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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'AUTUNNO CALDO

ROBERTODal “vogliamo tutto” di matrice studentesca all’assalto al municipio di Battipaglia, fino alle vertenze contrattuali che riguardarono milioni di operai: una stagione di lotte che segnarono in Italia lo scontro sociale più aspro del dopoguerra. Il ruolo del sindacato e la presenza del cinema e della musica.


di ROBERTO LEOMBRONI

 

Cinquant’anni fa, novembre del 1969, l’“autunno caldo” raggiunge, in Italia, il momento di massima espansione, creando una sorta di “staffetta” con il Sessantotto studentesco e facendo sì che il Movimento non declini come nel resto d'Europa. Il 1969 era già stato segnato da acute agitazioni operaie. Tra maggio e giugno, alla Fiat, una serie di scioperi spontanei e improvvisi, proclamati al di fuori del controllo sindacale, aveva paralizzato la produzione per oltre cinquanta giorni. In prima fila c’erano gli operai meno qualificati e meno sindacalizzati, spesso immigrati dal sud, che avevano dato vita a un'assemblea congiunta con gli studenti. La radicalità dello scontro, all’insegna dello slogan “vogliamo tutto”, coniato dal gruppo extraparlamentare Lotta Continua, si era manifestata in pieno quando, il 3 luglio, in occasione di uno sciopero generale cittadino, gli operai torinesi avevano affrontato la polizia per un’intera giornata nel quartiere operaio di Corso Traiano.
La tensione e la lotta avevano però coinvolto anche il meridione. A pochi mesi dall’eccidio di Avola (dicembre 1968), il 9 aprile, a Battipaglia, un grosso centro in provincia di Salerno, si proclamava lo stato d’assedio, dopo che la polizia aveva sparato sugli operai e su altri cittadini che manifestavano contro la chiusura di alcuni tabacchifici e, più in generale, contro la disoccupazione e il degrado economico della zona. Ma, contrariamente a quanto accaduto in precedenti occasioni, stavolta l’intera popolazione aveva reagito alle cariche degli agenti, bruciando il municipio e la questura, erigendo barricate e scatenando una dura battaglia che si era conclusa con due morti e circa duecento feriti.
Il culmine della protesta operaia si raggiunge nel corso dell’autunno. Il conflitto riprende su larga scala quando arrivano a scadenza i contratti di lavoro, che AUTUNNO CALDOriguardano oltre cinque milioni di operai. Sono, in particolare, i metalmeccanici a dare vita a una delle vertenze contrattuali più importanti della loro storia. Le tute blu operaie sfilano in corteo per tutta Italia, in numerose manifestazioni, sempre più spesso fiancheggiate dai colletti bianchi degli impiegati e soprattutto da una marea di studenti. Quello che passerà alla storia come l’"autunno caldo" segna il momento di massimo scontro sociale nell'Italia del dopoguerra. I lavoratori, spinti da un radicale egualitarismo, rifiutano la suddivisione della forza lavoro in fasce diversamente qualificate e chiedono che il salario sia svincolato dalla produttività. Il protagonismo operaio cresce, accompagnato dall’esaltazione dell’assemblea come momento decisionale. La lunga stagione di lotta vede anche una crescente presenza dei gruppi extraparlamentari, spesso in dissenso con le scelte dei dirigenti delle organizzazioni sindacali. Queste ultime, inizialmente colte di sorpresa dalla radicalità del movimento, riescono tuttavia, sotto la guida di Luciano Lama e Bruno Trentin della CGIL, Luigi Macario e Pierre Carniti della CISL e Giorgio Benvenuto della UIL, a riprendere in mano la sua direzione, portando a maturazione un processo di unità sindacale e il consolidamento di una nuova coscienza di classe. Ciò favorisce la conquista di cospicui aumenti salariali e il rafforzamento delle strutture organizzative del sindacato, con la nascita dei Consigli di Fabbrica e dei delegati di reparto. Ancora una volta, nel corso di manifestazioni dei lavoratori, hanno luogo episodi di violenza e colluttazioni. Il 19 novembre, nel corso di un corteo indetto a Milano dai sindacati in occasione di uno sciopero nazionale per la casa, si verificano violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, nel corso dei quali muore il celerino ventunenne Antonio Annarumma, colpito da un tubolare di ferro. Gli incidenti, tuttavia, non frenano il movimento che raggiunge il culmine il 28 novembre, con la scesa in piazza di oltre centomila metalmeccanici in lotta per il rinnovo del contratto e per il miglioramento delle condizioni di lavoro in fabbrica. Un lungo corteo attraversa pacificamente il centro di Roma e si conclude con un comizio in Piazza del Popolo.
