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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

ATENEI ERRANTI

PALLADINIIl complesso rapporto delle Università con le loro città: il caso dell’Abruzzo. Dalle vecchie strutture ai campus e ai vagabondaggi pescaresi delle sedi. Resta aperto un vasto campo di possibilità. Ma occorre superare campanilismi, manovre spericolate, suggestioni ballerine.


di MASSIMO PALLADINI

 

A un certo punto lo fecero; sarà stato per campanilismo, per orgoglio provinciale, perché volevano anche loro il figlio dottore ( come gli operai ROIOdi cui canterà  Paolo Pietrangeli  pochi anni dopo) ma alla svolta degli anni ’60 dello scorso secolo gli Enti Locali e le forze produttive promossero la nascita dell’Università  nell’Abruzzo adriatico; l’Aquila era già partita per suo conto, negli stessi anni.   Comunque sia, si deve dare atto a quel ceto dirigente di aver dotato il proprio territorio di una infrastruttura decisiva, le cui potenzialità sono ancora da dispiegare, ma che ha prodotto benefici effetti ed ancora ne produce, pur nelle difficoltà del mutato quadro economico e sociale che delinea (molto problematicamente) le coordinate di questa regione, come dell’intero Paese. Il rapporto con le città conobbe una naturale evoluzione dalla fase dell’istituzione di Libere Università a quella della Statalizzazione ma  da subito  presentò  differenze in relazione ai vari contesti.
 L’Aquila si appoggiò ai suoi palazzi nobiliari ed a una colonia fascista che sorgeva a Roio, uno dei “ castelli” che nel XIII secolo fondarono la città, a ridosso di una grande pineta; ed ancora quella resta la sua ossatura, con gli ampliamenti e gli adattamenti del caso, l tempo trascorso ed anche in conseguenza degli eventi sismici; questo ha comportato la concentrazione di molte attività nella zona di Coppito. Oggi in città svolgono la propria attività altri centri di ricerca, legati al Laboratorio sotto il Gran Sasso o nati come parziale risarcimento alla crisi del terremoto e ,con essi, sarà necessario trovare vitali sinergie.
Teramo occupò il vecchio ospedale dismesso ai margini del centro storico, per il quale, dopo la realizzazione delle nuove sedi in area esterna , si sta operando la riconversione come residenza studentesca;l’originaria facoltà di legge e quelle che si sono aggiunte formano  oggi  una Università  autonoma che sta programmando il suo rapporto con la città prevedendo, insieme a questo tassello,  il recupero dell’enorme ex COLLE SANTAGOSTINOmanicomio ( con gli evidenti effetti su tutta l’area centrale) e un nuovo collegamento dedicato tra il centro storico e le sedi principali ( realizzate di fronte alla città storica, sulle Coste Sant’ Agostino)  , oggi scarsamente partecipi delle relazioni urbane. L’autonomia  dell’Ateneo teramano  è   frutto delle divisioni localistiche e della stessa  gestione particolaristica delle Università, insieme alla mancanza di un Politecnico regionale e al moltiplicarsi di lauree quasi doppione l’una dell’ altra; tuttavia questo nuovo assetto  è stato interpretato differenziando l’offerta ( e l’occupazione dell’ex manicomio ne offre la possibilità)e lavorando su  un’ipotesi  di rapporto tra le facoltà legate alle scienze dell’alimentazione ( qui istituite in una fase successiva) ed altre centrali di ricerca esistenti come l’Istituto zooprofilattico .
 Chieti iniziò collocando le sue facoltà  di Lettere e Medicina in una scuola media  a valle dell’antico nucleo, lungo la direttrice di viale Amendola e poi nell’ appena dismesso carcere giudiziario. Ma il feeling col centro storico si arrestò lì; infatti il protocollo stabilito con Pescara MADONNA DELLE PIANEdefiniva a Madonna delle Piane la sede dell’Ateneo sul modello del campus, da edificare con un disegno organico, come poi avvenne. Questa mediazione (che comprendeva anche la ripartizione delle facoltà), pur nella sua schematicità, poneva tuttavia le premesse per la realizzazione di un caposaldo della futura (piccola) metropoli Chieti /Pescara, finalmente intesa unitariamente; tuttavia nulla ne conseguì, sia nella programmazione del contorno, gravato dal nuovo ospedale (oggi, pare, obsoleto) e da un’aggressiva periferia, sia dall’assenza di collegamenti pubblici integrati con Pescara e col colle. Controverse vicende come la costruzione del cosiddetto “Villaggio Mediterraneo” (in occasione dei soliti eventi speciali) non ha portato significative modificazioni. Queste circostanze hanno inibito fino ad ora un pensiero sulla fecondità del possibile rapporto tra l’università e la parte antica della città; oggi, con le caserme e gli ospedali dismessi, con palazzi gentilizi vuoti, con la crisi del patrimonio immobiliare di Banca d’Italia e Fondazioni bancarie si spera che una strategia organica per questa opportunità si possa sviluppare; intanto permane il collaudato rapporto ( nel bene e nel male ) tra Medicina e l’Ospedale locale.
