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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

FILASTROCCHE TUTTO L'ANNO

FILASTROCCHE

Filastrocche tutto l’anno, di  Nicoletta Romanelli e Jean-Pierre Colella, Tabula Fati, Chieti, 2019, pp. 48, € 10,00. Recensione

di EIDE SPEDICATO IENGO

 

 

 

 

 

Ambarabà cicì cocò tre civette sul comò…

La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…

Centocinquanta la gallina canta, lasciatela cantare…

C’è una chioccia nel pollaio, c’è un topino nel solaio…

O quante belle figlie Madama Dorè, o quanto belle figlie…

La vispa Teresa aveva tra l’erbetta al volo sorpresa gentil farfalletta…

Trenta dì conta novembre con april, giugno e settembre…

Ponte ponente ponte pì tappettà Perugia…

Quanti ricordano di aver accompagnato i propri giochi recitando queste conte e queste filastrocche? Verosimilmente solo chi ha superato una certa età. Di queste composizioni cadenzate in metri brevi e rimati, dal ritmo celere, stretto, conciso, assonante che entravano soprattutto nella struttura dei giochi (decidere “a chi tocca”) si è persa sicuramente la “memoria storica”. Vuoi perché i luoghi tradizionalmente assegnati alla spontaneità infantile (i marciapiedi, i cortili, i vicoli, gli slarghi, la strada) che accoglievano la maggior parte dei giochi di tipo corale e aggregativo (per esempio, il nascondino, o il rialzo, o la lampadina fulminata, o la mosca cieca) sono oggi interdetti ai bambini; vuoi perché la modernizzazione ha serializzato e livellato, tra i tanti perimetri sociali, anche quelli ludici sempre più iper-organizzati dal mondo adulto; vuoi perché i lasciti delle storie familiari e degli ambienti di appartenenza sono diventati sempre più esili e scarni; vuoi anche perché le conte e le filastrocche, oggi proposte prevalentemente in spazi educativi circoscritti (penso qui alla scuola materna o alle prime classi della primaria), non trovano che rara accoglienza nello spazio domestico.
Dato questo quadro, è verosimile dedurre che queste modalità espressive, un tempo chiassose e corali quanto diffuse e praticate, giacciano nell’ombra e nel silenzio, anche a motivo di un’ulteriore circostanza. Ovvero, del fatto che nella realtà dei nativi digitali, le relazioni “reali” tendono progressivamente a debilitarsi a differenza di quelle virtuali che, invece, colonizzano ambienti sempre più ampi, coinvolgendo anche i piccolissimi. Le proposte tecnologiche, gli schermi interattivi, i mini-tablet stanno, infatti, invadendo con curva esponenziale anche quegli spazi fino a pochi anni or sono deputati esclusivamente al piano delle relazioni fra “umani”. Si pensi, al proposito, che una nota casa di giocattoli ha, addirittura, commercializzato una sdraietta colorata dotata, oltre che dei tradizionali pendenti a forma di animali della foresta per distrarre i bebè anche di un lungo braccio di plastica con una custodia fatta apposta per inserirci un iPad, per intrattenere con musiche e immagini il neonato, quasi fosse una sorta di baby-sitter tecnologico. 
Dati questi scenari è da supporre che, a breve, l’architettura eccentrica e capricciosa della filastrocca verrà equiparata a una sorta di reperto archeologico, anche a dispetto di coloro che, come gli autori di questo coloratissimo e accattivante volumetto, si impegnano a rivitalizzarne l’impianto e il significato. Nicoletta Romanelli e Jean-Pierre Colella con questo loro Filastrocche tutto l’anno hanno, infatti, allestito un testo che sottolinea la funzione educativa di questi componimenti ritmici e giocosi e insieme invita a non disfarsi spregiudicatamente dei lasciti dell’eredità del passato.
Il formato maneggevole, il corredo delle illustrazioni, il tono allegro, il gioco di invenzioni fantastiche ne fanno, ovviamente, un libro destinato all’infanzia. Ma in questa pagine c’è molto di più e di altro. Scorrendole si coglie, per esempio, non solo l’incoraggiamento a confrontarsi con l’inusuale, lo stravagante, l’eccentrico, l’estroso, il bizzarro, ma anche a dialogare (come appena accennato) con un altrove sempre meno frequentato e silente.  E ancora: si coglie il suggerimento a praticare l’equilibrio e l’equità fra i segni delle proprie carte culturali e la cifra della propria identità e le tendenze e gli orientamenti dell’oggi. Si coglie l’esortazione a tutelare il prismatico, enzimatico patrimonio della cultura popolare non perché si abbia nostalgia del passato, ma perché non ci si riconosce nell’idea del tempo «come flusso continuo di eventi che accadono e si dissolvono su una linea di fuga senza ritorno» (V. Monaco, Capetiémpe, Synapsi Edizioni, s.d., p.15).
Dunque, queste pagine -che accompagnano in una dimensione in cui il pensiero lento e creativo interroga l’attualità- diventano l’occasione sia per guardare con sguardi nuovi, restauratori il repertorio patrimoniale di un ambiente che la società liquida ha vistosamente straniato; sia per ridare voce ad alcune tessere di un universo pensato come privo di voce propria; sia per rivalutare quella espressione del tempo che gira in tondo e crea nessi tra il prima e il dopo.
Le quattro aree narrative su cui insistono le trenta filastrocche che compongono il testo (le stagioni, le feste, il cibo, il gioco) mi sembra orientino precisamente in questa direzione. Giocando con le parole e con le illustrazioni, queste pagine non solo tutelano questo genere letterario che, come è noto, sollecita l’immaginazione, allena la memoria, arricchisce il linguaggio, abitua l’orecchio al ritmo, sviluppa la capacità di osservazione; ma in più invitano a mettere le virgolette a quelle mappe valoriali della tradizione che la contemporaneità ha vistosamente marginalizzato. Per esempio, sollecitando a prestare riguardo al significato del tempo ciclico e ripetitivo della natura e al suo corteo di espressioni simboliche e cerimoniali; o al calendario popolare che, nella sua veste di organizzatore del tempo delle stagioni, definiva gli spazi sacri e quelli profani; o alla importanza di non smarrire il senso di continuità con il contesto cui si appartiene per non scivolare nella trappola di esistenze sempre più anonime e monocrome.
Queste filastrocche tutto l’anno sono, quindi, una proposta educativa che invita sia a praticare lo spazio della fantasia e della creatività, sia a sentirsi parte di una storia. È questo il messaggio che Nicoletta Romanelli e Jan Pierre Colella rivolgono ai loro lettori, piccoli e grandi. Il che non è certo suggerimento di poco conto negli scenari dell’oggi concentrati sulla bolla di un presente sempre più asfittico, indifferente, annoiato.

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