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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA CULTURA DELL'INCONTRO

ROBERTOIl percorso intellettuale di Nicola Abbagnano all’interno del clima culturale italiano nel “secolo breve". Il senso del limite e della finitezza umana trasformato in un inno alla vita.

                                     di ROBERTO LEOMBRONI

 

 

È conosciuto principalmente come autore del più celebre e diffuso manuale di storia della filosofia in uso nei licei, e di un altrettanto famoso Dizionario di filosofia. Un libro appena uscito per la UTET, opera di colei che ha lavorato come sua segretaria per quarant’anni (Rosanna Panelli Marvulli, Abbagnano. ABBAGNANOUna vita per la filosofia), ha tuttavia il merito di rivelare tutta intera la statura di uno dei giganti della cultura italiana del ‘900: il filosofo Nicola Abbagnano, appunto.
Nato nel 1901 e morto nel 1990, il suo impegno speculativo e culturale scorre interamente all’interno del “secolo breve”. E il pregio del libro della Marvulli consiste non solo nel sintetizzare il succo del pensiero di uno dei più originali e innovativi filosofi italiani, ma anche e soprattutto nel restituirci la temperie di un Paese che, soprattutto nella seconda metà del secolo, conosce, non senza accanite resistenze nel mondo accademico, una sia pur lenta e graduale metamorfosi culturale. Nicola Abbagnano è tra i protagonisti di tale cambiamento. Il suo itinerario filosofico prende, infatti, le mosse a Salerno (la città in cui nasce e in cui frequenta il liceo) e a Napoli (dove ha inizio la sua carriera universitaria), in un ambiente che, negli anni ’20-’30, e ancora nel dopoguerra, si caratterizza per una vera e propria “dittatura” esercitata dal neoidealismo crociano e gentiliano. Grazie all’influenza del suo maestro Antonio Aliotta (studioso della filosofia della scienza), Abbagnano si ribella subito alla suddetta dittatura e decide di lasciare Napoli e trasferirsi a Torino (negli anni ’30) e, successivamente, a Milano (negli anni ’60), due metropoli sicuramente più aperte, soprattutto nel dopoguerra, all’influenza della cultura europea. In particolare negli anni della sua collaborazione a Primato, quindicinale di cultura fascista diretto da Giuseppe Bottai tra il 1940 e il 1943, Abbagnano introduce nell’asfittico e provinciale panorama filosofico italiano la linfa delle nuove idee provenienti da oltralpe, a cominciare dalle “filosofie dell’esistenza” (o, più semplicemente, “esistenzialismo”), allora particolarmente diffuse (grazie a Karl Jaspers e a Martin Heidegger) in Germania. Il passo successivo sarà, negli anni ’50, l’approdo a una forma di pensiero da lui stesso definita “neoilluminismo”. Si tratta di un itinerario che conduce Abbagnano a confrontarsi, come già detto, con correnti culturali sconosciute in Italia e con nuove problematiche, a cominciare dall’approccio con la sociologia (anch’essa ignota alla stragrande maggioranza degli intellettuali italiani), che, nel 1951, partorirà la nascita, in collaborazione con Franco Ferrarotti, dei Quaderni di sociologia, prestigiosa rivista che, dal 1968 al 2015, sarà diretta da Luciano Gallino.
Di là dalle doti personali del filosofo, tra le quali spiccano, in particolare, la pacatezza argomentativa e la capacità di rendere comprensibili concetti complessi, il merito principale di Abbagnano consiste nell’aver reinterpretato in senso “positivo” la cifra dominante di una corrente di pensiero (l’esistenzialismo) che oltralpe appariva dominata da categorie “negative”, quali “il nulla”, “l’angoscia”, “la morte”, “lo scacco”, “la nausea”… , sostituendo ad esse una serena valutazione della “finitezza” umana che, lungi dal condurlo al nichilismo o a un estremo relativismo, si trasforma in un vero e proprio “inno” alla vita, alla curiosità della ricerca e, soprattutto, alla tolleranza che si esprime nel dialogo con l’altro. La linea del suo pensiero lo condurrà, ormai verso la fine della sua lunga esistenza, e alle soglie del terzo millennio, ad auspicare un fecondo “incontro tra le culture” e la necessità di elaborare l’idea di una “morale planetaria”.
La serenità che contraddistingue l’approccio di Abbagnano alla vita e alla filosofia, e la sua insistenza sulla “finitezza” e sul “limite” dell’essere umano, spiegano anche la sua intransigente laicità, da lui stesso interpretata come profonda avversione nei confronti di ogni forma di fanatismo, integralismo, saccenteria, vizi purtroppo assai diffusi anche nell’ambiente accademico. Una laicità, quella di Abbagnano, che non si chiude al dialogo con il pensiero religioso, del quale riconosce il valore soprattutto in ambito morale, purché, ovviamente, non sconfini nel fondamentalismo.
Concludo questa riflessione sul filosofo con un breve passo tratto da un’intervista da lui rilasciata alla Domenica del Corriere nel 1982, nel quale definisce il “vivere bene” non come “un susseguirsi di esaltanti momenti di frenetica gioia” bensì come “uno svolgersi sereno di giorni consapevoli, un appagamento misurato dei bisogni e delle aspirazioni, la consapevolezza delle proprie capacità e dei loro limiti, la volontà e la costanza nel realizzarle, l’amore per un lavoro che sia rifugio e una saldezza di affetti che dia stabilità ai nostri sentimenti…”. Un lascito estremamente prezioso per un’umanità che, proprio in quegli anni, si avviava verso un pericoloso smarrimento del senso del limite.  

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