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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA LUNGA VIA DELLA SPERANZA

NARRATORENella lettura di Carte ingiallite un viaggio nella tradizione orale, nella memoria e nella nostalgia come luogo della speranza. Ci si prende cura di sé sentendosi legati alla umana compagnia.


di NICOLA RANIERI

Recensione al libro Carte ingiallite di
Nando Cianci, Youcanprint, Lecce, 2019.

CARTE INGIALLITESulla copertina, i grigi e gli scuri del bianco e nero originari – per una sorta di viraggio tendente a un colore vagamente “seppiato” – si mutano in ombre e luci più simili a quelle di un dipinto che non della fotografia. Perfino il carattere grafico del nome dell’autore e del titolo concorre a una immagine che, oltrepassando la superficie della mera riproduzione del reale, invita a riflettere sullo scorrere del tempo, a partire da altri tempi: dalle carte ingiallite, appunto.
Invita a immaginare ambienti, situazioni, personaggi, storie passate. Come, del resto, ha fatto l’autore leggendo vecchi giornali e chiedendosi al contempo perché mai ciò che è possibile con la carta stampata risulti, invece, difficile con le tecnologie elettroniche. Che sembrano più adatte a ostruire l’entrata nel regno dell’immaginazione che non a dischiuderla. Difficile, magari, soprattutto per chi ha maggiore consuetudine con i libri. O forse i mezzi elettronici di comunicazione son fatti proprio per fornire una miriade immensa di immagini, informazioni, suoni preconfezionati in maniera da rimandare a niente altro che a se medesimi. Lasciando perciò il riguardante sempre assetato di vedere, sentire, consumare tutto quello che proviene da fuori, senza che da dentro gli nasca alcunché. Ovvero che scaturisca da un proprio modo irrepetibile di fantasticare o di cogliere fatti presenti e passati, trasfigurandoli così da scorgerne la dimensione profonda, oltre la superficialità di un sapere ridotto a sola informazione.
A questo, dunque, il libro mira. A una ricerca su mondi passati. Per restituirli ai lettori, agli umani odierni, affinché ne riscoprano e ne conservino la memoria. Perché forse il cambiamento – o il cosiddetto progresso – più che consistere in un forsennato sviluppo obbligatorio, sta nel riscoprire il donde si proviene. Così da sapere qualcosa del proprio cammino.
Si tratta di un insieme di scritti, rimontati al fine di parlare a un presente che sembra privo di ricordi. Frastornato com’è dal rumore, dalla ottundente babele di informazioni, immagini, suoni a getto continuo. Da messaggi urlati, meccanicamente scanditi secondo il martellante techno tempo metropolitano e consumistico. Da compulsivi gesti maniacali, la cui monocorde ripetitività è ognora la stessa, sia nel lavoro sia nel cosiddetto tempo libero, poiché alienazione e nevrosi dilagano ovunque.
A un siffatto presente, il libro – già nell’introduzione – chiede silenzio, per farsi ascoltare.
BAR OTTOCENTOIl medesimo silenzio con cui esso si apre. Quello di una biblioteca, dove l’autore se ne sta così immerso fra vecchi giornali che la carta ingiallita sembra sparire, cedendo il passo all’immaginazione. E gli pare di trovarsi per davvero lì: «nella Chieti dell’Ottocento, una domenica mattina, fra i vestiti azzimati dei galantuomini, seduto al tavolino del caffè sotto i portici, a godere del piacere di leggere un giornale stampato. Fra uomini che…».
Ѐ l’inizio, insomma, di un viaggio fra gli scritti altrui e suoi, su giornali, libri e diari a partire dal secondo Ottocento ma soprattutto dai primi del Novecento. Un viaggio che contribuisca a (ri)costruire la comunità attraverso «l’incontro, la condivisione, il ricordo, l’affermazione di un senso civico che non consideri i beni comuni come luoghi e valori su cui scorrazzare barbaricamente o da razziare, ma come qualcosa che è fondamento del vivere civile».
A tal fine l’autore, riunendo testi sparsi, opera un autentico rimontaggio che dia senso al proprio mondo – poetico, etico, politico – alla sua vita entro la tradizione, la storia, il sentire di una intera comunità. Si scrive, infatti, per esprimersi e prendersi cura di sé. Ma non ci si può prendere cura del senza considerarlo inestricabilmente legato alla “umana compagnia”. Ai gesti, agli sguardi, alle parole altrui. Fatti come siamo – naturalmente e socialmente – per imitarli e restarne impregnati fin dalla nascita.
Non a caso, dunque, molti dei testi rimontati nel libro traggono alimento da racconti di anziani narratori della tradizione orale. Certo – come avverte l’autore nelle pagine introduttive – possono “solo riecheggiare” quelle narrazioni, poiché la scrittura è un linguaggio diverso. Essa infatti, non solo privilegia la vista anziché l’udito, ma modifica il pensiero e il rapporto con le cose. Le quali, invece di essere quelle percepite dai sensi, divengono oggetti costruiti dal linguaggio alfabetico che trasforma anche i simboli in segni convenzionali. Sicché le parole scritte non corrispondono alla concretezza sensibile delle cose del senso comune. Bensì ai concetti di cui i segni alfabetici sono i significanti, appunto. Perciò la rosa (a esempio) non coincide con quella che dà piacere a tutti i nostri sensi. Ma è solo il nome della rosa. Talmente lo è che, dopo l’invenzione della scrittura, anche quando ci esprimiamo in forma orale, la nostra mente ragiona per concetti – universali – per segni convenzionali e lontanissimi dalla vita, dal naturale sentire. Ragiona ormai per scomposizioni di scomposizioni; per smontaggio e rimontaggio di segni, di combinazioni numeriche, di colonne visive e sonore. Per memoria volontaria, obbligatoriamente lucidissima.

