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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

NOTRE-DAME

NOTRE DAMELa cultura unitaria dei costruttori di cattedrali cambiò il volto dell’Europa. Notre-Dame, con le sue edificazioni continue, sostituzioni di parti ed aggiunte successive, ha scandito la grandiosa e terribile storia d’Europa. L’incendio, già profeticamente descritto da Victor Hugo, darà il via ad un intenso dibattito sulla ricostruzione di questo patrimonio comune: a quale fase della sua storia riportare il monumento?

                          di MASSIMO PALLADINI
 

 

«Quand les chatédrales étaient blanches» l'intero universo era sollevato da un'immensa fede nell'azione, nel futuro e nella creazione armoniosa di una civiltà. La stessa fede che aveva presieduto alla costruzione delle cattedrali nel Medioevo Le Corbusier volle vedere dall’altra parte dell’Atlantico dove, in un nuovo mondo, fioriva l’architettura dei grattacieli.
Con questo spirito  raccontò il suo viaggio negli Stati Uniti, dove andò nel 1935 per un giro di conferenze, in un volume cui pose come titolo proprio quella evocazione; in seguito distanziò la sua visione dalle foreste di pietra delle City, ma l’analogia tra queste nuove sfide costruttive al cielo ed i fasci di archi rampanti, contrafforti, guglie che svettarono  tra le modeste case in legno delle città medioevali ha quasi la forza di un programma per l’architettura moderna; disatteso, poi, tra limiti propri ed interessate deviazioni.
Certamente il grande architetto svizzero coglieva l’unitarietà di una cultura, quella dei costruttori di cattedrali, che cambiò il volto dell’Europa, oltrepassando l’ingegneria romana basata sulla muratura portante, sull’ arco e la volta a tutto sesto e che aveva attraversato ancora il primo millennio dell’era cristiana.
E’ la città del mercato, del municipio e di una fede ritornata pubblica ed urbana dopo aver trovato nei monasteri un suo rifugio.
Dopo Saint Denis le cattedrali fiorirono, prodotto di un lavoro collettivo dei tagliatori di pietra, dei carpentieri, dei maestri del disegno e della scultura; ma divennero anche un patrimonio condiviso delle comunità, orgoglio di campanile, obiettivo di donazioni e questue, testimonianza del potere. Ora una di esse è stata insidiata dal fuoco; la più prestigiosa, se non nella classifica del pregio architettonico, per la sua capacità di rappresentare una nazione e il suo rapporto col mondo. È Notre Dame, cattedrale di Parigi, dopo i Carolingi capitale del Regno Franco, dell’Impero, della Repubblica. Dal 1160 al 1345 ci si applicò alla sua maestosa edificazione, ma mentre ancora era in costruzione già assunse il suo ruolo, col giuramento, al suo interno, per la terza Crociata. La sua vicenda è indissolubile da quella della città e della cristianità. Situata nell’Ile de France, sul sedime dei templi dell’antica Lutetia e della chiesa demolita per la sua edificazione voluta dal vescovo-teologo Maurice de Sully,essa ha riassunto le vicende di un grande paese, tra incoronazioni e devastazioni. La sua è una storia di edificazioni continue, sostituzioni di parti ed aggiunte successive, scandendo la grandiosa e terribile storia d’Europa. Oltre ad essere un cantiere ininterrotto per le modificazioni introdotte secondo il gusto dei regnanti, fu al centro di una prima devastazione di vetrate ,arredi, statue durante lo scontro tra cattolici ed ugonotti nel cinquecento ed oggetto dei successivi restauri “innovativi” nei due secoli successivi. Ma fu la  Rivoluzione Francese a farne simbolo e oggetto di un nuovo, bruciante, assalto al cielo: i materiali preziosi inviati alla zecca per essere fusi, le statue mozzate, il duomo sconsacrato e rinominato Tempio della Ragione; fino ad arrivare ad un passo dall’ essere acquistata da Saint Simon per raderla al suolo. La Cattedrale sopravvisse alla Rivoluzione ma versava in uno stato di degrado, esibendo la sua mole deturpata. Fu quella che vide Victor Hugo, mentre si realizzavano lavori d’emergenza e la immaginò nel suo romanzo come grande macchina, che poteva celare al suo interno la vita parallela del campanaio gobbo e nascondere la giovane Esmeralda. Come poi farà Emile Zola che, ne Il Ventre di Parigi descrisse una cattedrale contemporanea, i Mercati Generali, come un microcosmo nel quale poteva nascondersi, tra le umane miserie, un amore adolescente. Hugo, oltre alla nota e profetica  descrizione dell’incendio, coglie efficacemente il ruolo di struttura narrante esercitato dal monumento: Ceci tuera cela dice tra sé l’arcidiacono confrontando il silenzio della chiesa all’eloquenza della pagina scritta; il tempo futuro non avrà bisogno di raffigurare il fantastico nella pietra, ma lo divulgherà attraverso la stampa (ignaro, allora, dei futuri, potentissimi media che avrebbero di molto ampliata la sua preoccupazione). La cattedrale deve rifiorire; così decretò il