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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

CLOUD

CLOUDIl rovesciamento della nuvola fantozziana: da persecuzione a consolazione. La nostra memoria depositata fuori dal tempo, dallo spazio e dalle attrezzature informatiche. Si profila una nuova fase evolutiva della specie umana?

di NANDO CIANCI


Da qualche parte, nella rete, c’è un posto dove attingere di tutto. Non è un luogo fisico, né circoscrivibile territorialmente secondo l’idea di spazio che hanno le generazioni cresciute prima del digitale. Sta, per così dire, tra le nuvole. Si chiama, infatti, cloud  il servizio che ci consente di collocare la memoria artificiale al di fuori degli strumenti consueti (pc, tablet, smartphone), di portare sempre con noi il nostro archivio personale senza l’ausilio di supporti materiali. Come una nuvoletta di Fantozzi che ci segue ovunque, che veglia sulla nostra testa rassicurandoci che tutto il nostro sapere marcia con noi, proteggendoci da défaillances mnemoniche. Basta avere a portata la disponibilità di un accesso a internet (i più attenti al linguaggio dell’informatica andranno poi a distinguere tra cloud storage e cloud computing, ma a noi, qui basta cloud).
Una evidente comodità, che rovescia l’immagine fantozziana della nuvola persecutoria in quella di nube rassicurante. Dunque, con questo servizio, possiamo attingere ovunque, ed in ogni momento, a tutto ciò in cui ci siamo imbattuti e che abbiamo deciso di archiviare. Una sorta di memoria mostruosa, che però è collocata al di fuori del nostro cervello. E qui cominciano a sorgere i problemi.
Nel consiglio di amministrazione del comportamento umano, per usare un’espressione del neurobiologo Lamberto Maffei, la tecnologia, già sedutasi «con prepotenza insieme ai neuroni della corteggia cerebrale», si avvia a detenere la maggioranza assoluta. Perché l’affidare funzioni fondamentali, quali il calcolo e la memoria, a ciò che sta fuori di noi finisce con l’indebolire facoltà «come la capacità di concentrazione, di argomentazione, di interesse al motore della conoscenza»[1]. E ci modifica anche in senso fisico, poiché il cervello è caratterizzato da una plasticità «che ha la proprietà di cambiare, sotto opportuni stimoli, funzioni e struttura e quindi idee e comportamenti»[2]. Il che, per sgombrare il campo dai fatalismi che ci vorrebbero in balia della tecnologia vista come una forza oscura, vale nel bene e nel male[3].
Non c’è dubbio, ad ogni modo, che la nostra nuvoletta dei ricordi, oltre che soccorrere nei momenti di bisogno, può indurre ad abitudini che, specie se assunte da piccoli, possono condizionare il nostro modo di vita: «Già sapere che lo smartphone, che “sa” tutto, è presente nella propria cartella scolastica, sottrae allo spirito del bambino lo sforzo di volersi imprimere realmente nelle regioni corticali del proprio cervello i fondamenti del sapere trasmessi dall’insegnate». Sì che per capire nella sua reale portata le conseguenze di ciò occorre chiedersi «che cosa succederebbe se i bambini e i giovani crescessero senza alcun sapere, conquistato da sé, che si riferisca alla società e alla storia»[4].
L’influenza dell’uso (specie se precoce e/o smodato) degli strumenti tecnologici sullo viluppo di parti delle diverse aree del cervello, combinata con l’abitudine a cercare fuor di noi stessi quel che ci serve per vivere, porta ad allentare le nostre capacità di concentrazione, di analizzare i problemi, di scorgere le diverse sequenze al loro interno, di saperli collocare nel contesto da cui nascono e sul quale incidono, di vedere le cose nel loro insieme. Vale a dire a tutto ciò che ci ha permesso di accumulare un patrimonio culturale plurimillenario e di camminare in sintonia con la tecnologia. Vi è già, con tutta evidenza, ampio materiale per riflettere sul nostro cammino nel mondo e, soprattutto, sulla educazione. Iniziando dalla educazione civica, che non può prescindere da una educazione digitale che non sia solo “tecnica” (per sapere utilizzare gli strumenti), ma che includa nel suo orizzonte l’etica delle relazioni umane, reali e virtuali. Tanto più che non abbiamo ancora visto tutto e che fra non molto anche le attuali modalità di connessione digitale potrebbero apparire obsolete. Siamo già, infatti, alla “robotica nanoneuronale”, che potrebbe collegare in rete i nostri cervelli senza alcuna attrezzatura da portarsi in giro[5]. Si tratterebbe di mini-robot che «verranno iniettati nel sistema vascolare e quindi indirizzati al cervello, dove sapranno riconoscere le loro mete». Ogni mini-robot andrà dunque a collocarsi nel posto giusto per svolgere certe funzioni con il nostro cervello. Si attiveranno in modalità wireless, svolgendo attività di trasmittenti e processori. Potranno così trasformare «chiunque in un potenziale genio. O, almeno, in un super-erudito. Sempre che l’eccesso di dati sia sopportabile e non mandi le menti in catastrofico blocco». Uno scenario nel quale si potrebbe superare il confine dell’umano per approdare nella terra del transumanesimo. Come dire che la terra sarebbe abitata da una specie che sta a noi come noi stiamo al Neanderthal, o giù di lì. Fantascienza? Anche quando Julius Verne, nel 1865, romanzava di uno sbarco dell’uomo sulla luna si trattava di fantascienza.  Ma 194 anni dopo l’allunaggio divenne realtà. E quando Verne scriveva non esisteva neanche l’aeroplano, figuriamoci le astronavi. Mentre sulla robotica nanoneuronale gli scienziati stanno già lavorando e sperimentando. Insomma: c’è molto da pensare e da fare se vogliamo evitare di trovarci in balia della tecnologia e delle intelligenze artificiali, diventandone, da padroni, servi. A cominciare, come già detto, dal campo dell’educazione. Dove occorrerebbe riflettere e attrezzarsi con una ricerca ed un’azione all’altezza dei tempi, deponendo tanto la cieca fiducia negli effetti miracolosi delle innovazioni tecnologiche quanto la superstiziosa resistenza ad esse intese come trappole diaboliche. E tralasciando le patetiche perdite di tempo come quella di pensare che la nuova educazione civica possa partire dal ripristino dei grembiulini[6]. Come se si volesse andare su Marte in monopattino.

 
[1] Lamberto Maffei, Elogio della ribellione, il Mulino, Bologna, 2016, pp. 54-55.

[2] Ibidem, p. 153.

[3] Nel libro citato Maffei dedica il capitolo finale alla “Ribellione della ragione”, che può trovare la strada per usufruire della tecnologia senza diventarne sciavi.

[4] Così Gertraud Teuchert-Noodt in Giorgio Capellani, Crescere nell’era digitale, Edilibri, 2019, p. 141.

[5] Ce ne informa Cesare Beccaria su La Stampa del 30 aprile 2019, con un articolo dal quale sono tratte le successive citazioni

[6] Naturalmente di può discutere anche di grembiulini, ma senza attribuire ad essi valori taumaturgici e/o strumentali    .

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