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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

RAGÙ

FORNACELLA Una scrittrice alla ricerca del ragù dei suoi avi: la metafora di come la tradizione e l’innovazione procedano a braccetto nella costruzione della storia e delle comunità.


di MASSIMO PALLADINI 

Ho saputo tempo fa di una storia che provo a raccontare a mia volta, ragionandoci sopra.
Una scrittrice italoamericana crebbe in una famiglia di abruzzesi della montagna  trapiantata, come tanti, in un alloggio di MASSIMONew York, nel Bronx degli immigrati di tutto il mondo, nel melting pot di portoricani, irlandesi, italiani di ogni provenienza; tra l'umanità più varia, impegnata nella scommessa suprema di sopravvivere e trovare una nuova appartenenza, facendovi attecchire le proprie  radici strappate dalla violenza della povertà. In questa famiglia, tra le tante difficoltà, si coltivavano tenacemente alcune usanze delle origini, soprattutto in cucina: un piccolo lusso, difficoltoso ma possibile anche in terra straniera con l’accortezza e l’abitudine al risparmio. Il posto d'onore, tra i piatti della tradizione, l’occupava la pasta al ragù, diligentemente preparato dalle donne di casa; tra esse la nonna della scrittrice, allora bambina, con autorità indiscussa ne dichiarava la continuità con gli insegnamenti materni, al paese. In effetti, alla tavola delle feste, la famiglia tributava il successo che il condimento meritava ed era tutto uno sperticarsi di lodi e di ricordi:" E quanne la fijia me' faceve lu sughe, l'addore se sentejie a Sante Luche..." Le parole della canzone ci attestano su quanta cura si ponesse per affinare le virtù domestiche. La bambina crebbe con questo sapore in testa e sul palato, una madeleine sui generis, la fierezza di una segreta delizia che solo i suoi sapevano riprodurre.
Divenuta scrittrice, intraprese un viaggio in Italia. Tornò nei suoi paesi e tra i suoi monti, che non aveva visto mai, ma che sentiva suoi, perché glieli avevano descritti nelle ninnananne e nei tanti racconti familiari. Cercò, allora, il ragù della nonna; ne provò tanti, uno più buono dell'altro. La portarono dagli chef e nelle case dei parenti, alle sagre e nei ristoranti alla buona. Scoprì quante interpretazioni poteva avere quella sinfonia; ma non trovò il ragù di sua nonna, quello che impregnava del suo odore l'appartamento, dilagando fino alle scale scrostate, quello che lei portava in una tazza al ORTOLANOvecchio italiano vedovo del piano seminterrato.  Provò lei stessa a prepararlo con gli ingredienti che le insegnavano i parenti più stretti della sua famiglia, rimasti in Italia: non era quello. Dopo quelle prove, superato lo smarrimento, capì: seduta all' ombra del fico che cresceva nell'aia dei suoi parenti, rivide sua nonna e sua madre affannarsi con le sporte dalle macellerie del quartiere o dai mercati generali, per risparmiare; le vide frugare dai fruttivendoli di ogni nazionalità o raccogliere in orti stentati le erbe spontanee e gli odori piantati da altri migranti. Quelle donne avevano domato, nella disciplina della ricetta avita, le carni che potevano trovare (e che potevano permettersi) in quella terra nuova, da quegli animali di pianura; i pomodori di specie ignota e gli aromi scelti, sperimentando, perché somigliavano ai nostri. In quegli anni avevano reinventato la tradizione, dando alla famiglia, a chi lavorava tutto il giorno ed ai piccoli che crescevano, una bandiera gastronomica, un sapore nuovissimo ed antico. Capì che i complimenti dei commensali erano rivolti proprio a loro, le cuoche artefici di quel cibo  buono, che  ricordava loro  le origini, ma  confermava che il trapianto stava riuscendo.
La scrittrice tornò a New York e cominciò una nuova ricerca, l'indagine sulla nuova tradizione: interrogò i vicini dell'epoca, girò per gli store e per i verdurai, esplorò gli orti urbani superstiti, alla ricerca  degli odori, delle specie e dei tagli di carne reperibili, delle verdure utilizzati alla tavola della sua infanzia. 
Non so se abbia finito, se abbia rintracciato la formula del ragù di sua nonna; per me sta saldando, davvero, il debito con lei e, se riesce a comunicare il senso del suo lavoro, contribuisce anche a ricreare comunità ed a restituire storia alla sua generazione, senza cadere negli stereotipi del folklore; documentando un tassello innovativo di una tradizione viva e mettendolo nella sequenza della sua trasformazione di luogo e di tempo.

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