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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL SONNO DEL LEVIATANO

PALLADINIDivagazioni post brexit, tra film, letteratura, storia e costume. Il grande passato da protagonista sullo scacchiere planetario e l’azzardo del presente.

                            di MASSIMO PALLADINI

 

BREXITAlla fine la Gran Bretagna se n’è andata; con le riserve cui le oscillazioni della storia obbligano, pare che il distacco dall’Europa sia definitivo.  Tutto si era presentato con facce improbabili: prima quel Farage, apripista improvvisato, inquilino dichiaratamente abusivo del Parlamento europeo dove cercava di aggregarsi ad eccentriche espressioni politiche come la sua, disposto a chiudere la ditta a referendum vinto e a riaprirla per rafforzarne gli effetti; poi Boris Johnson, che ha contrapposto ai diplomatismi di Theresa May, premier precedente, una determinazione espressa cocciutamente,  anche attraverso il corpo (mimica ed espressioni, come oggi usa nelle sempre più diffuse forme di leaderismo) e riassorbendo nella questione identitaria anche il disagio sociale. Si consuma dunque la Brexit, neologismo macedonia, formato da british ed exit sul modello di Grexit, da Greece + exit (in quel caso per una paventata espulsione  da insolvenza, qui per una orgogliosa autoesclusione); ed ai suoi leader non concedevamo il credito di tanto sconquasso; del resto anche Enrico VIII, per come ce lo consegna l’iconografia pittorica (ancorché addomesticata a fini encomiastici) non sembra lo scismatico  determinato che è stato, capace di farsi una chiesa per conto suo, richiamando piuttosto il tipo di un epicureo d’epoca.
Ha giocato, evidentemente, più la insularità che il cosmopolitismo, più le countries che la city; Giovanni D’Alessandro ricordava come fosse popolare a Londra e nelle Midlands la frase: «Se Dio avesse voluto l'Inghilterra parte di un continente, non ne avrebbe fatto un'isola» tenuta, tuttavia, quasi al di fuori dalle conversazioni con uno straniero.
Eppure nella nostra esperienza, dai racconti alle relazioni, l’Inghilterra fino ad ora è stata un pezzo d’Europa. Non si raccoglierà la fantasiosa storia di Massimo Valerio Manfredi- un best seller, poi trasposto in film- secondo cui re Artù e il ciclo bretone si innesterebbero sul  disperato RE ARTUtentativo di mettere in salvo Romolo Augustolo, ultimo erede legittimo dell’Impero romano, quando ormai l’Italia è sotto il dominio barbarico;  ma quel mito, fondamento originario della espansione culturale inglese, inaugura una fase paragonabile a quella del dominio romano ed una saldatura tra le due epopee è sembrata suggestiva, come ulteriore  legittimazione del milieu egemonico contemporaneo.
Più verosimilmente ha operato un’assimilazione per la via dei commerci, dopo quella delle armi romane.
Torna in mente il pellegrino de I racconti di Canterbury nella versione cinematografica di Pier Paolo Pasolini che intonava «Fenesta ca lucive e mo’ nun luce... » con accento britannico, ad attestare gli scambi e le contaminazioni già in pieno sviluppo.
Poi la grande avventura dei mari, verso i nuovi mondi, dove gli inglesi prevalsero nella partita aperta da Spagna e Portogallo, confinati nell’America del Sud ed in aree circoscritte dell’Africa e dell’Asia, mentre gli inglesi impiantavano al nord una colonia che, affrancandosi, diverrà la maggiore potenza del Novecento. Ma, oltre alle Americhe, gli inglesi si mossero su uno scacchiere amplissimo, dall’estremo al medio Oriente, all’Africa, alle terre vergini dell’Oceania; lo fecero certamente per il loro interesse e gloria, ma noi li abbiamo visti come nostri ambasciatori, emissari, sentendoci partecipi di regole e comportamenti, nel loro ampio orizzonte, come delle loro aberrazioni.
Subirono la più grande scissione, quella Americana; secondo l’episodio raccontato dai Wu Ming in Manituana, i nativi delle regioni al nord avrebbero potuto costituire una sponda per gli inglesi contro i coloni rivoltosi sulla base di un reciproco riconoscimento, basato sui diversi rapporti di forza ma anche sull’accoglimento dei diversi statuti e stili di vita. A nulla valse una delegazione a Londra per affermare i diritti dei Mohawk: l’incomprensione delle loro ragioni prevalse sull’oggettivo interesse all’alleanza; fino alla capitolazione.
Quasi negli stessi anni la Compagnia Britannica delle Indie Orientali (vero ministro degli esteri parallelo e spesso avamposto di sfondamento) intensificava la vendita d’oppio alla Cina imperiale, per difenderla poi con le Guerre dell’Oppio durante tutto l’Ottocento, anche attraverso la occupazione del territorio di Hong Kong, rimasto colonia e poi protettorato inglese fino al 1997. Per uno dei paradossi della storia, questo odioso episodio di colonialismo, a difesa smaccata di privilegi commerciali, oggi introduce una contraddizione di senso opposto, per gli elementi di costume e diritto britannico (ma anche per I collegati privilegi finanziari e di status economico) che lì attecchirono, contrapposti al dirigismo e all’autoritarismo del Governo Cinese: da un lato la rivendicazione di diritti ”occidentali” e di autonomia; dall’altro la fine di una secolare amministrazione separata e l’avvio dell’ omologazione al grande Paese in trasformazione.
