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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LO SPAZIO DOPO IL MORBO

PALLADINIL’epidemia in corso sollecita molte riflessioni in campi diversi: sanità, economia, ambiente, urbanistica, società civile. Mentre sono in corsa manovre per trasformare le avversità in occasione di nuove devastazioni e di profitti selvaggi.


di MASSIMO PALLADINI

 

Si, dobbiamo parlare di quel che succederà dopo questo tempo sospeso e di timore  nel quale, insieme all’incertezza della nostra condizione, scopriamo alcune verità occultate da narrazioni interessate  o peggio ancora da decisioni, prese o annunciate, volte a peggiorare la qualità della nostra vita col nostro  spaesato consenso .
Dobbiamo capire se gli uomini e le donne, dai sessantacinque anni in, su sono baldanzosi (per la più lunga vita e miglior salute che raggiungono) tanto da poterli inchiodare alla catena, sull’impalcatura, in aula o sulle scrivanie condivise ancora per un bel tratto; oppure sono soggetti fragili, candidati a prendersi il morbo  in un quadro di malanni preesistenti che ne rende complicata e costosa l’assistenza, tanto che qualche governante li ha messi già nel conto delle dolorose ma necessarie perdite della pandemia. A ben vedere, due modi di pensare a loro come voci di bilancio; in un caso: «guadagnatevi la pagnotta se volete stazionare ancora qui»; nell’altro: «ci spiacerà pure, ma toglietevi di mezzo». Chi sa se c’è un altro modo: è da tanto che ci dicono di no; vedremo domani.
Dobbiamo capire se tutto questo insistere sullo smantellamento delle strutture sanitarie minori (e, del resto, non solo di quelle sanitarie) sia stato il grande affare che dicevano, soprattutto declinandolo con la progressiva espansione della sfera privata; capire come mai quest’ultima si è rivelata così restia ad affrontare la emergenza mentre i (pochi) pronto soccorso si affollavano e la medicina preventiva e quella diffusa si rivelavano solo slogan, evidenziati anche dall’eclissi dei medici di famiglia.
Dobbiamo capire, nel paese della manifattura e della meccanica di precisione, come è stato possibile trovarsi in deficit  di mascherine, sussidi igienici, respiratori  rispetto al fabbisogno perché le lavorazioni relative non si praticavano più, preferendosi forniture dai paesi dove il lavoro è senza diritti o nei quali era più conveniente delocalizzare le aziende.MANIFESTAZIONE OSPEDALI2
Dobbiamo capire come mai gli imprenditori agricoli e non solo reclamano a gran voce  le migliaia di manovali migrati anche irregolarmente come precondizione della ripresa, mentre le forze che più proclamano di rappresentarne gli interessi istigano al razzismo e la discriminazione.
Dobbiamo capire se gli studi (il più recente dell’università di Harward) secondo cui «particolari concentrazioni di PM2.5-le polveri sottili- possono aver favorito il Covid-19 nella zona padana»
susciteranno qualche resipiscenza nei nostri decisori che danno l’inquinamento come condizione necessaria, nonostante che il fermo attuale abbia abbassato tutti i valori caratteristici, a riprova contraria.
Quindi dobbiamo parlarne; e qualcuno lo sta già facendo. Ad esempio il capo di quello che i sondaggi danno come il maggior partito del Paese: «Condono è una brutta parola in tempi di pace, ma in tempi di guerra penso che una soluzione di tutte le controversie vada trovata». E aggiunge: parlando a La7: «La pace fiscale, pace edilizia, il blocco del codice degli appalti. Questo mi aspetto dal governo: cancellare la burocrazia e lasciare fare: quello che non è vietato è permesso. Altrimenti dopo il virus ci sarà la fame che rischia di essere anche peggio».
A parte che in “tempo di pace” il condono ce lo hanno ammannito in tutte le salse, quello che preoccupa nella dichiarazione è la visione del dopo COVIV-19 che ne emerge: siccome passeremo una crisi economica gravissima (il che è vero) la soluzione sta nel mangiarci il capitale, compromettere il territorio che è la nostra principale risorsa, le città, i paesaggi; e farlo con la legge del vantaggio per il più spregiudicato, sia rispetto alle regole edilizie che come evasione fiscale.
Si resta interdetti nell’ascoltare la riproposizione della stessa ricetta: una specie di accumulazione primitiva, fatta da borsari neri, accaparratori, raider di ogni risma che dovrebbero racimolare le occasioni di investimento e di arricchimento promettendo poi, come sempre, la redistribuzione  secondo le teorie trickle-down economics (economia della percolazione dall’alto verso il basso).
Il contrario di quel che si dovrebbe fare, mettendo in valore il territorio, manutenendolo, guardando alla distribuzione della popolazione , ai nuovi servizi che il telelavoro e la facilità di connessione a distanza rende pensabili; invece assistiamo ad echi di quella impostazione anche negli ambienti tecnocratici vicini agli attuali decisori.