L’autunno caldo, non diversamente dal movimento del Sessantotto, è accompagnato dalla produzione di vari film e da una sua “colonna sonora”. Sono proprio i tre sindacati dei metalmeccanici, FIOM, FIM E UILM, ad affidare al regista Ugo Gregoretti la realizzazione di un documentario sulla vertenza, che sarà intitolato Contratto, efficace sintesi filmata delle grandi lotte operaie degli ultimi mesi dell’anno. Nel 1970 uscirà Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri, che, in continuità con i precedenti lavori di impegno civile realizzati dal regista, aprirà uno squarcio significativo sugli anni bui delle stragi senza nome e delle trame eversive che vedranno protagonisti corpi deviati dello Stato, operando una forte denuncia dell’impunità di un potere che si ritiene al di sopra della legge. Nel 1971, La classe operaia va in paradiso, anch’esso di Petri sarà invece il primo importante film italiano post sessantottino sulla condizione operaia. Seguirà, nel 1973, Trevico-Torino… Viaggio nel Fiat Nam , di Ettore Scola. Il secondo film di Petri, in particolare, mette a fuoco la realtà della fabbrica che, dopo il sessantotto, è diventata, in Italia, il centro dello scontro sociale. Al suo interno matura un’aspra dialettica tra i gruppi extraparlamentari, che la considerano il terreno ideale per la continuazione delle lotte contro il sistema, iniziate nelle università, e il sindacato, che, grazie al successo delle lotte, e a una ritrovata unità, riconquista un ruolo centrale, in fabbrica e nella società. Il film è però interessante anche perché, attirandosi, all’epoca, molte critiche a sinistra, fornisce una rappresentazione realistica della classe operaia, al di fuori di qualsiasi mitologia, prigioniera dell’alienazione e piuttosto tiepida sul tema della conquista del potere.
Accanto al cinema, l’autunno caldo produce una nutrita serie di canzoni di lotta e di protesta, spesso nate all’interno stesso della fabbrica. Composta dal giovane Alfredo Bandelli tra il 1970 e il 1971, La ballata della FIAT rievoca in tono celebrativo la battaglia torinese di Corso Traiano tra operai e polizia, l’episodio che apre la stagione delle lotte dell’autunno. La canzone, scelta nel 1972 come colonna sonora del film di Jean-Luc Godard Crepa padrone tutto va bene, è uno degli inni storici del gruppo Lotta Continua, di cui rispecchia fedelmente la “linea”, in particolare nell’additare i sindacati come responsabili dei freni imposti alla vitalità operaia e nel rivendicare un radicale egualitarismo nel trattamento economico e normativo. Sempre nel vivo delle lotte dell’autunno caldo, Paolo Pietrangeli compone la sua ennesima canzone di lotta, Mio caro padrone domani ti sparo, che nell’ironia del titolo e del contenuto tradisce il clima di quei giorni e l’allegra baldanza di una classe operaia consapevole della propria forza, che assapora la possibilità di riscattarsi da decenni di umiliazioni ed è attratta dalla prospettiva di ribaltare i rapporti di potere in fabbrica e nella società. Altrettanto espressiva del clima di quella stagione è Sciopero interno, composta da Fausto Amodei nel vivo delle lotte, su commissione di alcuni delegati di reparto della FIAT. Essa s’ispira ironicamente alla strategia del “controllo operaio”, elaborata in quei mesi da alcuni settori della sinistra sindacale, di cui quella forma di lotta costituisce uno strumento fondamentale. Lo “sciopero interno” consiste nel bloccare a turno solo alcuni reparti della produzione, impedendo automaticamente il funzionamento degli altri. Con tale sistema la trattenuta per lo sciopero è effettuata solo nei confronti di pochi operai mentre l’intera produzione è bloccata.
Passeranno solo poche settimane. I sinistri bagliori della strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), logica e terrificante conseguenza della “strategia della tensione”, tenteranno di fermare l’avanzata del movimento operaio e democratico. Non ci riusciranno. Il movimento andrà avanti e conquisterà altri importanti risultati, almeno fino alla metà del decennio successivo.

 

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