Si può dire ,dunque, per queste tre città che gli Atenei hanno delle ipotesi solide su cui lavorare e sviluppare la loro rete di relazioni urbane.
Pescara ha avuto la sorte più singolare, a misura delle sue caratteristiche,  che l’hanno resa in gran parte prateria per cavalcate dei suoi “animals spirits”. La città offrì alle facoltà un suo piccolo gioiello: l’edificio dell’Azienda di soggiorno, costruito sul lungomare dopo la guerra su disegno dell’architetto romano Eugenio Montuori (con-e contro- Luigi Piccinato, una delle firme nella ricostruzione). L’edificio, grande terrazza sul mare e grande affaccio al primo piano, era (come gli antichi kursaal, o palazzo Sirena a Francavilla ed altri similari contenitori di feste ed eventi) concepito come vettore dello sperato rilancio turistico; ma per anni divenne invece sede di lezioni e terminale del vociante sciamare di studenti provenienti da tutta la Regione e da molte parti del Sud per studiare Economia e Lingue. Venne poi Architettura, a metà degli anni sessanta; la sua prima sede fu nel Palazzo del Governo e della Provincia, proprio sopra gli uffici della Biblioteca e della Questura, scomodo vicino durante le turbolenze del ’68. Poi cominciò un vagabondaggio urbano, dovuto anche al crescere delle iscrizioni e alla ricerca di sedi con locali idonei.  Oltre a varie scuole, si segnala l’edificio che sorge immediatamente a sud di ponte D’Annunzio: il Centro Nazareth, ora residenza per anziani, allora pensionato cattolico femminile di proprietà della Curia Vescovile che lo mise a disposizione (operazione non riuscita a Chieti per il ben più blasonato e pregevole Seminario, in prossimità della Villa Comunale). Ma (e, forse, soprattutto-almeno nell’immaginario di una generazione di architetti che vi hanno dedicato memorabilia, racconti, rievocazioni) fu a palazzo Perenich lungo via Gabriele D’Annunzio che la facoltà stazionò più appropriatamente. Il palazzo, disegnato sul modello del fiorentino palazzo Strozzi per un facoltoso orafo, sorge su uno degli assi  che Pescara sviluppò dopo  la demolizione della cinta fortificata; per i ragazzi del quartiere, costituito di architetture meno auliche, è” il palazzo dell’aquila di ferro” in virtù di un elaborato portabandiera metallico che esso esibisce ancorato al suo bugnato.
 Proseguendo oltre, sulla stessa direttrice, negli anni del boom edilizio che aveva saturato le aree centrali, la  città attestava un nuovo episodio del suo sviluppo : una lottizzazione denominata, dal marchio dei proponenti, “Ala-Gaslini”.   Le società erano la genovese Gaslini, produttrice di oli industriali, e la società Ala Laterizi, in una zona già interessata da una fornace; nell’area pescarese, queste strutture di produzione per l’industria delle costruzioni ebbero una certa fortuna e ruolo generativo, rifusi poi nella utilizzazione edificatoria dei siti e nella conversione degli imprenditori in operatori e commercianti dell’edilizia.  Accadde che, per evitare gli oneri che una lottizzazione pur comportava (le fisime urbanistiche del primo centrosinistra, infatti, planavano sul precedente laissez faire), l’Ala lasciò a terra la Gaslini, presentando una separata domanda di edificazione che fu assentita, con conseguente contenzioso. Il cantiere, nel frattempo, aveva prodotto il rustico di tre palazzine per uffici legate da un vasto interrato nell’area di proprietà dell’Ala; il fermo sopraggiunto e la esposizione pericolosa con le banche (soprattutto il Banco di Santo Spirito) determinò una situazione di crisi legata anche alla specifica scelta imprenditoriale: una destinazione esclusiva ad uffici in un’area all’epoca ancora percepita come distante. 
