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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

AREE DI RISULTA

pzza salottoSulle tracce di De Gregori e dei ricordi, gli spazi che hanno alimentato velleità, sogni, progetti e cicatrici in una città: Pescara.


di MASSIMO PALLADINI

PALLADINIQualche anno fa Francesco De Gregori  è ritornato a Pescara, città dove abitò  negli anni '50 al seguito del padre bibliotecario: si ricordava in città la sua figura che, nel primo tratto della  sua proficua carriera, concepì tra l’altro il “catalogo unico abruzzese e molisano”; a pensarci oggi, in tempi di smantellamento  del sistema regionale di biblioteche, anche questo è un segno, non rassicurante, del trascorrere delle età. Nell’occasione De Gregori rilasciò delle dichiarazioni riguardanti gli elementi salienti di quel periodo, per come emergevano nei suoi ricordi. Tra le altre annotazioni su quella città giovinetta, mi sono segnato questa: «..ad esempio, di piazza Salotto, lì davanti, mi ricordo il prato».
Mi  ricordo anch'io lo spazio a cui si riferisce e tanti della nostra generazione. Quell’immagine ha ravvivato anche la mia ed il primo pensiero è stato: buffo che egli ricordi un prato, tout court; che riassuma in un grande piano verde disponibile quell’area.
Infatti non era proprio un prato ma un enorme zona vuota che comprendeva tutto l'isolato tra via Fabrizi e via Carducci, col suo lato corto a Nord su corso Umberto I, ricostruito con l’aiola centrale di magnolie. C'era un'erba stentata in qualche  brano di terra scoperta, frammisto a  distese di ghiaia, cemento, asfalto ed a pezzi di lastricato, residui delle costruzioni abbattute; sì, perché  tutto l'isolato libero era la risultante dei bombardamenti distruttivi della seconda guerra del secolo.
pzza salotto sud appena bombardataIn un canto, all’estremo  sud dell'area,  rimaneva solo un moncone di edificio, un vano a terra e uno al primo piano; «la più piccola espressione di casa», come diceva mio padre (ed ancora mi domando come poteva sorridere su quel relitto, come mi sembrava facesse a labbra strette: come se, buttata alle spalle la tragedia, restasse l'oggetto in sé, buffo per quel che era diventato, per come lo si voleva vedere  con gli occhi di allora). Quella grande area d'attesa aveva tante vite: la prima fascia, verso corso Umberto, viveva dei venditori o dei camion attrezzati per i giochi di piazza, come le riffe, le offerte sul modello del televisivo di " affari tuoi", attrazioni per catturare la gente a passeggio; e vedevi quei volti in attesa di premi come dei pacchi di pasta o i primi televisori, quasi sempre volgere in espressione delusa. Il grosso dell'area, dietro, fungeva da "pratone" fuori città come il Prato della Valle a Padova o tanti slarghi "fori le mura", lasciati ad ospitare fiere e giochi di massa; la differenza era che qui lo slargo stava al suo centro. Spesso vi si installavano un circo o un luna park, con le loro effimere strutture ed attrazioni, amplificate dall'immaginario popolare, soprattutto giovanile; un altrove che periodicamente proiettava Pescara  in una improbabile geografia dell'avventura, in questo realizzando l’analogia spesso evocata da viaggiatori come Guido Piovene o Alberto Cavallari con la città americana ed i suoi temporanei allestimenti: illusioni più ambiziose del forzuto spezza catene o della “Pacchiana” danzante vicino al fuoco nelle feste rionali o paesane.

 Tra gli interstizi di questi temporanei scenari, al riparo dei sempre più grandi cartelloni della pubblicità e del cinema che installarono ai suoi bordi, si manifestava un'altra dimensione: la possibilità di uscire dalla città con un passo, di appartarsi secondo l'estro: impagabile possibilità per i giovani, che ne approfittavano per i loro riti iniziatici. Ora quell'area è totalmente edificata, dopo una battaglia tra i potentati economici, con il disegno urbanistico di Piccinato già strappato alla fine dei ‘50. La proposta più lungimirante, per il tempo, soccombette e con lei il suo promotore, il visionario Vittorio Verrocchio, che ci mostrava i suoi progetti futuribili nelle vetrine del suo palazzo e su un suo giornale. La città ha metabolizzato quei contrasti, ha dimenticato anche i pini adulti abbattuti, per l'occasione, su via Fabrizi. Un’ età della città; ma ancora un'altra è poi sopravvenuta: quella in cui è spuntata una nuova grande spianata libera aree risultaal suo centro. Parlo dell'area derivante dallo spostamento della linea e della stazione ferroviaria, pasticciato rimedio all'antico male di un agglomerato urbano che, pure, intorno allo scalo era cresciuto. Da più di vent'anni questo vuoto"inurbano" catalizza velleità, sogni, progetti; ma permane, intanto, nella sua mal digerita funzione di parcheggio, per un centro -città che perde nel frattempo il suo formidabile ruolo commerciale sotto i colpi della crisi e dell'assenza di scelte. Certo, ci vogliono dei tempi perché maturino processi di trasformazione, come fu per piazza Salotto; non è detto che ne esca la miglior soluzione. Ma ricordare le aspettative che  crescevano  e, soprattutto, la funzione viva di quella prima  area di risulta  nel farsi della storia urbana di ieri  fa pensare: quello non era un “non luogo” come oggi ce ne indica Marc Augè, sorto contro l’urbano, potremmo dire; era un luogo a disposizione, un luogo della città che ripensa se stessa mentre ne dispone per le tante relazioni meno formalizzate.
 Mi pare dunque significativo che De Gregori definisca oggi quella landa, derivante dalle distruzioni, un "prato": di certo gli sarà rimasta in mente la sua disponibilità ad ogni uso ed ad ogni scelta, pure se prodotto della vicenda tragica che aveva segnato Pescara. Oggi un ragazzo, come allora eravamo noi e lui, non definirebbe le aree risultanti dallo spostamento ferroviario un "prato", un'occasione, una disponibilità. Oggi la sistemazione (provvisoria, certo)  che se ne è realizzata  si presenta invece come cicatrice, sutura irrisolta tra le parti, non come nuova stanza aperta. Del resto questa è anche la sorte di una più recente area di risulta: quella dell’ex mercato ortofrutticolo sul litorale sud: area liberata, area cementata.
Forse solo la dimensione dei grandi eventi ( come fu “una tantum” il concertone di Sting del 1996) può restituire ruolo a quei luoghi, nella loro  laboriosa transizione; non usi quotidiani ed autogestiti.
I progetti si susseguono e prima o poi uno arriverà a buon fine ; già sono maturi i nuovi slogan per propagandarlo, secondo l’evoluzione del politicamente corretto ; ma il tema non morde la fantasia dei cittadini, dei giovani, non più; semplicemente quelle aree sono sottratte alla loro esperienza ed immaginazione..
Il tema degli usi transitori delle aree urbane dismesse assume invece sempre maggior rilievo nelle città in trasformazione; ma non trova ancora cittadinanza nelle agende amministrative.
Un'altra età dell'uomo e della città arrivarono ed altre passeranno; ma perché  l'una e le altre si sovrappongano accrescendo lo spessore urbano occorrono equilibrio, memoria ed aspettative; che riescano ad assegnare il ruolo di un prato ad una distesa di breccia ed antiche piastrelle. Perciò i ricordi di Francesco (ed i nostri) ci parlano ancora.

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