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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA CITTÀ RAREFATTA

REGGIO EMILIALo spazio urbano ai tempi del coronavirus. La concentrazione, da opportunità (con alti costi), si fa problema. E la pandemia ci spinge a sperimentare nuove modalità di relazioni.


di MASSIMO PALLADINI


Nella figura del flâneur Walter Benjamin ha individuato l’osservatore per eccellenza PALLADINIdelle trasformazioni metropolitane nella città. Questo uomo solo appartiene alla massa degli indaffarati passanti ma se ne distingue, se ne distanzia per il modo di fare, il ritmo, una certa lentezza. Egli osserva il movimento, finalizzato ai ruoli e alle funzioni, e valuta lo spettacolo delle merci misurando con l’occhio e con il passo il mutare della spazialità urbana nella sua dilatazione o compressione, nelle sue nuove configurazioni con grandi magazzini, sale da spettacolo, passages,  tabarins; egli osserva, non si muove in base alle nuove regole dell’agire sociale da cui si esclude , misura l’intricato intreccio che regge la città moderna  e che il cinema a lui contemporaneo elegge come scena privilegiata, in rappresentazioni realistiche o distopiche, cogliendovi un’inedita  forma di convivenza umana. E’ l’elemento cinetico, la dimensione dilatata, il tripudio delle merci a costruire questa “città che sale” come già l’avevano vista i futuristi ancor prima della Grande Guerra che nulla avrebbe lasciato uguale.
Il riferimento mi è tornato in mente, per il suo carico di sconcerto e di aspettative, camminando per  una città media, svuotata dalle direttive per i comportamenti da tenere a contrasto della pandemia di Coronavirus.
Avevo in tasca il mio foglio con l’autocertificazione circa l’esistenza di buone ragioni per stare in giro ma  l’ho presa alla larga, per concedermi  un’esperienza  diversa della  città ; e del resto, con qualche ambiguità, mentre scrivo sembra consentito  sgranchirsi le gambe, un po’ come faceva il flâneur.
Ogni ambito è più largo; il minor affollamento (ma in molte strade non si registra anima viva) restituisce una diversa dimensione agli spazi; le auto, soprattutto, che caratterizzano ormai la scena con la loro ingombrante presenza, sono molto poche ed anche quelle parcheggiate sembrano meno; per una convenzione mai esplicitata nei disegni (ed ora nei rendering) dei progetti di architettura si mettono pochi personaggi, ben dislocati, evitando sempre le situazioni di concentrazione, anche quando il soggetto rappresenta ambienti che saranno verosimilmente accorsati; ecco, di questi tempi siamo al di sotto di quella soglia e ciò restituisce una certa dignità allo spazio pubblico,  se ne possono cogliere le ambizioni, quando il progettista ce ne mise o il surplus di memoria che un’insegna, la crescita di un filare, la sopravvivenza di una fontanella  ancora reca. Conti anche le velleità del più recente arredo urbano, la invadenza dell’effimero nella segnaletica pubblicitaria, la crisi delle alberature urbGENOVAane. A una prima impressione, rivedi di giorno la stessa rarefazione delle città di notte quando ti capitava di scorrazzarvi, un “effetto notte” non ancora applicato alla pellicola; ma allora c’erano i cornetti appena sfornati dal panettiere, i lavoratori della notte e i tira tardi programmatici, selezionati sulla doppia velocità pedonale e veicolare.
Oggi il passeggiatore vede gli sparuti suoi simili imbavagliati, attenti a stare a debita distanza gli uni dagli altri. Rasentano i negozi chiusi o si dispongono in file davanti agli Alimentari; e avverti una sorda ostilità, di essere percepito come pericolo, come abusivo frequentatore di quel marciapiede («hai una buona ragione per stare qui?» penseranno). Salvo poi, tornati in casa, ritrovarsi sui balconi agli appuntamenti dei social per accendere luci, cantare suonare insieme, ma a casa propria. VIOLINOSolidarietà, certo; ma anche la sanzione visiva di una distanza provvisoria ma che si teme permanente. La città cambia e se ne vedono gli effetti: a chi serviranno tutti quei piani terreni foderati di vetrine per esporre merci? E gli uffici? Con quelle insegne istallate nei primi piani, quando l’ambizione non li ha concentrati in nitidi parallelepipedi vetrati ,sono vuoti e i loro impiegati lavorano da casa.
