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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA LUNGA MARCIA

ROBERTOL’evoluzione del sindacalismo italiano dalle iniziali attività educative ed umanitarie alle lotte economico-sociali. La notte del fascismo, la rinascita dello spirito unitario, le conquiste. le battute d’arresto e le nuove sfide.


di ROBERTO LEOMBRONI

 

CGIL 1994 1Il 9 giugno 1944, con il Patto di Roma, firmato dai tre principali partiti antifascisti (Partito Comunista Italiano, Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), nasceva la CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro). Il sindacalista socialista Bruno Buozzi, che con il comunista Giuseppe Di Vittorio era stato tra i promotori del Patto, era stato assassinato dai tedeschi pochi giorni prima. Al fine di onorare la sua memoria, il Patto fu retrodatato al 3 giugno, presumibile ultimo giorno di vita di Buozzi. Il patto sanciva l'unità sindacale e fu siglato da Giuseppe Di Vittorio per il PCI, Achille Grandi per la DC ed Emilio Canevari per il PSIUP. 
Giungevano a coronamento circa settant’anni di vita del movimento sindacale in Italia. Un processo che aveva visto l’alba negli anni ’70 del XIX secolo, quando, dato il ritardo che caratterizzava l’industrializzazione in Italia rispetto ad altri Paesi dell’occidente capitalistico, la classe operaia s’identificava in minima parte con il proletariato di fabbrica e vedeva, al contrario, una netta prevalenza di artigiani e lavoratori a domicilio. Le principali organizzazioni operaie erano ancora le società di mutuo soccorso, dirette per lo più da mazziniani e moderati, con finalità quasi esclusivamente educative e umanitarie. Dopo la condanna mazziniana nei confronti dell’esperienza della Comune parigina (1871), tuttavia, esse erano entrate in crisi, mentre si rafforzava un movimento internazionalista a indirizzo anarchico. L’acutizzazione dei conflitti di classe fu poi favorita dalla nascita di “leghe di resistenza”, impegnate nella promozione di lotte soprattutto nella Val Padana.
Furono però gli anni ’90, quelli della reazione crispina e dei tumulti di fine secolo, a vedere una consistente crescita del movimento operaio italiano, che si manifestò soprattutto attraverso la nascita delle organizzazioni sindacali di categoria (edili, tipografi…), delle Camere del lavoro (organizzazioni territoriali che raggruppavano diversi sindacati di categoria), delle leghe bracciantili e delle cooperative agricole. Negli stessi anni, il programma del neonato Partito Socialista Italiano (1892), elaborato dal suo fondatore Filippo Turati, mentre rifiutava i metodi di lotta anarchici, scelse di operare nella legalità, favorendo la battaglia economico-sindacale. Ciò determinò la diffusione delle Camere del lavoro, la cui funzione, oltre a quella di organizzare le lotte, fu di esercitare un’importante opera di alfabetizzazione e crescita culturale dei lavoratori. Contemporaneamente, in seguito all’emanazione dell’enciclica Rerum Novarum (1893) da parte del papa Leone XIII, una maggiore apertura della Chiesa nei confronti delle problematiche sociali moderne contribuì a promuovere la crescita dell’impegno sociale dei cattolici e lo sviluppo delle loro organizzazioni.
Cgil 1906Con la nascita del governo Zanardelli-Giolitti (1901), si aprì una stagione feconda per la crescita politica e organizzativa del movimento operaio italiano e delle sue organizzazioni. Il governo, infatti, a differenza dei precedenti, guidati da Crispi, ricercò un positivo dialogo con le masse popolari, assumendo un atteggiamento di neutralità nei confronti dei conflitti lavorativi. Le conseguenze di tale politica agirono positivamente sulle condizioni di vita dei lavoratori: lo sviluppo delle organizzazioni sindacali e il brusco aumento degli scioperi favorirono, infatti, un deciso incremento dei salari sia nell’industria sia nell’agricoltura. Tali risultati furono tuttavia limitati all’Italia settentrionale, mentre la tradizionale politica repressiva continuò a colpire le proteste nel Mezzogiorno. Fu proprio nell’Italia giolittiana, che nel 1906, favorita dalla corrente del PSI guidata da Turati, nacque la Confederazione Generale del Lavoro (CGL), di orientamento riformista; alla sua sinistra, operava la corrente del “sindacalismo rivoluzionario”, ispirata dal francese George Sorel, i cui militanti saranno espulsi dal PSI nel 1907, in seguito al fallimento del primo sciopero generale nazionale, da essa indetto contro un eccidio di lavoratori in Sardegna. Intanto conobbe importanti sviluppi anche il movimento cattolico, all’interno del quale si affermarono i sindacati “bianchi”, particolarmente forti e organizzati nelle campagne.