Secondo Impero, bisognoso di legittimazione. Il maggior teorico e progettista di restauri del tempo vi fu impegnato per vent’anni: era Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc enciclopedico architetto, storico dell’arte, formidabile disegnatore, archeologo e restauratore, scrittore di talento, acquarellista. Di lui si disse che reinventò il Medioevo perché sulla base delle sue approfondite conoscenze non esitò a immaginare ex novo intere parti dei monumenti rovinati. Il suo restauro di Notre Dame fu così capillare e presentò così tanti cambiamenti rispetto alla chiesa medievale che perfino Napoleone III, ad un certo punto, si allarmò. Nel maggio 1856, l’imperatore confidò  le sue paure a Prosper Mérimée, allora ispettore dei monumenti: «Sembra che Viollet-le-Duc, distruggerà Notre Dame…».  Comparve anche una guglia diversa, anche stilisticamente, da quelle del XIII secolo: una freccia di ferro e legno alta 45 metri e pesante 750 tonnellate, innalzata verso il cielo, proprio all’incrocio tra la navata principale e il transetto; per la sua realizzazione Viollet-le-Duc si ispirò alla flèche ottocentesca della cattedrale di Orléans. La freccia fu affiancata da quattro gruppi di statue in rame realizzate da Adolphe-Victor Geoffroy-Dechaume: raffigurano i dodici apostoli e i simboli dei quattro evangelisti. Tutte guardano verso la città. Solo una, quella di San Tommaso, ha lo sguardo rivolto verso la guglia. Ma il volto dell’apostolo che per credere veramente voleva toccare con mano, è quello di Eugène Viollet-le-Duc: l’architetto ammira, con orgoglio, la sua opera più controversa. Questa disinvoltura  nell’approccio progettuale origina nell’adesione piena al recupero romantico del Medioevo come stagione idealizzata, tanto da autorizzarne l’ “adozione” come risposta, anche stilistica, alle incertezze della incipiente rivoluzione industriale. Anche l’altro grande protagonista delle coeve teorie del restauro, l’inglese John Ruskin, elesse il Medioevo come riferimento dell’architettura civile, indicandolo come modello degli architetti a lui contemporanei; ma sul restauro ebbe idee antitetiche a Viollet: l’antico è la sua storia, il tempo e le sue ferite fanno parte del valore dell’opera che va preservata e consolidata, ma non integrata o, peggio, sostituita in tutto o in parte. Mantenere nel migliore dei modi possibili quello che c’è: questo il principio che, declinato in vari modi, ha prevalso nella pratica successiva, con le integrazioni funzionali che si rendevano necessarie. Poi le Cattedrali passarono alla proprietà dello Stato: un’affermazione della sua laicità ma anche una vittoria tattica dell’episcopato francese che ne scaricò la onerosa gestione conservando il mandato pastorale. Marcel Proust su un Figaro nel 1904 paventò tuttavia l’evenienza, preoccupato del distacco tra quell’enorme patrimonio  culturale e simbolico  dalle movenze del rito, dalle sonorità, dalle atmosfere della religione praticata. In effetti abbiamo assistito alla trasformazione dei grandi edifici religiosi in luoghi del turismo, anche nei maggiori templi italiani, con la perdita di “aura” che la secolarizzazione ha comportato; ma quest’incendio mostra come ancora questi grandi capisaldi delle nostre città siano un patrimonio che accomuna, oltre le convinzioni e le fedi e ci restituiscano il senso della permanenza nostra in un luogo, insieme. Ora anche a Parigi e nel mondo si aprirà il dibattito sulla ricostruzione : a quale fase della sua storia riportare il monumento (ricordiamo la querelle mai spenta sullo smantellamento delle strutture barocche dentro Collemaggio)? Replicare come erano le strutture distrutte come la guglia ottocentesca o “la foresta di quercia” che costituiva la  mirabile struttura lignea della copertura, completamente bruciata?  La tenzone tra i fautori del “dov’era, com’era” e chi chiede spazio e legittimità per il progetto moderno si ripeterà, con buone ragioni per entrambe le tesi. Perché da un lato milita il desiderio di risarcire al più presto la ferita ricostruendo il paesaggio consueto, dentro il quale si svolgeva, appena ieri, la vita quotidiana; dall’altro la volontà di continuare  dinamicamente un processo che la storia passata ha percorso senza complessi, costruendo un’immagine stratificata che solo la distanza temporale ci fa apparire come unitaria.  Resta sullo sfondo il grande tema, nemmeno esplicitamente enunciato ma ingombrante,  nonostante lo si trascuri in una società  informata dalla comunicazione; ed è ancora quello delle incerte prospettive dell’architettura, investita dalla crisi del suo tempo; la sua presunzione, spesso arbitraria, di informare  con i suoi artifici l’ambiente, rinunciando invece alla sfida delle crescenti periferie nel mondo e la difficoltà che incontra nel mettersi in rapporto dialettico ma proficuo con la città storica.

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