Del tutto diversa era la cultura pre-alfabetica.
Il cantore o il narratore orale, da un lato, compiva un grande sforzo di memoria volontaria poiché non aveva altro ausilio che il suo ricordare. Dall’altro, siccome ogni volta che cantava o narrava doveva improvvisare, gli toccava perciò ricreare la storia narrata, attingendo o lasciandosi andare alla memoria involontaria; intrecciata, questa, anche alla terapeutica forza smemorante dell’oblio e a quella altrettanto potente dei simboli. Che agendo da dentro, dalla profondità abissale dell’inconscio individuale e collettivo, riaffioravano attraverso lo sguardo, la voce, i gesti, la fisicità del corpo-orchestra del narratore. Delle sue corde segrete, assonanti con la natura, i luoghi, gli ambienti, le storie, la comunità d’appartenenza. Ma pure con il respiro del mondo, entro cui il corpo-anima del narratore modulava i respiri e – mediante parole e silenzi – restituiva, a sé e agli altri, la sapienza dei millenni.
Tutto questo può solo venir “riecheggiato” in un testo scritto. Perché esso difficilmente può compiere quel miracolo della fusione di gesto, senso, espressione che caratterizzano la narrazione orale – soprattutto mediterranea – capace di compenetrare alto e basso in una mirabile sintesi dialettica.
Eppure! Nando Cianci restituisce (a esempio) il racconto orale di Zi’ Angelo con una tale maestria di scrittura che esso poco o nulla perde della antica arte sapiente di cui reca vivida testimonianza. Almeno agli occhi e alle orecchie di chi ha avuto modo di ascoltarla anche dal vivo e non di “vederne” solo l’eco su carta stampata.
ZI ANGELO CELESTINI2Perché proprio questo è il punto fondamentale: quei racconti parlano, sì, pure quando magistralmente “tradotti” o “traditi” in linguaggio scritto. Ma parlano principalmente all’orecchio, alla mente, al cuore e alla immaginazione di coloro (come l’autore del libro o l’estensore di questa recensione) che sono nati quasi sul finire del secondo conflitto mondiale. Come dire verso l’Anno Mille, poiché negli anni di mezzo del secolo scorso, certi paesi sparsi per le colline meridionali tra l’Appennino e l’Adriatico erano ancora largamente pre-industriali. O non del tutto stravolti da ciò che subito dopo rapidamente li mutò per sempre. Mentre fino ad allora, pur tra le inevitabili modificazioni storiche, erano rimasti pressoché gli stessi per secoli.
Perciò, la generazione nata appena dopo l’ultima guerra ha avuto modo di vederne le tracce – le macerie, quasi, e le ferite dilaceranti – attraverso i racconti delle madri, dei padri, dei nonni che erano stati anche nelle trincee della Grande Guerra. Ha sentito narrare quegli eventi ancora impressi nei ricordi, nelle case, nei luoghi, nelle vite famigliari, come fossero vicinissimi e lontanissimi, concreti e mitici al contempo, durante una infanzia che ne è rimasta segnata in modo indelebile, anche in seguito, quando questa generazione ha attraversato epoche e mondi, passati e presenti, nell’era delle trasformazioni talmente radicali che in pochissimi decenni avrebbero reso l’intero pianeta affatto diverso da come era stato, financo immaginato, lungi i secoli precedenti.
Una generazione singolarissima, dunque. Che poco o nulla ha a che vedere pure con quella di questo nuovo millennio. La quale sembra subire una mutazione antropologica, contrassegnata com’è dalla impossibilità della memoria, perché costretta nel carcere di un eterno presente, di un tempo tanto accelerato quanto sempre uguale a se stesso, del tutto esteriorizzante e privo di risonanze interiori, di corde segrete che possano vibrare col ritmo della natura e delle vite altrui passate e presenti.

