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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA CRISI DEL VENTINOVE

ROBERTOPreceduto ed accompagnato da grandi trasformazioni economiche, politiche e sociali, il giovedì nero di Wall  Street segnò una tappa decisiva nel secolo scorso. Le ripercussioni in Europa e l’affermazione dei regimi totalitari.

 

di ROBERTO LEOMBRONI

 

Novant’anni fa, il 24 ottobre 1929, esplodeva, a New York, la crisi della Borsa di Wall Street. Un evento “epocale” destinato a produrre conseguenze drammatiche nel mondo, e in particolare in Europa. Essa giungeva al culmine di un periodo, a cavallo tra XIX e XX secolo, caratterizzato, nei Paesi industrializzati, da un’intensa espansione economica. Il fenomeno, particolarmente intenso negli Stati Uniti (gli “anni ruggenti”), si era accompagnato a un aumento dei salari e del reddito pro-capite, con conseguente allargamento del mercato dei prodotti. Testimonianza efficace di detto sviluppo era costituita dalla proliferazione di negozi e grandi magazzini nelle città e nei centri minori e dalla diffusione delle vendite rateali. La crescita impetuosa della domanda di merci aveva stimolato anche nuove forme di organizzazione della produzione, favorite da una crescente meccanizzazione. La più importante era stata la “catena di montaggio”, introdotta per la prima volta nel 1913 nelle officine automobilistiche Ford di Detroit.
WALL STREATIn quegli stessi anni, avevano cominciato a mostrarsi, negli Stati Uniti e in Europa occidentale, i caratteri della moderna “società di massa”, oggetto di riflessione specifica da parte di filosofi, sociologi e scrittori contemporanei. Tra essi lo spagnolo José Ortega y Gasset, il quale, nella sua opera La ribellione delle masse (1930), rilevava il ruolo fondamentale della “moltitudine”, fino allora inavvertita nell’opinione pubblica contemporanea. Altrettanto eloquente era l’immagine che traspariva dalle pagine del romanzo L’uomo senza qualità di Robert Musil, nel quale l’autore descriveva una sorta di città “super-americana”, simile a un formicaio, in cui la velocità dominava nevroticamente sia nel traffico sia nelle relazioni umane. A conclusione di un lungo processo storico, iniziato con la rivoluzione francese, alla fine dell’Ottocento quei caratteri di massificazione e omologazione descritti da Ortega erano ormai ben definiti. In una situazione caratterizzata da un frenetico sviluppo dell’urbanizzazione e dell’economia di mercato, i rapporti tra gli individui si erano fatti sempre più anonimi e impersonali. Alle comunità tradizionali (Chiese, corporazioni, associazioni di villaggio) si erano sostituite, in misura crescente, nuove grandi istituzioni nazionali, quali i partiti e i sindacati. Se da un lato, dunque, la società di massa era il prodotto di un indubbio processo di democratizzazione e diffusione del benessere, altrettanto evidenti erano i rischi di appiattimento generale e di attacco alle libertà individuali connessi al dominio delle moltitudini, già messi in luce nel secolo precedente dal pensatore liberale francese Alexis de Tocqueville.
Nel corso degli anni ’20, la società di massa americana aveva attraversato un periodo di grande prosperità economica, destinata a influire in profondità sul tenore di vita quotidiano, testimoniato dall’ampia diffusione di automobili ed elettrodomestici. A fronte della crescita produttiva, vasti settori della borghesia si erano lanciati alla conquista di facili guadagni nella speculazione in borsa, acquistando titoli azionari e rivendendoli a prezzo maggiorato. Il successo dell’attività speculativa non poteva tuttavia avere durata illimitata, opponendosi a esso la prevedibile saturazione del mercato interno. Il malessere economico sfociò, di conseguenza, nel crollo della borsa di New York, il 24 ottobre 1929 (“giovedì nero”), causa della distruzione d’immense fortune e della chiusura di numerose aziende. La successiva adozione di misure protezionistiche da parte degli Stati Uniti, destinata ad alimentare misure analoghe da parte degli altri Paesi capitalistici, determinò, a sua volta, una grave crisi nel commercio internazionale e una brusca impennata della disoccupazione. Le politiche di austerità adottate dai vari governi europei, al fine di arginare la crisi, ebbero scarso successo, giacché contribuirono solo a determinare il crollo della domanda interna.
Più efficaci tentativi di reazione furono attuati, negli Stati Uniti, quando, nel 1932, fu eletto alla presidenza il democratico Franklin Delano Roosevelt. Egli adottò una politica economica (New Deal = nuovo patto) fondata sull’intervento statale in economia e su importanti riforme sociali, allo scopo di rivitalizzare la domanda interna e la produzione. Di qui la decisione di svalutare il dollaro (al fine di favorire la competitività delle merci nordamericane sui mercati internazionali), gli aumenti dei sussidi di disoccupazione, la riforma fiscale, le leggi sulle pensioni e l’assistenza, la tutela dei diritti sindacali. Tali interventi costituivano l’anticipata applicazione pratica della teoria economica elaborata dall’economista inglese John Maynard Keynes. Questi, nella sua opera Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale (1936), sosteneva infatti il ruolo della spesa pubblica ai fini della crescita della domanda e dell’occupazione. Tale linea di politica economica sarà applicata, in conseguenza della grande crisi, in quasi tutti i paesi. Il New Deal tuttavia non riuscì a garantire una totale ripresa dell’economia. Essa si sarebbe verificata solo con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la conseguente rivitalizzazione dell’economia bellica.
TEMPI MODERNILa crisi determinò, nell’Europa degli anni ’30, una crescente disaffezione verso la democrazia, testimoniata dal rafforzamento o dall’affermazione di regimi totalitari in Italia, Germania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Spagna, motivati dalla presunta debolezza del sistema democratico-liberale di fronte alla crisi stessa e dalla sua incapacità nel dare risposte alle inquietudini e al bisogno di miti espressi dalle masse. Il fenomeno fu particolarmente drammatico in Germania, accelerando la crisi della Repubblica di Weimar e determinando l’affermazione del nazionalsocialismo.
Alla crisi del ’29 si sono ispirati anche numerosi film. Su tutti spicca Tempi moderni di Charlie Chaplin (1936), che vede, tra i principali interpreti, lo stesso Chaplin (nella parte dell’operaio) e Paulette Goddard (la monella). Nel film, divertente satira nei confronti della società nordamericana nel primo ‘900, in cui impazzano crisi e disoccupazione di massa, molto dura è la critica nei confronti della diseguaglianza sociale, dell’ingiustizia, del costante disprezzo della dignità umana.

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