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 NewsLetter 

Blog collettivo fondato e coordinato da Nando Cianci - Anno VI   -  Articoli di Aprile 2022

AMAMI ALFREDO/7

VALIGIA 3

La settima ed ultima puntata del Romanzo popolare. Quando Sara principiò a vivere la disperazione e poi, angelicando, rivide Alfredo. Che disse: «È tempo». Poi la guardò e...

 

 

La novità fu un biglietto con orchidea, davanti alla porta di casa.
Era di Alfredo:

In Belgio andai
a te pensai
questo ricordo ti portai”.

 

Diceva poi che se ne andava. Per dimenticare la miniera e il ricordo dei compagni morti ai quali la vita era finita.
Infine la ringraziava. Dei fiori di quella lontana sera, del cuore, del lungo affetto.

Altro non era scritto.

Sara principiò a vivere la disperazione.
La disperazione era pensiero cieco durante solitarie camminate.
E dai che si diceva “Dopotutto non mi avrebbe mai sposata…”, a nulla valeva.

Incamminò allora dialoghi muti con esseri e cose che tanto le si affratellavano: un cane lasciato solo, a guardia di una casa vuota, o un’altra casa rimasta deserta, spalancata, stanze bianche senza mobilia, povere, aperte, e bui tramezzati. Immaginò le tramontane di ghiaccio traversarla. Perché, perché, si disse, pure l’amore che è così bello dev’essere imbrattato dallo Scampaforca?
Temette inaridire. Ma qui, sentendo d’enfasi odore e di retorica, tosto m’arresto, io Autore, e passo a dir la fine della storia.

(-Ed io non parlo più? - mi protesta la Rosvella - Non vale, ti sputazzo, è ingiusto…

-E’ centralismo democratico).                                 

                                                                             LIRICO FINAL FINALE

Angelicò, Sara, all’improvviso, un giorno che bianca di pensiero seduta, fissava la parete. E angelicando fu a Città della Pescara, in Via Leronchi.
Era questo un viale che dalla Porta Nuova andava dritto al mare tra alberi polverosi estate e inverno.
Qui, nascosta, rivide Alfredo.

Non aveva alcuna importanza che fosse vero o no quell’albero ai cui rami egli aveva legato con povere cordicelle delle melagrane, lì, nel piccolo orto sotto la palazzina dove abitava. Importava che fosse, semplicemente che fosse, l’apparizione di quei rossi improvvisi nella polvere della città, tal quale una strana luce di maggio che s’apre nel bel mezzo di novembre. E di quei pezzetti di spago, tagliati con cura, che illuminavano l’albero di un umile lucore imprescindibile.
Smarrito di meraviglia, raggiante nel mattino della domenica, Alfredo teneva in piedi la pianta come un bambino fa vibrare di luce tutto quello che osserva. Energia, mistero al quale egli diceva di sì come ad un amore maturo, pronto, ormai giunto insieme a noi all’altro domani dell’uomo.
Sara non aveva più parole nemmeno agli occhi.

A poco a poco la domenica si alzò fino all’ora magnifica del mezzogiorno italiano. La oltrepassò.

Alfredo temporeggiò un poco. Raccolse due piccole foglie e le depose nel portafogli vuoto come foto di una Prima Comunione. Alzò gli occhi. “E’ tempo”, disse. Rientrò. Scese dopo qualche minuto con una minuscola valigia di cartone, il vestito, la camicia bianca, nessuna cravatta. S’incamminò, (Sara lo seguiva), giunse in riva al mare, le si volse. La guardò, sussurrò qualcosa.
Poi, camminando sulle acque, dileguò all’orizzonte.

Il Bene e il Male finiscono insieme”, sussurrò Sara.

Che mi crediate o no.

Fine

 

SANDRO CIANCI  

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