Dopo il trauma della prima guerra mondiale, nel generalizzato clima di protesta sociale che caratterizzò il “biennio rosso” (1919-20), la FIOM (Federazione Italiana degli Operai Metalmeccanici) guidò l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920), motivata da una serrata del padronato. Nonostante una sua conclusione abbastanza soddisfacente dal punto di vista sindacale (furono accolte le richieste economiche dei lavoratori e previsto il controllo operaio sulla produzione), l’esperienza dell’occupazione da una parte spaventò la borghesia, diffondendo tra le sue file il desiderio di rivincita, e dall’altra accentuò le divisioni all’interno del movimento operaio, scatenando le critiche dei rivoluzionari ai riformisti.  Le debolezze e le divisioni all’interno del movimento operaio determinarono, alla fine, la vittoria dello squadrismo fascista, un movimento violento, nato inizialmente nelle campagne con il dichiarato obiettivo di colpire le sedi e gli esponenti dei partiti operai, dei sindacati e delle leghe rosse del Centro-nord, in particolare della Val Padana.
Dopo la marcia su Roma e la nascita del primo governo di coalizione guidato da Mussolini (1922), il graduale smantellamento delle strutture dello Stato liberale si accompagnò a una politica autoritaria contro il movimento operaio. Dopo il delitto Matteotti (1924), con l’adozione delle “leggi fascistissime” (1926), si giunse alla proibizione dello sciopero e allo scioglimento di tutti i sindacati e partiti antifascisti.
La presenza dell’antifascismo, tuttavia, in particolare di quello di matrice comunista, socialista e azionista, in gran parte clandestino per tutta la durata del ventennio mussoliniano, si fece sempre più attivo in seguito alla disastrosa sconfitta dell’Italia fascista nel corso della seconda guerra mondiale. Sin dal marzo del 1943, prima dello sbarco anglo-americano in Sicilia, che determinerà il crollo definitivo del regime, si ebbe un evidente “risveglio” della classe operaia. Una serie di scioperi, i primi in Italia dopo diciotto anni di dittatura, investì numerose fabbriche del nord. Dopo alcune fermate spontanee del lavoro, verificatesi già negli ultimi mesi del 1942, la prima protesta di massa ebbe luogo il 5 marzo a Torino. L’organizzazione faceva capo soprattutto alla presenza di una cellula comunista clandestina, particolarmente attiva alla FIAT di Mirafiori, da dove la protesta si estese ad altre aziende piemontesi. Una settimana SCIOPERI 1943dopo, nonostante la militarizzazione delle fabbriche e i rischi che la protesta stessa comportava, essa arrivò a Milano (in particolare alla Breda di Sesto San Giovanni, alla Falck e alla Marelli), all’Emilia e al Veneto, motivata da un crescente malcontento contro il pesante orario di lavoro, la guerra, i bombardamenti, la fame e il regime. Nonostante i tentativi d’intimidazione e repressione messi in atto dalle autorità fasciste, la partecipazione operaia fu massiccia e gli scioperi terminarono con apprezzabili conquiste salariali. Nelle settimane successive, oltre duemila lavoratori furono fermati e molti di loro arrestati e spediti davanti al tribunale speciale. Tutto ciò non bastò tuttavia a fermare un movimento che nei mesi seguenti tenderà sempre più a saldarsi con la lotta partigiana, combattendo contro i tedeschi e i fascisti della Repubblica Sociale Italiana, che tentarono invano di arginare il fenomeno riscoprendo il programma di “socializzazione” del fascismo delle origini. L’adesione del proletariato urbano e rurale alla Resistenza, culminata nell’insurrezione generale dell’Italia settentrionale, il 25 aprile del 1945, fu determinata, oltre che dalla sete di libertà e da motivazioni patriottiche, dalla speranza di costruire, sulle ceneri del fascismo, una società fondata su una reale uguaglianza.
Furono questi i fermenti che, nel 1944, mentre Roma era liberata, portarono alla ricostituzione unitaria della CGIL. L’unità sindacale, purtroppo, era destinata a durare solo fino al 1948. Nel clima della guerra fredda, infatti, i disordini, esplosi in varie regioni italiane dopo l’attentato a Togliatti, porteranno a una scissione interna alla Confederazione. Mentre le componenti comunista e socialista rimarranno unite, sotto la guida di Giuseppe Di Vittorio, nella CGIL, quella cattolica darà vita alla Confederazione Italiana dei Sindacati dei Lavoratori (CISL), mentre repubblicani e socialdemocratici fonderanno la Unione Italiana del Lavoro (UIL).
Le divisioni tra le sigle, tuttavia, non impediranno che, nel corso dei decenni successivi, in particolare durante l’“autunno caldo” del 1969, spinte dall’azione di base dei lavoratori, le tre confederazioni marceranno spesso unite, alla conquista di quelle riforme (Statuto dei Lavoratori, in primis) che contribuiranno a fare dell’Italia uno dei modelli più avanzati di “Stato sociale” in Europa. In tale processo, la CGIL, sotto la guida di dirigenti prestigiosi, quali Luciano Lama e Bruno Trentin, e in particolare le sue categorie più avanzate, tra cui la FIOM, rivestirà sempre un ruolo d’avanguardia. Un ruolo destinato tuttavia a ridimensionarsi, sin dagli ultimi decenni del XX secolo, con la crisi del sistema di fabbrica e con la crescente complessità del lavoro in una società sempre più “robotizzata”. Saprà la CGIL essere all’altezza delle nuove sfide, reggere alla generale crisi della sinistra e non rassegnarsi a rappresentare quasi esclusivamente i pensionati?

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