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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

Gli Invincibili che non vinsero mai

Grande Torino.L'epopea di undici ragazzi che col pallone tra i piedi disegnavano la perfetta sintesi tra poesia del gesto e concretezza del risultato. E che incarnarono ideali troppo alti per essere racchiusi nei recinti angusti della competizione sportiva.


di PAOLO CIANCI

PAOLOÈ primavera, la stagione dei verdetti: si vedrà se gli alberi fioriscono, quali compagni di classe saranno promossi o bocciati, e chi vincerà lo scudetto. In realtà si conosce già il responso, per tutti e tre i quesiti. Ma potersi fare domande di cui si conosce già la risposta è qualcosa di rassicurante, sa di routine e di vita che torna a scorrere sui binari di sempre, dopo aver rischiato di deragliare su quelli incomprensibili della follia umana.
Solo col trascorrere del tempo, riacquistata pian piano la normalità, si può tornare ad apprezzare qualche motivo di suspence, e allora ben venga l’incertezza che finalmente contraddistingue il campionato di calcio quest’anno. Gli Invincibili hanno iniziato la stagione con una lunga tournée oltreoceano dove hanno lasciato a bocca aperta persino i maestri brasiliani, poi nel corso del campionato infortuni e cali di condizione hanno reso il cammino oltremodo accidentato, senza contare che le rivali, Genoa e Inter in primis, sono cresciute notevolmente. La classe dei campioni è però rimasta intatta, e il Grande Torino, a 8 partite dalla conclusione del torneo, ha raggranellato un vantaggio di 6 punti sulla seconda in classifica.

Il Grande Torino affronta la sua nemesi 

Le insidie sul cammino per il quinto scudetto consecutivo sono però ancora molte. A partire da quel 10 aprile 1949, giorno di una trasferta davvero impegnativa. Non solo perché si va a giocare oltreconfine, nel Territorio Libero di Trieste, in cui fino a poco tempo prima le autorità militari anglo-americane che controllavano la città non consentivano alla squadra locale di giocare le partite casalinghe in città.
Da quando la Triestina era tornata a calcare il proprio campo, nella stagione precedente, era subito diventata un avversario indigesto persino per gli imbattibili granata. Anche perché il giovane allenatore degli alabardati giuliani si era inventato un modo di giocare assai poco ortodosso, con un battitore libero piazzato dietro la linea dei difensori che era andato di traverso al ben più blasonato staff guidato da Erno Egri Erbstein. Il leggendario stratega ungherese ne aveva viste di tutti i colori non solo sui campi di calcio, scampando al campo di concentramento ed all’assedio di Budapest prima di contribuire al ciclo vincente della società del presidente Ferruccio Novo. Eppure era rimasto spiazzato da quella tattica ultradifensiva, tanto che persino la macchina da gol torinista, nella prima trasferta triestina contro quel tecnico esordiente, il 23 maggio 1948 era stata incredibilmente fermata sullo 0-0. Si era trattato di uno dei pochissimi casi in cui né Ezio LoikGuglielmo Gabetto, solitamente implacabili, erano riusciti ad andare in rete.
Quest’ultimo aveva approfittato inoltre della trasferta per riempire il bagagliaio del pullman di sigarette di contrabbando. Sembra che, beccato dalla polizia che gli aveva sequestrato merce e documenti, fosse destinato a “pagare” giocando una partita nella loro squadra, e che solo grazie al lavoro diplomatico dei dirigenti della società si fosse risparmiato quell’imbarazzante impegno (qui un filmato d'epoca sulla partita).

Un pareggio stentato 

Da allora è passato un anno, ma gli spettatori accorsi al Comunale il 10 aprile 1949 ignorano ancora la portata innovativa del sistema messo a punto da quel giovane allenatore, Nereo Rocco: sono lì solo per il Grande Torino. Una squadra la cui fama corre veloce per la penisola grazie alle radiocronache di Nicolò Carosio, voce narrante di imprese ogni volta più esaltanti compiute da undici ragazzi che col pallone tra i piedi disegnano la perfetta sintesi tra poesia del gesto e concretezza del risultato.
A Trieste ci mettono 35 minuti per sbloccare il punteggio, con un calcio di rigore generosamente concesso dall’arbitro Orlandini di Roma e realizzato da Romeo Menti. È una gara ruvida, la provinciale ricorre alle buone ed alle cattive per fermare il palleggio degli avversari, e il Torino che solitamente fa valere un impareggiabile tasso tecnico stavolta non si fa troppi problemi ad adeguarsi al tono oltremodo fisico dell’incontro, che esalta invece le doti dei propri difensori più rocciosi, Aldo Ballarin e Mario Rigamonti.
Ma su quel terreno Rocco e i suoi possono giocarsela, tanto che la Triestina non solo non subisce altre reti, ma riesce addirittura a pareggiare a 20 minuti dalla fine. Anche in questo caso l’arbitro ci mette lo zampino, decretando un rigore che sa di compensazione. A realizzarlo è Ivano Blason: per ironia della sorte, gioca proprio nel ruolo di libero che tanto sta sullo stomaco ai piemontesi. I quali capiscono che non è giornata, e si accontentano di gestire il pari. Solo che quando manca pochissimo alla fine Valerio Bacigalupo, il quasi insuperabile portiere, arriva in leggero ritardo nel respingere un pallone che a molti sembra aver già oltrepassato la linea di porta. L’arbitro è d’altro avviso e non convalida il gol. In altri tempi si sarebbe parlato di “sudditanza psicologica” a favore della squadra che miete successi, ma per fortuna la moviola non è ancora stata inventata (le prime immagini televisive della nostra serie A verranno trasmesse dalla RAI solo 5 anni dopo). Finisce con un punto a testa e il riassuntivo titolo di un quotidiano dell’indomani: «Calci di rigore e negli stinchi decidono Triestina-Torino».