L’architetto  Saul Greco, mio antico professore, ci fece una lezione sulle grandi stazioni ferroviarie: il grande dinosauro della Stazione Termini, Milano ( che tanto piacque a Wright) , le stazioni francesi (una è oggi un museo) o quelle americane, che ritrovammo nei film di gangsters. Agli studenti che lo seguivano, tra coperture voltate e grandi falde trasparenti, volle ricordare la relatività funzionale dello spazio architettonico: quelle aule maestose non c’erano appena un secolo e mezzo prima e non ci sarebbero state più se solo i biglietti, diceva, si fossero venduti in tabaccheria. Il professore voleva stupire ma la previsione si verificò: oggi l’ultima delle funzioni svolta nelle hall ferroviarie è la vendita dei biglietti; ma la necessità di aggregazione, di ristoro, di incontro ha potenziato questi elementi architettonici; “non luoghi”, come li chiama Marc Augé, che sono diventati i nuovi luoghi della esperienza sempre più nomade della quotidianità; dalla pendolarità come condizione permanente, ad ipotesi di riorganizzazione territoriale basata sul trasporto rapido: si ricordi l’ipotesi MI-TO, sulla quale si discusse, basata sulla stretta connessione tra Milano e Torino.  Addirittura si rilevò la consistenza di una “città transatlantica” composta dagli uomini d’affari che dividevano la settimana  (e quindi la vita, gli affetti, le esperienze) tra Londra e New York.
Insomma, alla base della nuova dimensione urbana, anche oltre la città novecentesca – come confini e come stratificazione –, sembravano  proprio la concentrazione e la mobilità gli elementi costitutivi; proprio quelli che non vedi oggi.
Non sono valse le teorie dei disurbanisti, né le reazioni ( significative ma limitate) al disagio urbano, né le prospettive di riequilibrio ( peraltro sempre più autoreferenziali ed invise ai decisori politici): la crescita dell’ urbanizzazione ha avuto un grande impulso, a discapito degli entroterra e con grandi costi (energia, trasporti, rifiuti) nelle stesse aree urbane; ma la concentrazione, vista come opportunità (lavoro istruzione, tempo libero , ecc.) è sembrata un richiamo irresistibile, sostenuto peraltro da un sistema comunicativo basato sulla sua magnificazione e dalla speculazione edilizia collegata.
Richard Meyer, progettista a Roma del museo dell’Ara Pacis e di una delle ultime  parrocchie della Capitale, nonché  di fastose ville unifamiliari, ha dichiarato di preferire di gran lunga la residenza nuovaiorchese ad ogni altra per la presenza dei migliori musei, concerti, possibilità di istruzione, ecc. Dimenticando di aggiungere di averne la facoltà di accesso, a differenza dei 40.000 senza tetto e della crescente quota di popolazione disagiata nella Grande Mela. Tuttavia è innegabile che l’ambiente urbano  sia sede di produzione e consumo delle eccellenze culturali e ne abbia determinato  delle specifiche formazioni; oltre ad essere un terreno privilegiato dello scontro sociale, sia per la presenza di una concentrazione operaia che per averne investito la materia stessa dell’abitare (la casa, i servizi, primari, i trasporti).
