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 NewsLetter 

Blog collettivo fondato e coordinato da Nando Cianci - Anno V

LE STRADE DELL'ARTE

NAVE NELSONSi può ancora fare arte in piazza? Dai monumenti eretti per sfidare i secoli a quelli fabbricati “volta per volta” per una città intesa come costruzione collettiva.

                      di MASSIMO PALLADINI

 

PALLADINILa questione dello spazio pubblico e degli interventi artistici su di esso è tornata in evidenza per la fiammata iconoclasta contro vecchi e più recenti monumenti nelle piazze, vistoso corollario del movimento “Black Lives Matter” (BLM, letteralmente "le vite dei neri contano"), sviluppato soprattutto come reazione all’uccisione di persone nere dalla polizia di vari Stati degli USA. Personaggi  celebrati con statue, effigi, memorial hanno suscitato le reazioni distruttive di chi in essi vedeva i protagonisti di storie oppressive e, d’altro canto, la difesa  del lascito storico nella sua contraddittoria complessità e, soprattutto, il richiamo al rispetto per i monumenti e le manifestazioni dell’arte.
 La questione, però, non si esaurisce in questo contrasto; anzi, al di fuori di esso mi sembra diffondersi una indifferenza, una mancanza di affezione per l’arte nello spazio pubblico quando ricalca supinamente le forme  celebrative tradizionali ed anche quando tenta delle innovazioni formalistiche lasciando, tuttavia, prevalere l’intento retorico. Penso non soltanto alla miriade di statue e steli che si depositano su piazzette e giardini nel tentativo di consegnare alla storia questo o quell’ esponente di gruppi o fazioni prevalenti ma anche a monumenti ben più motivati come NASSIRYAalcuni dedicati ai Caduti delle guerre antiche e recenti come per i morti di Nassirya. Penso ai monumenti alla Resistenza, tra i quali alcuni di grandi artisti come Mastroianni, Manzù o Mirko Basaldella con Gino Valle: quelli che non ripropongono lo schema ottocentesco rifuggono dalla piazza, cercando luoghi verdi o tentando l’improba strada di ricreare un contesto spaziale autonomo; a Pesaro, addirittura, ne spostano uno dal luogo dove fu eretto per fare lì un parcheggio, incuranti di proporzioni e ambientamento. Quello che più conserva una sua adeguata eloquenza, a mio avviso, è il monumento alle Fosse Ardeatine, del gruppo guidato da Perugini, nel luogo extraurbano  dove si consumò l’infamia, con il quale  si cerca il dialogo mediante una forma essenziale.
Insomma sembra che la città contemporanea non trovi una  via “normale” per la introduzione dell’arte  nelle sue piazze; e questo mostrano anche le ricorrenti contestazioni per interventi, pur presentati come d’autore, in contesti storici: ad esempio a Parigi  non si installerà più il bouquet di tulipani giganti  di Jeff Koons di fronte al Palais de Tokyo nonostante l’opera, sostenuta dagli Stati Uniti, fosse un omaggio alle vittime degli attacchi terroristici del novembre 2015. Altre volte, invece, l’operazione riesce facendo NEVE PISTOLETTOleva sulla falsa coscienza e le inibizioni del Potere: è il caso di Maurizio Cattelan  che, di fronte alla borsa di Milano, è riuscito a collocare una grande mano in marmo  dalle dita mozzate, tranne il medio, alta quasi 5 metri e chiamata L.O.V.E.( acronimo di «libertà, odio, vendetta, eternità»); l’assenso provvisorio di Letizia Moratti è diventato definitivo con Giuliano Pisapia, come omaggio al valore di mercato dell’autore  più che  per adesione al messaggio dell’opera. Sempre a Milano, davanti alla stazione, delude molto  la “mela reintegrata” di Michelangelo Pistoletto, installata al posto della stele Alba di Milano, concepita dall’architetto londinese Ian Ritchie, rimossa dopo un anno.
Miglior fortuna hanno le istallazioni dichiaratamente  provvisorie come quelle celeberrime di Christo e Jeanne-Claude  che, in tutto il mondo, sono state accolte come eventi e con sospiri di sollievo al loro smontaggio.
 La continua ridefinizione  della spazialità urbana  e la precarietà degli stimoli valoriali che si intende trasmettere mettono in crisi il concetto stesso di arte pubblica. In Italia  Franco Summa  propose la sua versione di “arte ambientale”( riconosciuta dalla critica anche se meno di quanto le sue  implicazioni avrebbero meritato); ma in generale , dopo la stagione dei Calder e dei Moore, al cambio di fase si risponde con  interventi  che propongono nuovi approcci al tema.
