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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

HAITI

PALLADINITerra di schiavitù, di ribellioni e di appetiti coloniali, lo Stato caraibico è legato da molti fili, che si dipanano nei secoli, con la storia d’Europa.


di MASSIMO PALLADINI

 

 

HAITI1

Haiti presenta un profilo mutevole nel nostro immaginario: alle suggestioni colorate dei Caraibi aggiunge quelle di un’endemica povertà, dei suoi regimi autoritari, dei riti magici, dei ricorrenti uragani e terremoti. Un ”altrove” radicalmente diverso dalla nostra esperienza, nella quale entra con gli stereotipi letterari e dell’industria turistica o come parte dell’indistinto Terzo Mondo, affollato di contraddizioni alle quali dedicare, nei casi migliori, un’attenzione caritatevole. Eppure anche quella porzione di un’isola esotica entra nel nostro destino, attraverso i varchi che vicende e biografie praticano nella percezione consuetudinaria che abbiamo di noi e di essa.
In primo luogo perché l’isola cui appartiene nel 1492 vide approdare in una sua baia la Santa Maria  di Cristoforo Colombo e fu ribattezzata  “Hispaniola”, entrando nella dominazione di quel paese come prima colonia americana. Gli indigeni Taino e Arauachi, che la chiamavano Haiti ("Terra montuosa"),  si accorsero presto che la loro disponibilità era mal  riposta; ed anche per noi ebbe inizio l’epoca atlantica, dopo che per secoli il Mediterraneo, la “pianura liquida” di cui parla Fernand Braudel, aveva assicurato le relazioni e le contaminazioni di culture millenarie. Ridotta in schiavitù e poi divenuta centrale di raccolta e smistamento di altri schiavi, gli africani, per il crescente bisogno di mano d’opera, fu oggetto delle incursioni di pirati inglesi e francesi, crescenti nella misura del minor impegno spagnolo, proiettato su altre conquiste; tanto che, alla fine del ’600,a fronte dell’attivismo francese  basato sulle spontanee comunità dei bucanieri (vicino alla costa nord è posta la famigerata “Tortuga”) e degli schiavi fuggiti (i Cimarroni, attivi sui monti), la Spagna si risolse a cedere la parte occidentale  alla Francia che vi statuì la Côte française de Saint- Domingue. La nuova colonia era retta da 30.000 uomini bianchi e da altrettanti nativi liberi, le gens de couleur in posizione subalterna; inoltre essa fu abitata da circa 500.000 schiavi di origine africana, merce da smistare e forza lavoro da applicare allo sfruttamento delle risorse: zucchero, cacao, minerali. La floridezza dei commerci e l’esiguità del presidio europeo produsse nel tempo la formazione di un certa “borghesia” locale per amministrare il fenomeno.
Questa era la condizione che, un secolo dopo, trovò Haiti alle prese con la Rivoluzione nella Madre Patria.
Anche qui si riverberarono gli aneliti illuministi, frammisti alle pulsioni specifiche e particolari delle varie componenti di quella società: i grandi proprietari interessati all’indipendenza; le gens de couleur,  alcuni dei quali con ruolo sociale di rilievo, alla ricerca dei diritti di cui erano ancora privi; gli schiavi, bisognosi di tutto e soprattutto di libertà.
TOUSSAINTQuesto crogiuolo di rivendicazioni trovò sintesi nella figura di Toussaint Louverture, lo Spartaco nero: ex schiavo di origini africane, generale e politico abilissimo che guiderà il paese verso l’indipendenza in 13 anni di conflitto, morto prigioniero in Francia , alla vigilia della vittoria..
Proprio sull’onda della Rivoluzione Francese partì la rivolta degli schiavi, intrecciando pratiche vodoo e proclami libertari e Toussaint, dopo essersi appoggiato secondo l’opportunità ai vari invasori, passò coi francesi, quando la Repubblica abolì la schiavitù per tenere dalla sua la popolazione contro gli spagnoli; ed egli si sentì parte di quel cambiamento epocale, come mostrano i suoi scritti e il suo governo illuminato. Ma contro i francesi volse la sua lotta quando fu chiaro che essi non comprendevano i ”selvaggi” tra gli affrancati dalla loro Rivoluzione. Il “giacobino nero”  vinse in battaglia ma perse nell’innesto di quegli ideali sulla condizione delle Colonie.
Fu poi Napoleone Bonaparte, nell’ imprudente  e molto oneroso disegno di ripristinare la dote coloniale francese (alla fine del quale ci fu la rovinosa svendita della Louisiana ai nascenti Stati Uniti), a cercare di reintrodurre la schiavitù per sfruttare meglio la ricca provincia d’oltremare, producendo una reazione irriducibile che portò alla sconfitta definitiva ed alla creazione del primo Stato nato da una ribellione schiavistica; uno Stato improntato ai principi di una rivoluzione lontana ma realizzato contro di essa, quando non seppe farsi universale.
Da questa vicenda che coinvolge popoli, mette alla prova principi e poco commendevoli ragioni di Stato si dipana un altro filo che giunge fino a noi, fino alla Napoli conquistata da Garibaldi.
Infatti durante la progressiva affermazione del dominio francese su quell’isola, come generale d'artiglieria della colonia di Saint- Domingue,prestava servizio il marchese Alexandre-Antoine Davy de la Pailleterie; lì egli si unì e convisse con la schiava nera Marie Cessette, da tutti chiamata” la femme du mas”, la donna della masseria.
