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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'INVASIONE DEI BOT

BOTIl termine, abbreviazione di robot, indica un sistema che agisce intensamente sulla nostra vita. E rende il battersi per la democrazia nella rete non  più un fatto virtuale, ma una necessità concreta e reale.

               di NANDO CIANCI

 

Quando il risparmio era una virtù, la parola Bot (acronimo di Buono Ordinario del Tesoro) aveva un suono rassicurante e promettente: lo si acquistava in vista di una futura tranquillità. Poi, con l’esplodere del debito pubblico, il termine ha cominciato a produrre inquietudine: si scrutano le aste dei Bot per avere un’effimera indicazione: stiamo ulteriormente precipitando o cominciamo a risalire? Mentre loro, i Bot, se ne stanno sull’altalena in compagnia di BTP e Spread.
Ad oscurare il signigicato di questo acronimo si staglia ora, nei cieli internazionali della lingua, una nuova accezione della parola Bot.
Il termine nasce dall’abbreviazione di robot e già questo dice molto. Ci dice, cioè, che ha a che fate con l’intelligenza artificiale. Ed indica programmi capaci di agire nella rete come fossero esseri umani: accedono ai siti, chattano, videogiocano, forniscono servizi. Sicché spesso, quando pensiamo di interagire in rete con un'altra persona, in realtà abbiamo a che fare con uno o più bot. Insomma, sono capaci anche di sostituirsi agli uomini.
Agli esseri umani, per la verità, assomigliano anche nel loro stare, diciamo così, tra il bene e il male. Alcuni bot sono capaci di fornirci servizi che a noi richiederebbero tempo ed impegno: informarci sul meteo e sui tassi di cambio quando si viaggia, tracciare spedizioni, chattare in inglese per aiutarci a migliorarne la conoscenza, intrattenerci quando non abbiamo compagnia, accedere a conoscenze mediche e scientifiche, e una quantità di altre cose, anche più complicate. Non sempre indispensabili, ma spesso utili.
Dall’altra parte, però, vi sono bot specializzati nell’introdurre virus e agevolare l’opera dei pirati informatici, cioè dei famigerati hacker. Molti bot agiscono come veri e propri spioni: ci seguono dappertutto in rete per carpire i nostri gusti, le nostre attività principali, le nostre letture, i nostri viaggi, le nostre frequentazioni. Per trasformare tutto questo in pubblicità mirata che ci inonda, costruita ad personam. E fanno anche peggio: cercano di capire i nostri orientamenti per tentare di condizionarci politicamente. C’è, in tale ambito, chi li usa per monitorare la rete e produrre post con contenuti che possano risultare graditi ai cittadini e agli elettori, in modo da essere sempre “popolare” e benvoluto: in sostanza post che dicono alle persone quello che vogliono sentirsi dire. Mortificando, così, la funzione alta che dovrebbe spettare alla politica e ai politici: studiare i problemi ed elaborare soluzioni, intervenire per ascoltare e proporre. E non, come avviene tramite alcuni bot, intervenire dopo per assecondare gli umori diffusi. Con l’unico scopo di moltiplicare i pareri a proprio favore, indipendentemente da valutazioni che corrispondano anche a principi politici e che non massacrino l’etica della civile convivenza.
Nella sua parte nefanda, dunque, il campo dei bot rappresenta la creazione di individui e gruppi virtuali, che in realtà non esistono ma che sulla realtà finiscono con l’incidere pesantemente, facendo prevalere mediaticamente un’opinione, rafforzando il senso di appartenenza di chi ce l’ha già (ci si sente più forti per l’ “essere in tanti”) e attirando le simpatie di coloro che sono indecisi e non riescono a coltivare il dubbio dialettico. In termini brutali: creando l’effetto gregge che aggrega nuove adesioni.
Con il che la democrazia diventa un gioco di bari e di quattrini, perché barare costa (per produrre o acquisire bot) e chi più può investire in bot più rappresentativo diventa. Così battersi per la democrazia in rete non è più un gioco condotto nella realtà virtuale, ma una pressante e concretissima necessità che riguarda la nostra libertà nella vita quotidiana, privata e pubblica.

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