HIG LINLa High Line di New York costituisce  una raffinata forma di manierismo metropolitano e, come ogni manierismo, può anticipare del nuovo: il recupero a furor di popolo di una sopraelevata che si doveva smantellare, ha dato vita ad un parco lineare in quota, dal design contemporaneo e fortemente integrato con gli spazi urbani attraversati; non un’operazione nostalgia, quindi, ma la nuova progettazione di un segno della città esistente. Nel 2019 ne è stata inaugurata una nuova sezione chiamata The Spur; al centro c'è The Plinth, un piedistallo su cui ogni 18 mesi verrà installata una nuova opera di un artista contemporaneo.  La prima è stata un'enorme scultura in bronzo di Simone Leigh: una donna di colore il cui busto ricorda delle case di argilla africane.  La grande dimensione, rapportata alla prospettiva dell’avenue, e la valenza polisemantica del soggetto interrogano il luogo in un modo specifico, diverso dalla prossima opera.
 Questo approccio è in continuità con quello adottato in uno dei luoghi più simbolicamente RUSSELfrequentati del mondo: Trafalgar Square a Londra ha ospitato incoronazioni di regnanti, sit in di suffragette o contro la poll tax, manifestazioni antinucleari con Bertrand Russell. Nella grande piazza si trovano quattro piedistalli, tre dei quali sormontati da monumenti ottocenteschi a personaggi storici; ma il quarto è rimasto vuoto per circa 150 anni. Nell’ultimo ventennio hanno deciso di utilizzare lo zoccolo per esporre opere temporanee e ne hanno istallate 13 fino ad ora, in un’azione culturale costante chiamata Fourth Plinth Project. Gli artisti (tutti noti internazionalmente e, tra MARC QUINNessi, quel Mark Quinn che, a Bristol, ha sostituito con una nuova statua di giovane manifestante quella abbattuta del commerciante di schiavi) hanno lavorato sui temi del passato coloniale britannico, sull’accettazione sociale della diversità, sul dominio della finanza. Sono tutti lavori che giocano sulla reattività del contesto, traendone  un rafforzamento della loro forza comunicativa.
 C’è poi tutto il vasto campo , in cui non mi addentro, della Street art, con i suoi riti e gli ormai consolidati processi di commercializzazione; adottato, a volte,da movimenti locali  che si oppongono alla rimozione di graffiti e murales quando questi diventano componenti familiari del paesaggio urbano.
 Voglio infine accennare alle componenti  estetiche  della scena urbana  riconosciute come tali ex post, soprattutto misurandone il ruolo nella costruzione identitaria  delle comunità; è il caso di  vecchi serbatoi dell’acqua, di gazometri, tramvie abbandonate; o anche di azioni provvisorie di cui si chiede la permanenza. Un esempio significativo se ne trova a Berlino: è il Pallasseum, complesso residenziale di Schöneberg ; costruito nel 1977 sul sito di un ex complesso sportivo storico, è un grande edificio brutalista, che, letteralmente, scavalca un'altra struttura monolitica in cemento: un bunker della Seconda Guerra Mondiale. La grande costruzione ha visto di tutto: dai discorsi  di Goebbels ed Hitler, ai concerti di Louis Armstrong, dei Pink Floyd, di Jimi Hendrix; con i suoi 2000 abitanti è giunta al degrado fino a rischiare la demolizione. Grazie a migliorie edilizie realizzate dagli inquilini ed a una costante animazione culturale il complesso oggi gode buona salute ed un progetto artistico di Daniel Kipping in collaborazione con i locali sta passando dalla condizione temporanea a quella definitiva: le tante antenne paraboliche che si stagliano sulle facciate (tipiche delle zone ad alta densità di immigrati e loro “gancio” con le origini) ospitano immagini diverse per ognuna, scelte dalle famiglie. Insieme formano una galleria all’aperto molto apprezzata, tanto da aver contribuito alla riqualificazione del quartiere che ne difende la permanenza e lo sviluppo.
Insomma una direzione, dalle molte strade, sembra quella di fabbricarsi il monumento volta per volta e fare insieme dei bilanci sulla legittimità/opportunità della sua presenza. Per tenere aperta la prospettiva di una città come costruzione collettiva e resistere agli automatismi alienanti che sempre più occupano il suo campo.

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