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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA TORRE DI BABELE

BCE1La parabola della coop chiamata edificio/cielo. Il nuovo monumentalismo, le manie di grandezza, gli sprechi. Come un amaro rende un ambiente trendy.  

    di MASSIMO PALLADINI

 

PALLADINIQuesta storia va raccontata, perché ci parla di un processo  oramai  molto avanzato, lungo il quale si  sta giocando il credito  che troppo facilmente, forse, abbiamo accordato al rinnovamento preso  come valore in sé, auspice il sistema imperante dei media  con la sua capacità/ necessità di ridurre anche le forme più stabili, come quelle urbane, ad oggetti di consumo vorace.
Alla fine degli anni ottanta comparve sulle riviste  di settore e non solo una serie di foto dalla forza dirompente; vi parlo della foto, perché gli scarsi disegni che uscirono erano di difficile decifrazione e non apparivano essenziali per la comprensione dell'opera. Non so quanto gli architetti viennesi, autori del progetto, fossero già accreditati nei circuiti europei che contano, nel circo di relazioni che, tra accademia, media e giurie di concorso, costituisce il reale agone del successo nell'architettura del dopoguerra; ma, certo, per noi che ci orientavamo tra le poetiche del tempo (difendendo, magari, la lezione della "tendenza" italiana, gli sviluppi del razionalismo o un certo storicismo ancora da esso permeato, dal dilagare del "postmoderno") questa piccola costruzione spostava radicalmente i termini della questione, con un deciso decostruttivismo formale ed un gesto scultoreo forte ed anche accattivante. Erano le foto della mansarda in Falkestrasse a Vienna; qui gli architetti di Coop Himmelb(l)au( Cooperativa Costruzione/ Azzurro del cielo: questo dice il gioco tipografico del nome) avevano sventrato un austero tetto nel centro di Vienna, inserendoci una scheggia di acciaio e cristallo che prolungava la sua struttura ben oltre la sagoma del fabbricato: altro che rispetto del contesto, riscrittura tipologica e/o morfologica; essa ci diceva: affermiamo che siamo qui, noi e gli avvocati che ci hanno commissionato il lavoro ed il cui studio sarà visibile in tutta la città. Perciò tornava buono un repertorio sperimentale che le avanguardie storiche hanno messo a punto, anche se (loro) minoritarie ed incomprese: perciò essi guardavano a Tatlin, ai costruttivisti russi, un po' al futurismo e leggevano Deleuze (forse) che, nei precedenti dieci anni, il decostruttivismo lo aveva proprio teorizzato, saggiandolo sulle varie forme dell'espressione artistica. Il progetto ebbe un grande successo anche perché, effettivamente, tracciava una prospettiva di ricerca che sembrava fruttuosa, di fronte all'estenuarsi della lezione più "classica" del moderno ed all'inconsistenza del abusato repertorio postmoderno ; la sanzione dell'avvenuta  penetrazione nel gusto popolare si ebbe quando, con un riferimento evidente, lo spot di un amaro molto noto  indicò quell'ambiente come trendy, adatto  per un drink alla moda, bevuto da architetti di due generazioni, come era stato con  il ( più noto) veterinario che salvava il capriolo.
Nel frattempo, tra i maggiori, Zaha Hadid in Inghilterra, Gehry ed Eisenmann (provenienti da altre esperienze)in USA avevano già intrapreso dei percorsi che avrebbero portato ad affermare questa svolta: reinventare la forma, a partire da un'intuizione scultorea o da interne topografie i cui rapporti col contesto si faranno sempre più flebili ed ermetici. Questa capacità di invenzione spettacolare, sempre più spinta, incontrò la stagione delle grandi opere: le infrastrutture dei paesi emergenti, la loro volontà di rappresentarsi (condivisa da non pochi regimi autoritari) fornì le maggiori occasioni per l'affermazione di questa spinta. L'America ne ospitò espressioni meno estreme (forse per aver adottato il motivo "ordinatore"-in qualche modo- del grattacielo); ed anche l'Europa vi oppose la resistenza dei suoi tessuti urbani storici. Ma qui, in Europa, Coop Himmelb(l)au ha costruito