Era questo il momento (la fine degli anni ’80) in cui la dispersione delle sedi pescaresi e la loro inadeguatezza, pose con evidenza all’ordine del giorno la ricerca di una soluzione stabile.  Si esplorarono varie strade: la città era talmente impreparata da non avere un’area a ciò destinata urbanisticamente; si provò con l’Aurum, la fabbrica da poco dismessa (su questo c’è stato un singolare e frenetico passaggio di proprietà tra vari enti pubblici: la Provincia, prima acquirente dagli eredi Pomilio, l’Università, il Comune, fino all’attuale restauro e utilizzo) ed altre ipotesi tra cui la meno convinta fu di costruirla ex novo. Infine il Rettore dell’epoca  prese l’iniziativa di acquisire le tre palazzine di viale Pindaro,proprio quelle di cui scrivevamo sopra, togliendo d’imbarazzo costruttori e banche e  dotando l’Ateneo di un complesso che, opportunamente ristrutturato e ampliato con progettazione interna alla facoltà di Architettura, costituisce il polo attuale.
 Da allora poche novità, fino  a tempi recenti; va segnalato che tra i tanti progetti e suggestioni elaborate in facoltà nessuno studio organico è stato proposto sull’ impatto del grande servizio sulla città  per la residenza studentesca, per le attività indotte, e nemmeno  per ipotesi di ampliamento, in anni che , pure,continuavano a registrare espansione; anche una mensa e una piccola casa per studenti sorsero in area acquisita occasionalmente: la sede di un ex autotrasportatore .Nemmeno la grande occasione di un accordo di programma pubblico/ privato sulle aree retrostanti il complesso, oltre la ferrovia dismessa , fu colta: infatti la progettazione d’insieme tenne poco conto di quella vicinanza, prevedendo  la collocazione del nuovo tribunale  in posizione centrale e preminente,  i volumi privati sui nuovi fronti stradali e un’ area residuale  per l’Università.
Nonostante la scelta di viale Pindaro abbia avuto queste caratteristiche , la nuova posizione dell’Ateneo si veniva a trovare dentro un settore della città che davvero aveva ( ed avrebbe) bisogno di un organico ripensamento: a sud la Pineta D’Avalos ed il grande serbatoio di naturalità che si spinge fino a colle San Silvestro; a nord est   il tessuto edilizio regolare che, generato da viale Marconi ( alias Statale Adriatica),si sviluppa senza particolari episodi attrattivi, dalla ferrovia  fino al litorale, recentemente conquistato ed anch’esso in via di definizione; ancora ad est, l’asse di via Pepe che interessa la principale zona sportiva ( lo stadio) e termina nei pressi del teatro dannunziano; ad ovest la vasta area che si sviluppa fino al quartiere San Donato, la “ città satellite” degli anni ’60, solo di recente oggetto di interventi scoordinati ( di maggiore o minor pregio) nella quale permangono significativi detrattori come il carcere e la sua  area di salvaguardia; sono i retaggi del famoso “ stralcio” operato in sede di approvazione ministeriale del PRG del ‘1956. In questo quadrante ancora in  via di definizione la  funzione  universitaria induce  diversi effetti benefici, che andrebbero tuttavia finalmente  governati.
MERCATO ORTOFRUTTICOLO La città, che nel frattempo ha provveduto a diversi aggiornamenti del suo Piano Regolatore, e l’Ateneo, che intanto ha offerto al Comune progetti per ogni area importante, organizzando  d’intesa con esso mostre e seminari , sono rimasti a lungo inerti rispetto a questo grande tema urbano; solo recentemente, per un tratto della passata amministrazione ( ma non per tutta la sua durata , a causa di dimissioni premature) Il tema ha trovato inquadramento in un documento organico, propedeutico ad atti di piano, chiamato :” Città della conoscenza e del benessere”; in  esso trovavano spazio  anche indicazioni elaborate in ambiente universitario. Il documento, approvato in Consiglio Comunale, metteva insieme le  questioni dello sport, delle valenze ambientali di quella parte di città e dello sviluppo dell’Ateneo; era, naturalmente, suscettibile di critiche anche radicali ma  si caratterizzava per indicare una cornice di coerenze estesa all’intero ambito e collegata al documento generale sulla mobilità.