La narrazione di quella vicenda (romanzi, film) dal lato occidentale ha sempre messo in  evidenza la superiore cultura, determinazione e modernità nei rapporti intersoggettivi dell’aggressore; un po’ come (per interposta soggettività) nella “conquista del West” americano o nell’ambigua vicenda d Laurence d’Arabia, suscitatore di nazionalismi arabi in funzione antiottomana e filo inglese; e, soprattutto nella lunga GHANDIdominazione delle Indie, per la fine della quale ci volle una delle figure di riferimento del pacifismo contemporaneo: Mahatma Ghandi. In tutti questi casi ci siamo sentiti dalla parte degli inglesi, ragioni e torti compresi; abbiamo accettato, (con le loro decadenze) il ridimensionamento della Francia e un’accezione caricaturale e perdente della Spagna, che pure influenza con la sua lingua e cultura una gran parte dell’umanità; la stessa egemonia USA, legittimata dalle due guerre mondiali combattute dalla parte giusta ma carica di arbitrarie pretese di limitazione dell’autonomia e sovranità, è un affare di famiglia, tra nonni e nipoti.
 Gli inglesi, del resto, sono quelli che hanno addirittura teorizzato la necessità e l’interesse per i popoli “selvaggi” di essere dominate da loro, in quanto incapaci di darsi assetti amministrativi e di ordine pubblico razionali; è, questo, un organico insieme di pratiche interpretative e amministrative, di tecniche di dominio che Edward Wadie Sa’id analizza e disarticola nel suo Orientalismo: un filtro attraverso cui interpretare le altre culture e legittimare la dominazione. Sa’id lo fa, ad esempio, sui testi di Sir Balfour, protagonista di vari episodi di conquista o di amministrazione, o sui rapporti dei vari governatori dell’India fino a Mountbatten; ne emerge un’ideologia così tenace da sopravvivere al tramonto “ufficiale” del colonialismo e di cui, anche fuori dai rapporti di forza, si nutriamo i nostri luoghi comuni sulle culture extraeuropee.
Certo, l’appartenenza europea è sempre stata conflittuale e antagonistica, da Napoleone ad Hitler; e, secondo una prassi consolidata, fatta di ingerenze, dalla guerra in Spagna contro Bonaparte e in difesa della “reazionaria” monarchia locale all’appoggio “progressista” agli indipendentismi, tra cui quello italiano (anche se a Napoli Nelson era schierato nel golfo contro la rivoluzione illuminista). Ma il discorso di Winston Churchill (un grande uomo politico divenuto un eroe dal suo popolo) dopo la guerra vinta è un grande appello all’unità europea, come medicina contro le guerre fratricide e come strumento comune di progresso.
La ipoteca della divisione mondiale in blocchi contrapposti non giovò a questa ispirazione, dovendo essa convivere con sistemi di alleanze e contrapposizioni talmente forti da piegare il difficoltoso cammino dell’Unione e farne una delle ragion d’essere; tanto che la caduta (provvisoria) dei muri lasciò l’Europa quasi demotivata, se non come strumento di regolazione finanziaria e di riallineamento dei fronti contrapposti.Oggi tutto questo è alle spalle, compresa la passata grandezza Britannica; ognuno cerca il suo posto nel mondo che non è più chiaro come un tempo e, tra tutti, l'Inghilterra si gioca la carta dell'antica grandezza come pass per un ruolo di mediazione finanziaria internazionale.  Restano I film di James Bond, in cui una spia senza più l’Impero di riferimento diventa uno stereotipo astratto, perfezionando, da una versione all’altra, gli elementi che già colse al suo apparire Umberto Eco; e JOHNSONrisorgono i nazionalismi interni, le mai sopite questioni, irlandesi e scozzesi, contrappasso del traumatico distacco.
Saranno più difficili i viaggi, le relazioni con I nostri figli che stanno lì, con gli amici e con i tanti inglesi che amano l’Italia; ma gli sviluppi meno prevedibili debbono ancora venire.
Boris Johnson pensa ad un ruolo di battitore libero tra gli equilibri geopolitici e quelli finanziari, in virtù della fortuna linguistica dell’idioma patrio, delle relazioni ex imperiali convertite in affaristiche e dell’ombrello interessato degli USA, sotto cui tuttavia, dovrà scontare una rinnovata e stavolta esplicita subalternità.
C’è da chiedersi perché non sia stato avvertito come benefico l’ancoraggio alla vecchia Europa unita, capace (se non altro) di giocarsela in un possibile assetto multipolare del mondo, proprio in contrasto al risorgente egemonismo delle vecchie e nuove potenze maggiori.
Forse continuano ad operare parametri concettuali precedenti, governando un tempo provvisorio, fin quando la evidenza dei fatti si incaricherà di mostrarne il superamento, imponendone di inediti e non necessariamente migliori; magari Oltremanica  - e, con essi, anche noi - credono che sopravviva e che continui l’antico dualismo tra terra e mare, come principio ordinatore delle Nazioni, individuato da Carl Schmitt.  Behemot  (per la terra) e Leviatano (per il mare) dormono e, con essi, gli equilibri che la Gran Bretagna tessé  battendo le acque di ogni mare, come gli Ateniesi; o le manovre di potenza terrestre del Sacro  Impero Germanico, della Russia o della Francia. Schmitt si azzardò a parlare anche dell’aria, considerando la nascente aviazione e del fuoco, in prospettiva della promettente motoristica; ma il dominio del mare per lui restò determinante, ancorando il suo pensiero al suo tempo.
Oggi il nuovo impalpabile etere telematico che scombussola ogni equilibrio, indurrà ad altre organizzazioni di pensiero, altre analisi, altra possibile struttura del Nomos. Dentro questo processo l’azzardo inglese ed il nostro incerto cabotaggio troveranno nuova collocazione e diverso senso.

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