Ora la globalizzazione presenta il suo conto, con i suoi mali e con i suoi rimedi: da un lato consente, direi promuove, lo sviluppo in tempi rapidissimi  di una pandemia, un influenza sconosciuta dalle origini esotiche, scagliandola con effetti rovinosi sul castello di abitudini, sulla gerarchia dei consumi, sulle modalità  che le relazioni umane hanno assunto negli ultimi venti anni; dall’altro propone la tattica del “distanziamento” per contrastare il contagio, consentendo la continuazione della maggior parte dei rapporti produttivi e commerciali grazie alla rete telematica.
Non c’è dubbio che tutto questo, visibile già ora nella scena fissa delle città che abbiamo costruito, è destinato a modificarla profondamente, seguendo la riorganizzazione capitalistica che su quello stesso terreno procede impetuosamente. Sarà come è successo  per l’alloggio: ne abbiamo visto cambiare le dimensioni e le gerarchie interne (si pensi alla cucina da vero centro della casa e, in essa, di un certo ruolo della donna a compatto apparato per cuocere e rigovernare velocemente, in coerenza  con gli impegni fuori dal domicilio); poi abbiamo  assistito all’ingresso del televisore: dal suo mobiletto ha guadagnato un posto in libreria per poi crescere e mangiarsela tutta; ora c’è il computer, sempre meno ingombrante ma che si candida ad organizzarci la vita e non solo quella domestica.
TELELAVOROCosì, mentre si apprezzano i vistosi segni di obsolescenza di spazi solo recentemente modellati alle penultime forme del consumo, la pandemia si propone come terreno sperimentale di massa per una riorganizzazione accelerata basata sul computer. Non solo lavoro, quando possibile (e lo è sempre di più); ma anche consumo: acquisti su Amazon, accesso alle banche dati e ai servizi offerti; solo a casa nostra mia figlia ha mandato una lista di film d’essai scaricabili; amici segnalano musei e mostre online, oltre all’offerta porno, ai blog, ai gruppi di interesse e ai social network, per esprimersi o sfogarsi a piacimento. Cambia la loro fruizione; si modifica una funzione essenziale come l’insegnamento affidato ai tutorial e alle lezioni in video, relegando a retorica i rapporti umani e la specificità dell’apprendimento individuale.
Naturalmente c’è una schiera di spazzini, infermieri, informatici, vigili del fuoco, costruttori degli oggetti che non si possono stampare in 3D con progetti inviati da remoto,ecc. che continuerà a muoversi nello spazio reale; ma in fondo c’è sempre stata una schiera di lavoratori molto specializzati o molto subalterni, funzionali al ciclo complessivo.
Questa riorganizzazione è una possibilità, certo; ma costituirebbe uno sviluppo conseguente della rimozione ( o del relativo spostamento ) che il sistema dominante di produzione e consumo ha operato sulle contraddizioni da quando il loro costo economico e sociale e cresciuto troppo.
Tuttavia , non solo si registrano inaspettati sintomi di indisciplina sociale (i giovani, ad esempio, hanno manifestato comportamenti  refrattari alle regole del distanziamento e dell’autosegregazione e qualcuno insiste nel voler vedere delle mostre di persona – comportamenti, certo, non consapevolmente disallineati ma che val la pena registrare); ma la stessa connessione generalizzata può offrire delle occasioni alternative di contatto ed autorganizzazione che favorisca nuovi protagonismi in alternativa alla passività dei  modelli  proposti.  Esse avrebbero un grande punto di forza se riuscissero a porre, di nuovo ed oltre la pigrizia sociale, il territorio e la esperienza di esso al centro di un’altra ipotesi di evoluzione del tempo post-pandemia.
Le rivelazioni satellitari mostrano che nelle stesse zone l’inquinamento, dopo le restrizioni, assume valori vistosamente ridotti; ecco una indicazione che, invece di rafforzare la convinzione di un legame indissolubile tra “progresso” e disagio ambientale, potrebbe spingere, ad esempio,  ad una riorganizzazione della mobilità , al controllo delle emissioni, ecc., riscoprendo la qualità di un ambiente meno traumatizzato.
Insomma il dopo Coronavirus non deve essere necessariamente il tempo della Folla solitaria.

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