molto e sempre più in grande, contribuendo a ridurre così (con l'apporto, anche, di una nuova generazione di progettisti) la distanza tra  i modi di fare architettura nel mondo. Questo nuovo International style ha incontrato, inoltre, le esigenze espansive del capitale finanziario, la sua logica globalizzata, la sua voglia (condivisa, ahimè, anche da molte istituzioni democratiche e poteri locali- sempre più ossessionati dalla ricerca del consenso) di esprimersi con un nuovo monumentalismo. Le grandi opere scultoree dilagarono; l'originalità diminuì a vista d'occhio, per la crescente arbitrarietà dei gesti compositivi, per la necessità di ingegnerizzare prodotti sempre più standard, per i quali si chiedeva  di più il nome di quelle che erano ormai divenute  le "archistar", che un progetto compiuto; questo, infatti, il più delle volte veniva sviluppato dalle stesse imprese esecutrici, con i metodi parcellizzati della nuova divisione,anche internazionale, del lavoro, per lo più precario.
BCE1Quest'alleanza emarginò progressivamente ed, infine, insterilì altre linee di ricerca disciplinare, occupando rumorosamente un mercato che appariva florido ed interessato a comunicare forza, potenza più che a realizzare opere socialmente utili( la questione delle abitazioni, il grande tema del deficit di servizi, ecc.). Tenacemente, questo quadro fu difeso, anche quando i sintomi della crisi diventavano leggibili ed avrebbero potuto suggerire correzioni di rotta. Ora appare stridente la contraddizione tra la crisi in atto e gli interventi per essa necessari ed il proseguire di questa cavalcata, senza più  cavalieri.
Uno degli ultimi atti di questo cammino, ormai irrazionale, porta ancora la firma di Coop Himmelb(l) au, lo studio di architettura “ Edificio/cielo”: la nuova sede della Banca Centrale Europea, a Francoforte; e questa  occasione sembra piuttosto  una dannazione, perché coinvolge uno degli studi più talentuosi d'Europa, della cui partenza fulminante abbiamo riferito anche se oggi se ne avvertono segni vistosi di stanchezza dell’ispirazione.
La nuova costruzione gigantesca, già ribattezzata "la torre di Babele"(per la sua altezza e perché   frequentata da funzionari di molte lingue diverse) sorge sulla solita area dismessa a ridosso di una città storica e ne modificherà per sempre lo skyline, con una mediocre torre per uffici, impreziosita dalle solite(ormai) invenzioni, schiribizzi, trovate .Questo orgoglioso monumento ad un Europa che non c'è, è stato voluto ed impostato su un budget di 600 milioni di euro che nel 2010 ,anno dell'effettivo inizio del cantiere, erano già lievitati ad un miliardo e 200 milioni di euro: una cifra che in quell'anno  sarebbe stata influente, se spesa in soccorso della Grecia. Sulla tragedia di un continente in crisi svetta, dunque, un simbolo delle passate ambizioni. Non è un caso se questo monumento allo spreco della burocrazia europea, nel sonno dellapolitica democratica, ci parlerà beffardamente, ancora, della volontà di grandezza che lo ha motivato. «L'architettura deve essere cupa, ardente, liscia, rugosa, angolare, brutale, rotondeggiante, delicata, colorata, oscena, voluttuosa, sognante, seducente, repellente, asciutta, bagnata e palpitante. Viva o morta». Così scrivevano gli architetti austriaci nel 1980; si è verificata la loro seconda ipotesi, ai nostri giorni; essi sono entrati nel ventre di vacca delle istituzioni e del capitale finanziario che le influenza; tutte le declinazioni sensuali, tattili, emozionali sono state piegate alla rappresentazione del potere che, per paradosso, qui coincide con la sua crisi.  Il grattacelo storto si avvita nel suo formalismo; l’architettura non riesce nel suo ruolo ancillare perché non sa cosa servire. La lezione delle capitali di Le Corbusier e di Louis Khan (di cui pure la storia si è incaricata di mostrare i limiti) è lontana; non è solo per una questione di linguaggio ma per la capacità di essere parte di una costruzione sociale larga e condivisa.

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