Alla morte di lei il marchese decise di rimpatriare; come raggelante segnale di alterità rispetto alla comunità in cui aveva vissuto, sistemò i figli che ne aveva avuto vendendoli come schiavi, tornando poi a riscattare il primogenito che riportò con sé. Questo mezzosangue divenne dunque marchese francese e come tale fu allevato; ma quando raggiunse la maggior età una ostilità maturata verso il padre o, comunque, la volontà di marcare un diverso destino lo indusse a rifiutarne il casato per assumere come cognome il nomignolo della madre: era DUMAS PADREAlexandre Dumas, padre e nonno degli scrittori omonimi. Alexandre diventò militare, aderì alla Rivoluzione distinguendosi fino a diventare generale ed a seguire, poi, Napoleone nelle maggiori campagne, in Italia e in Egitto. Proprio qui il generale dalla pelle scura, rispettato per il suo valore e la sua radicalità, ebbe l’ardire di mettersi contro il Primo Console e suo Comandante; sembra per degli eccidi di nativi che giudicava inutili o per i conflitti di interesse che ravvisava.
Napoleone non gliela perdonò e lo cacciò dall’esercito, rimpatriandolo per nave; durante il ritorno, uno scalo di fortuna a Taranto per sfuggire a una tempesta lo consegnò al Re di Napoli, acerrimo nemico dei francesi che avevano sostenuto la fallita Repubblica partenopea (il che, attraverso il Conte di Ruvo e Gabriele Manthonè, fa che questa storia lambisca anche la Piazzaforte di Pescara). Dopo due anni di carcere duro (quasi un’anticipazione del Montecristo che scriverà suo figlio) senza nessuna trattativa per liberarlo, ne uscì fiaccato nel fisico, per rimpatriare infine e vivere in ristrettezze fino alla morte, privato anche della pensione di guerra. Oggi il nome del generale è inciso sull’Arco di Trionfo con quello dei suoi commilitoni che servirono con onore durante la Rivoluzione. Quando morì, suo figlio Alexandre, scuro di pelle come il padre e la nonna, aveva tre anni e mezzo; cinquantacinque anni dopo quel ragazzino, che aveva cominciato il suo cammino  da condizioni di indigenza, era divenuto uno scrittore dallo straordinario successo e prolificità; e si trovava  con il suo panfilo alla fonda nel golfo di Napoli dove il suo amico Giuseppe Garibaldi aveva appena abbattuto il Regno delle Due Sicilie (sopravvissuto alla Rivoluzione del 1799 che, pure, Alexandre narrò ne “La Sanfelice” e in altre opere); proprio quel regime che aveva tenuto ai ferri suo padre.
Garibaldi, che lo ammirava ricambiato, lo nominò "Direttore degli scavi e dei musei", per tre anni ed a lui si deve la riorganizzazione del Museo Archeologico della città.
Così, tra le diffidenze locali, un corpulento signore dalla pelle scura, impresse la propria impronta moderna a quelle preziose, polverose raccolte.
Mentre si dispiegavano da noi  questi effetti secondari di ritorno della presenza francese sull’isola e mentre prendeva forma la percezione “esotica” di quelle terre nelle lettere e nelle arti (un primo viaggio di Gauguin è nella Martinica, nell’arcipelago,ad esempio), essa cominciava il suo faticoso cammino di Stato, tra l’isolamento internazionale, (gli Stati Uniti  riconosceranno Haiti solo sotto Lincoln, per farne poi un protettorato, occupandola come misura accessoria della prima guerra mondiale fino al 1934), le ritorsioni commerciali e le imposizioni (la Francia chiese ed ottenne enormi indennizzi (!) per le “proprietà” terriere e le attività interrotte dei suoi cittadini) e l’involuzione autoritaria di molti suoi governi. Anche la Chiesa premette, come in tutte le aree ex coloniali per  condannare le pratiche rituali locali e qui soprattutto il vodoo fu direttamente assimilato a stregoneria.
Questo insieme di condizionamenti portarono Haiti a lambire soltanto il movimento Bolivariano che tanto segno di sé doveva lasciare in Sud America, a partire dalla fronteggiante isola di Cuba; ed a maturare un rapporto di ostilità culturale/dipendenza dall’estero: in particolare dagli Stati Uniti che nel secondo dopoguerra  rafforzarono un’egemonia  funzionale anche al contenimento degli sviluppi dell’emancipazione nell’area.
HAITI3E’ questo il tempo di “Papà Doc”, lo spietato dittatore François Duvalier che governò con pugno di ferro dal 1957 al1971 appoggiandosi ai Tonton Macoute, la polizia personale del capo, il cui nome deriva dalla mitologia creola :”Zio sacco di juta”. Per gli oppositori furono anni terribili oggetto di pratiche punitive tribali o costretti all’ esilio. Neppure una scomunica papale riuscì ad attenuarne la ferocia; il regime andò in crisi solo dopo la morte del capo e di fronte all’inettitudine del figlio “Baby Doc” che tuttavia durò fino al 1987, prima di riparare nell’ “odiata” Francia. C’è stata poi la fase dell’ex sacerdote Jean-Bertrand Aristide, deposto e rimesso in campo a seconda delle presidenze statunitensi; ma il cammino del primo Stato libero delle Americhe è ormai condizionato: una presenza militare USA massiccia e costante di fronte a Cuba; una classe dirigente che cerca legittimazione in tradizioni tribali ma è subalterna alle potenze straniere; un impoverimento dell’economia reso drammatico dalle ricorrenti calamità naturali.
Così la vecchia Europa che  ne rivelò ( a se stessa) l’esistenza, che si divise e combatté per il suo dominio, imponendole con le armi e la predicazione i propri furori ideologici ( sia nel nome della Rivoluzione che della conservazione), che trovò il modo di tarpare il suo processo di crescita come Stato, oggi guarda a quell’isola con lo sguardo della carità internazionale, di fronte alla sua estrema povertà. Senza che si discuta delle reali dinamiche del dominio; in attesa che altri venti lontani plachino o suscitino i nuovi tifoni.

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