L’attualità ci porta ad un cambio dell’amministrazione che, tuttavia,pur dentro i nuovi orientamenti , ha riconfermato quelle linee programmatiche. Ma, abbastanza inaspettatamente, nello scenario di questa fase d’avvio del governo cittadino, giunge la richiesta del Rettore dell’Università che appare a molti come la mossa del cavallo: una spericolata triangolazione tra alcune delle aree e delle questioni aperte (e molto sensibili) in città; a onor del vero sembra che, discretamente, essa sia stata avanzata anche alla precedente amministrazione. La proposta prevede il trasferimento dell’Università da viale Pindaro al lungomare sud, in luogo del demolito mercato ortofrutticolo ( che , ironia del caso, costituì il controvalore della localizzazione a Chieti per il nucleo principale dell’Università stabilito nell’accordo tra i sindaci dell’epoca, Mancini e Buracchio) .Questo tratto del lungomare, retrostante il porto turistico, oltre ad ospitare il mercato, è stato a lungo ingombrato da altri capannoni ed oggi è interessato anche da contestati  interventi di iniziativa privata; un  tentativo di redigere il piano particolareggiato previsto per la zona si é arenato e l’area vive in un limbo, sorvegliato da una ruota panoramica provvisoria, di cui si procrastina  continuamente la rimozione. Nel sito dell’ Università ( oggi se ne ha la conferma) si sarebbe dovuta insediare la sede pescarese degli Uffici Regionali ( altra annosa questione che viene addirittura dagli atti istitutivi dell’Ente, per trascinarsi, prima con i soliti acquisti di fabbricati privati e/o di enti in difficoltà come la Camera di Commercio, poi con un bando d’acquisto aggiudicato per un complesso in prossimità dell’aeroporto e poi  bloccato per via giudiziaria).
 La Regione, integrando altri fondi  già in dotazione e/o con lo scambio di aree, avrebbe fornito le risorse per la edificazione del proposto “campus del mare”, annunciato come aperto alla città attraverso le sue attrezzature.
La proposta ha il fascino del colpo fondativo, del gesto risolutore un’antica questione; anche quello del predecessore che insediò l’Ateneo a viale Pindaro fu inteso così. Di certo non ci sono (almeno a noi note) analisi sugli effetti di tale trasferimento sul litorale e i suoi dintorni, sulla città, sugli studenti; così come non è nota la trasformazione che verrebbe indotta dalla sede regionale, una volta trasferita negli edifici acquisiti. Quello che si può dire è che da un lato cambiano i termini della riorganizzazione urbanistica del quadrante sud est della città; dall’altro vanno in archivio le tante suggestioni (ma finora solo di quelle si tratta) che vedevano nelle aree liberate, ai piedi del celebrato ponte del mare, una opportunità per il turismo, il tempo libero ed una possibilità di rinaturalizzazione del litorale. La polemica è infuriata tra le forze politiche, registrando pragmatiche adesioni o fiero dissenso; le argomentazioni sono uscite presto dal razionale pro o contro; va segnalata tuttavia, quella secondo cui il previsto, limitato, ampliamento retrostante l’attuale sede sarebbe controindicato per ragioni geologiche e ciò consiglierebbe, quindi, l’integrale trasferimento.  Non solo il terreno interessato condivide la stessa giacitura e stratificazione dei circostanti e, segnatamente, di quello dell’imponente nuovo tribunale e delle stesse sedi attuali; ma il terreno di approdo del nuovo complesso ricade in quella che storicamente fu “la palata”, l’antica palude la cui prima bonifica fece l’ingegnere militare Bardet, al seguito di Gioacchino Murat.
 Quindi la questione resta tutta tecnico/ politica: una università che ha sedi non più adeguate e una città che deve offrirle soluzioni migliorando se stessa.
E’ notizia recentissima che, dopo qualche mese di polemiche ,il Rettore rinuncia alla proposta; non  si apre , in conseguenza, un tavolo di elaborazione progettuale tra diversi scenari, assumendo l’incontestabile esigenza espressa di uno sviluppo adeguato, funzionale delle sedi pescaresi dell’Università ( cui, pure, di recente si era applicata la facoltà di architettura- penso all’ipotesi sulla mobilità di viale Pindaro e sull’asse di via Pepe) ; si resta, risentiti, nei propri recinti: Ateneo ,Comune, Regione.  Una diversa organizzazione della città può attendere; la organizzazione policentrica, sempre citata nei documenti, cede di fronte all’attrito degli equilibri consolidati.  Le uniche prese di posizione sono sul finanziamento che potrebbe sfumare, non sulla soluzione per utilizzarlo su una linea condivisa. Ma temi e problemi li pone la città, in ogni sua fase; il metodo del piano resta il modo migliore per affrontarli; non aiuta un poco meditato decisionismo ma nemmeno il procrastinare le scelte e rimandare le contraddizioni.
E’ proprio vero:  Pescara ha poca dimestichezza con  il suo spazio pubblico,  che ha visto come intralcio nel suo sviluppo; e , per riflesso pavloviano,esso la  intralcia anche ora che lo sviluppo cede il passo alla crisi.         

 


 

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