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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

CAREGIVER

caregiverLe acrobazie linguistiche non possono nascondere la verità: in Italia si invecchia male, con serie conseguenze sanitarie, sociali ed economiche. Si diventa relitti quando da relitti si viene trattati.

            di NANDO CIANCI

 

 

Badante agli occhi di molti suona termine un po’ sgradevole. Per ragioni diverse. La prima, dal retrogusto un po’ razzista e un po’ classista, viene dall’essere spesso associato a donna straniera e, per lo più, proveniente da situazioni economicamente non floride. Sicché la parola, da alcuni, più o meno consciamente, viene riferita ad una mansione di tale umiltà da ritenerla non adatta agli italiani (la crisi economica si incaricherà poi, come vedremo, di far scoprire anche ai nati nella penisola come tanto spregevole il lavoro non sia).
Ma, sin qui, siamo ancora alla superficie. Una seconda e più profonda ragione sta nel disagio che una tale mansione può causare. Prendersi cura di un congiunto non autosufficiente comporta un coinvolgimento emotivo al quale non si può sfuggire. Si ha a che fare, specie nel caso di un genitore, con una persona dalla quale ci si era distaccati al momento di volare fuori dal nido ed affrontare autonomamente la vita. E si vive il paradosso di un ricongiungimento a parti invertite: il genitore non autosufficiente è diventato il bambino e il bambino di allora funge da genitore. Con l’aggravante, in molti casi, che l’anziano non riconosce più neanche i suoi cari. Il più delle volte l’attenzione che egli, o ella, richiede è continua. L’adulto diventa così un “assistente sandwich”, che deve occuparsi contemporaneamente dei propri genitori e dei propri figli.

Non vale, in questi casi, richiamarsi agli esempi di come venivano assistiti i genitori nelle società precedenti: troppo consistenti sono le differenze fra la struttura delle famiglie patriarcali di una volta, quando in tanti si condivideva lo stesso tetto e i ruoli e le attività quotidiane erano distribuiti fra i componenti del nucleo a seconda delle stagioni della vita che ognuno stava attraversando. I ritmi di vita e di lavoro, la composizione dei nuclei familiari, le relazioni interpersonali e l’organizzazione della società nel suo complesso inseriscono oggi la presenza dell’anziano non autosufficiente in un contesto meno rassenerante e, non poche volte, già intriso di angosce (non a caso, quando si ha in casa un genitore con funzionalità ridotte, ma ancora mentalmente lucido, ci si considera fortunati, perché si viene esonerati almeno dall’angoscia del non riconoscimento).
Le conseguenze possono risultare devastanti. Non sono rari, ad esempio, i casi di figli-badanti che finiscono in depressione. Un paio d’anni fa, un’inchiesta giornalistica riportava queste parole di un geriatra impegnato sul campo: «Ogni volta che prendiamo in carico un anziano non autosufficiente seguito a tempo pieno da un familiare, finiamo per avere non uno ma due pazienti»[1].
Il fenomeno è in aumento perché, da quando si cominciò a parlare di “badanti” ad oggi, le mutate condizioni hanno indotto molte famiglie a non ricorrere più ad aiuti esterni[2]. Sicché il numero degli italiani che dedicano parte importante della giornata ad assistere parenti non autosufficienti ha già raggiunto quello delle badanti di professione: un milione per ognuna della due categorie (comprendendo nella seconda anche quelle in nero). L’accrescersi del numero ha indotto anche le forze politiche ad occuparsi del problema: nella legge di bilancio 2017 viene riconosciuta la figura del caregiver familiare e altri riconoscimenti sono arrivati da alcune leggi regionali, ma la legge quadro è ancora in discussione.

Già, caregiver… Perché mai nella legislazione italiana si introduce un termine che risulterà incomprensibile persino a molti di coloro che dovranno beneficiarne?
Badante, come si sa, è il participio presente del verbo badare[3], che può essere sinonimo di prendersi cura. Ma che può anche evocare l’idea di un pericolo da cui guardarsi, a cui badare. Combinando le due accezioni, positiva e negativa, può nascere l’ibrido dell’idea di assistenza fastidiosa, per quanto inevitabile. Forse anche per questo si tende ad evitare il participio sostantivato badante dalle leggi e dal linguaggio dei media, adottando un termine, caregiver, che in precedenza veniva usato solo in ambiti molto specialistici (o magari perché la funzione del familiare è gratuita e quindi deve essere nobilitata: badante la renderebbe opaca?). Ma, nello scegliere il nuovo termine, la pigrizia che ha sostituita la creatività in una lingua (la nostra) che si presta assai a nuovi còni anche gustosi ci fa, come sempre più spesso avviene, cercare conforto nelle braccia angloamericane.
Le acrobazie linguistiche, che siano o meno anglicizzanti, non possono però mascherare il problema che sta alla base degli aspetti sanitari, sociali ed economici: da noi si invecchia male, perché, una volta uscite dalle attività produttive, alle persone non si riconosce il ruolo sociale e culturale che potrebbero svolgere. Non si impiegano le immense risorse di conoscenza, di esperienza e di saggezza di cui sono depositarie. Si infligge loro, quotidianamente, la frustrazione di veder sperperare tutta la ricchezza che sentono dentro. Come un pilota di formula uno, dotato di una macchina potente, costretto perennemente a stare ai box assistendo impotente allo sfrecciare delle altre vetture. La macchina costa denaro alla società (e tempeste emotive ai familiari del pilota). Si pensa a come reperire le risorse per quei costi e a come alleviare il disagio dei familiari. Ma non si pensa che continuare a tenere in moto la macchina allevierebbe costi e sofferenze.
Si diventa relitti, in definitiva, perché da relitti si viene trattati.

[1] Il Corriere della Sera, 6 aprile 2017. Da tale articolo verranno presi anche i dati in seguito citati.   
[2] La stessa inchiesta quantifica in circa 15 mila di euro l’anno il costo di una badante in regola (stipendio e contributi).    
[3] Che viene, a sua volta, dal latino batare, stare a bocca aperta.

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