel canto di guerra Sul ponte di Perati, di anonimo. Si tratta di un testo decisamente critico nei confronti della guerra. In esso, per nulla ispirato alla retorica futurista e fascista della “bella morte” (nonostante l’afflato patriottico che promana dall’inevitabile riferimento al “tricolore”), traspaiono con evidenza la tristezza e la disillusione di quei soldati che vedono ben presto svanire i sogni imperiali del regime, e al tempo stesso acquistano coscienza di essere ormai votati a una sicura morte, ossessivamente evocata nelle immagini del sangue che arrossa il fiume Vojussa, e dei “fantasmi” che vengono “giù dai monti”: immagini macabre, che contrastano con il ricordo struggente dell’ultimo saluto dell’amata al momento della partenza. Non è un caso che il canto venga immediatamente censurato e successivamente proibito dal regime fascista, in quanto ritenuto “disfattista” e “sovversivo”. Perati è il nome italiano del villaggio albanese di Perat, nei pressi del confine con la Grecia, il cui ponte è vanamente difeso dalla Julia, con grande tributo di sangue, nell’autunno del 1940. La struttura e la musica della canzone si rifanno a quella di un canto della prima guerra mondiale, in cui gli alpini cantavano, con parole simili, “Sul ponte di Bassano, / bandiera nera, / è il lutto degli alpini / che va alla guerra”.
Subito dopo l’armistizio (8 settembre 1943) e la fuga del re, le forze armate italiane cadono in preda al più totale sbandamento, prive come sono di chiare direttive da parte dei vertici politico-militari.  Mentre i soldati del disciolto esercito tentano con qualsiasi mezzo di tornare a casa, liberandosi di armi e divise, i tedeschi, che già dopo il 25 luglio e la caduta del fascismo avevano mobilitato le proprie truppe ai confini del Brennero, occupano i punti strategici del paese, disarmando i soldati italiani e avviando alla deportazione in Germania militari e civili. Intanto, sin dalla notte tra l’8 e il 9 settembre, alcuni gerarchi, riparati in Germania dopo il 25 luglio, annunciano da Radio Monaco la fondazione di un nuovo governo fascista. Mentre il governo monarchico - badogliano si attesta nel sud della penisola, i tedeschi, grazie a un blitz aereo, riescono, il 12 settembre, a liberare Mussolini, prigioniero nel carcere di Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Dopo un incontro con Hitler, il 15 settembre, il “duce” emana l’atto di nascita della Repubblica Sociale Italiana (RSI), uno Stato “fantoccio” con sede a Salò, sul lago di Garda. Grazie all’appoggio tedesco, essa esercita il suo governo su tutta l’Italia centro-settentrionale.
Nel contesto della guerra civile tra partigiani e “repubblichini”, nel 1943, il testo di Sul ponte di Perati viene modificato da un reparto del battaglione San Marco, noto come battaglione Barbarigo, alle dipendenze della X Mas, al servizio della RSI, comandata dall’ufficiale Junio Valerio Borghese, che opera sul fronte di Anzio - Nettuno. Il titolo della nuova canzone, anch’essa di anonimo, è Sul fronte di Nettuno.
Pochi anni dopo, il testo conosce un’ulteriore trasformazione ad opera dello scrittore Nuto Revelli (ufficiale degli alpini della Tridentina nella Nuto Revelli 1944tragica campagna di Russia, e successivamente comandante partigiano nella formazione di Giustizia e Libertà). Nasce così una delle canzoni più note e suggestive della Resistenza, Pietà l’è morta. La sua genesi, secondo una testimonianza dello stesso Revelli, è legata a un concorso per una canzone partigiana bandito dal II settore della suddetta formazione. La canzone, eseguita alla fine di marzo del 1944 dalla quarta banda del Vallone dell’Arma (Valle Stura, Piemonte), alla vigilia di un rastrellamento (effettuato dai nazifascisti il 20 aprile), vince il primo premio e, pubblicata sul n. 1 del notiziario partigiano Quelli della montagna (6 aprile 1944), diventa l’inno ufficiale della I divisione alpina di Giustizia e Libertà. Colpisce soprattutto, nella canzone, accanto alla struggente rievocazione del sacrificio degli alpini (in particolare quelli della divisione Cervino), abbandonati a se stessi dall’infido “alleato” nelle steppe russe (un evento che favorirà la maturazione di una coscienza antifascista in numerosi superstiti di quella campagna), la potenza del finale grido di battaglia: “Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia!”. La canzone sarà rievocata in due famosi testi letterari del dopoguerra: Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio e Le ragazze di San Frediano (1949) di Vasco Pratolini. Quest’ultimo, in particolare, ricorderà come essa sia stata intonata dai partigiani durante la liberazione di Firenze, nell’estate del 1944. Nel 1965, in una fase di revival delle canzoni della Resistenza, Pietà l’è morta sarà inserita dal gruppo milanese I Gufi nella raccolta I Gufi cantano due secoli di Resistenza, mentre nel 2005 saranno i Modena City Ramblers a fornirne un’ulteriore versione nell’album Appunti partigiani.

 

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