casa fuksasMa c’è un altro modo di cavalcare gli eventi sul piano mediatico, col retropensiero che nulla di strutturale cambierà ma è importante porsi in condizione preminente nell’accreditamento di nuovi saperi e pratiche virtuose cui verosimilmente si dichiarerà di voler ricorrere.
Per questo si registrano le lettere aperte dei maggiori specialisti che segnalano, ad esempio, al Capo dello Stato la necessità di nuovi modelli per costruire, per stare in relazione, per ridisegnare il territorio. È il caso di Massimiliano e Doriana Fuksas con Laura Andreini di Archea che prefigurano a Mattarella la casa del domani insieme a dei loro amici, accreditati clinici e informatici. Oltre ad un’adeguata connessione la casa dovrebbe avere un kit di soccorso, una lampada Uv per igienizzare, e un ripensamento dell’aria forzata; si adombra inoltre un maggiore spazio per la socialità, invertendo la tendenza a soddisfarla fuori dalle mura domestiche.
Non entro nel merito delle scarne (fin ora) proposte, se non per rilevare il metodo dell’autocandidatura in solitaria che è il contrario di una linea di ricerca generalizzata e condivisa.
Per il vero si cominciò con Renzo Piano (probabilmente il modello da anticipare, stavolta) al quale si chiesero ospedale innovativo, scuola innovativa, periferie innovative; come se la sua innegabile professionalità potesse supplire con il genio alla sregolatezza dell’ ordinaria e dura amministrazione dell’edilizia e del territorio.  Come abbiamo potuto constatare nulla poi ne venne.
BorghiAnalogamente l’altra voce solista, Stefano Boeri, con un salto di scala afferma che il futuro è nei borghi (quelli in via di abbandono, per i quali nessuna seria politica è stata intrapresa)
Nella stessa linea  sopravviene l’appello di un noto critico d’architettura, Luigi Prestinenza Puglisi, che chiede l’inserimento di un architetto tra i componenti della task force (17 elementi!) nominata dal Presidente Conte e guidata dal manager Colao .
Insomma luoghi eccezionali, forme cui si ricorre sempre più spesso ad affiancare e sostituire la burocrazia (che perciò stesso si sentirà autorizzata a meritarsi la sua pessima fama) e che spesso smentiscono la loro attesa efficacia con la loro pletorica composizione.
Ciò nonostante manca l’architetto; e che cosa avrebbe potuto dire in quel consesso? Lo dirò con le parole di un collega, Daniel Screpanti: «…crediamo che il tema sia la flessibilità dello spazio domestico? L’accessibilità alla mobilità sostenibile? La digitalizzazione di tutto il territorio? I servizi diffusi piuttosto che concentrati? I tetti giardino che abbattono gli inquinanti? Le aree interne o in perdita demografica adottate dalle realtà cosiddette metropolitane? Quali di queste visioni non abbiamo già sottoposto all’attenzione della politica prima della pandemia?...» ed altri temi potrei aggiungere.
Scrivo solo della caduta verticale del turismo di massa ( come ce lo aveva spiegato, ad esempio, Marco D’Eramo) e cioè di uno dei fattori ( se non l’esclusivo) sul quale si scommetteva per certe aree del Paese; le risposte in termini di tipologia e spazi per le nuove forme del tele lavoro (sempre ricordandoci che c’è l’altro, il lavoro sporco, da fare mettendoci il corpo) e della tele istruzione ( per cui, dicendolo con uno slogan, si dovrà imparare a sentire le lezioni a casa ed a fare i compiti in classe ed in laboratorio).
Una serie di temi da far tremare le vene ai polsi a ricercatori ed operatori nel campo delle trasformazioni dello spazio fisico che si affrontano ( per ora) a slogan e con una ambigua riscoperta della centralità dell’alloggio, in contrapposizione allo spazio pubblico (e questo merita un approfondimento anche in termini di visione della società che si fa strada anche in accreditati maîtres à penser).
Screpanti ne fa una questione di credibilità della disciplina e della pratica architettonica le cui ambizioni sono state fiaccate dal reale sviluppo delle città e, di certo, questa componente esiste; io aggiungo la refrattaria attitudine a schivare ogni forma di contaminazione dell’azione amministrativa con la programmazione; addirittura potremmo dire con ogni forma di impegno prospettico che delinei un percorso di azioni superiore alla legislatura in corso. Il riformista Giorgio Ruffolo oggi potrebbe figurare tra i grandi rivoluzionari; roba passata e, in fondo, sospetta.
Come che sia credo che anche i saperi dovranno interrogare se stessi, troppo a lungo schiacciati su un “soluzionismo” di corto respiro e che si è rivelato addirittura generatore di problemi.
Scrivendo, mi accorgo che si avverte nella pagina l’isolamento del recluso, sopraffatto dalle contraddittorie informazioni che gli arrivano e che egli decifra con gli occhiali dell’esperienza; e sappiamo che  possono essere di gradazione inadeguata, forse; certo è che il morbo passerà ma poi torna, quello stesso o un altro; e resta il quadro delle contraddizioni che ha svelato. Qualche pensiero un po’ più lungo dei soliti aiuterebbe.

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