Il libro anche per questo – per sopperire al dissolversi della memoria – riparte dalle carte ingiallite. Dalla riscrittura SQUADRISMO(illuminata, ora, da una nuova immaginazione) di testi già scritti su giornali e libri. Non tanto per ricavarne un saggio storico fine a se stesso, quanto piuttosto per delineare con rapidi tratti un quadro entro cui far emergere, insieme alle condizioni economico-sociali dell’Abruzzo, le prese di posizioni politiche e ideologiche dei vari giornali fra Otto e Novecento – soprattutto durante l’avvento del fascismo. Allorquando, con l’eccezione del settimanale La conquista proletaria, le diverse testate si divisero fra quelle dichiaratamente fasciste o fiancheggiatrici e quelle che passarono dalla iniziale prudenza a una vera e propria adesione al regime.
Si tratta, insomma, di un agilissimo quadro storico per inserirvi o far emergere innanzitutto i ricordi dei narratori, attraverso la scrittura o la riscrittura dei racconti orali, qualche volta già messi per iscritto dai medesimi narratori. Come (a esempio) Sebastiano Napolitano, contadino di San Salvo che, a oltre ottant’anni, scrisse le memorie della sua vita; o Don Antonio Politi, il colto sacerdote che annotò nel suo diario alcuni dei tremendi fatti (narrati poi anche con voce commossa) della battaglia di Ortona del 1943. Perciò è un libro che dà spazio non tanto o non solo alle vicende delle emigrazioni e delle due guerre mondiali, quanto ai racconti di coloro che ne hanno avuto le vite segnate per sempre.
E sono queste vite, strettamente legate a quelle degli altri e di una intera comunità, le vere protagoniste delle storie narrate entro la storia di un secolo di cambiamenti così profondi da mutare l’idea stessa di umanità – come d’altronde è avvenuto nei grandi passaggi epocali: da un evo a un altro.
Sono figure potenti quelle di Zi’ Carminuccio, Zi’ Nicolino, Zi’ Angelo. I cui racconti, rinarrati per iscritto, assumono una inaudita valenza emblematica. Soprattutto il racconto di Zi’ Angelo, nel capitolo non a caso intitolato L’odissea del soldato Angelo.
Odissea: un lungo, travagliato viaggio avventuroso per infine riapprodare donde si è partiti. Tornare – a casa – ricco di esperienze e conoscenza del mondo, degli altrui e dei propri comportamenti.
Ritorno: nostos. La nostalgia è la cifra, tanto profonda quanto esplicitamente dichiarata, del libro. Ma non per tornare ai tempi andati – poiché quelli sono, appunto, “andati”. Bensì per custodire e testimoniare quanto si è vissuto e appreso. Un ritorno, quindi, aperto al futuro. Alla continuità, pur tra le inevitabili discontinuità che storicamente si producono. Continuità fra generazioni, entro la plurimillenaria e sempre cangiante umana compagnia.
Anche se può sembrare strano, proprio la nostalgia svolge una essenziale funzione rigeneratrice entro il perenne cambiamento. Perché, da un lato, essa spinge a riscoprire di continuo il donde si proviene; dall’altro, sposta la riflessione sul dove si va. E dunque sul fine – il telos – del cammino, chiedendosene così il senso. L’esatto contrario, insomma, dell’idea odierna di crescita fine a se stessa: forsennatamente e follemente insensata, poiché ignora il donde e il dove di ogni cosa. E non ha orrore di sé.
Non casualmente l’autore – sapendo quanto la scrittura favorisca anche la introversione – scrive in prima persona il capitolo finale, e lo intitola Rimanenze. Ossia ciò che, mutando, rimane: i propri ricordi, intrecciati a quelli altrui. Cosicché passato e futuro vivano insieme nel presente. Per reagire all’oggi, in cui il presente è solo un istante (senza passato e senza futuro). Per non voler perdere la speranza.

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