Gli undici Invincibili 

Per i granata era scesa in campo la formazione che per sempre sarà accompagnata dall’epiteto di Invincibili, e di lì a un mese, quasi a opporsi all’ingiusto fischio finale decretato da un arbitro incapace, di Immortali: Bacigalupo; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.
L’undici del Grande Torino è un patrimonio che dal 4 maggio 1949 non apparterrà più solo ai propri sostenitori, una nazione intera indipendentemente dal tifo si era immedesimata in quei ragazzi che per primi avevano portato nell’Italia della ricostruzione un germoglio di spensieratezza, di bellezza, di speranza. I racconti di padri e nonni a figli e nipoti saranno sempre aperti o chiusi da quegli undici nomi, da imparare a memoria come una filastrocca. D’altronde si era lontani anni luce dalle rose infinite e dal turnover esasperato di oggi. Non c’erano nemmeno le sostituzioni, e il mercato si limitava a pochissimi scambi, per cui l’undici titolare poteva restare sostanzialmente invariato per anni.
Chissà quante volte quegli undici saranno scesi in campo insieme, chissà quante vittorie avranno conquistato. Qualche amante dei numeri, forse immaginando un altro record impossibile da scalfire, è andato a spulciare negli almanacchi. Trovando un dato così assurdo da sembrare non corretto, e quindi da mantenere, se non taciuto, perlomeno riservato. Tra gli aneddoti più o meno attendibili che accompagnano ogni ricorrenza della tragedia di Superga, il giorno della memoria per il Toro, di cui si sono appena celebrati i 70 anni, ce n’è uno che sembra il più inverosimile di tutti: più dei 4 gol in 4 minuti (contro la Roma nel 1946), più dell’opera di convincimento attuata da Franco Ossola per far desistere l’arbitro dal fischiare un rigore a suo favore (nella stessa gara, quando ormai si era sul 7-0 e si era deciso di non infierire), più del 10-0 rifilato alla malcapitata Alessandria il 2 maggio 1948 o delle 88 partite casalinghe consecutive senza conoscere sconfitte tra il ’43 e il ‘49 (entrambi record tuttora imbattuti per la nostra serie A).
Queste ed altre mille imprese sono state “preda” dei meccanismi distorsivi tipici della trasmissione orale, che ha visto la realtà di volta in volta ingrandita, rivisitata o integrata, né più né meno ciò che accadeva in altre epoche con le avventure e le battaglie epiche. E come già avveniva con l’epos, tutti i racconti coincidevano in una cosa, una sola: la recita della formazione, una moderna presentazione in rassegna degli eroi. Ma proprio quella filastrocca è una delle più clamorose sviste che la memoria collettiva di un popolo abbia mai partorito, almeno in ambito sportivo. Perché nelle 172 partite necessarie a costruire la leggenda ed a vincere i cinque campionati Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola ed Ossola, insieme nella stessa formazione, sono scesi in campo solo una volta. Quel giorno a Trieste, rimediando uno stentato 1-1. Mai gli eroi del Filadelfia sono scesi in campo insieme nel loro tempio. Mai gli Invincibili, così come sono stati tramandati ai posteri, hanno vinto una partita.

Gli eroi e il loro destino 

Il paradosso appare incredibile, ma è razionalmente spiegabile. La ragione principale sta nel fatto che Franco Ossola, pur facendo parte della rosa fin dal 1939 e giocando spesso al posto di altri compagni, era di fatto la riserva di Pietro Ferraris, ceduto a 36 anni suonati solo prima dell’ultimo campionato. Così Ferraris, pur pedina fissa di quasi tutti i trionfi di quegli anni, non condividendo la tragica sorte dei compagni non era neanche potuto salire nell’empireo con loro. E in quell’unica stagione senza di lui una serie di infortuni aveva tenuto lontani dal campo di volta in volta Virgilio Maroso, Eusebio Castigliano e Romeo Menti (tanto che Danilo Martelli, la teorica riserva usata da jolly un po’ in tutte le zone del campo, era diventato di fatto un titolare aggiunto). Nello stesso match di Trieste si fa male di nuovo anche Pino Grezar, che avrebbe saltato le successive partite recuperando solo per la fatale trasferta di Lisbona, dove il 3 maggio ’49 il Grande Torino scende per l’ultima volta sul rettangolo verde in un’amichevole per festeggiare il capitano del Benfica Chico Ferreira. Il suo desiderio (più che altro per risollevarsi da difficoltà economiche) era affrontare la squadra più forte del mondo, ed era riuscito a strappare la promessa del suo collega Valentino Mazzola. Il capitano non intendeva rimangiarsi la parola data, anche se l’impegno cadeva nel bel mezzo della volata-scudetto, con l’Inter che si era rifatta sotto. Si va lo stesso in Portogallo per l’amichevole, cavallerescamente lasciata vincere al Benfica. Il viaggio aereo di ritorno del giorno dopo si concluderà nello schianto sulla collina di Superga, che non lascerà scampo ai 18 calciatori, 3 allenatori, 3 dirigenti, 3 giornalisti e 4 uomini dell’equipaggio presenti sul volo.
I valori di quel gruppo hanno fatto il miracolo di resistere intatti agli sfregi del tempo e al mutare dei tempi. Capitan Valentino che nel momento del bisogno si rimbocca le maniche dando ai compagni un segnale così forte da trasmettersi ad un’intera nazione. Il resto del gruppo che a quel segnale comincia a muoversi come un sol uomo e per un quarto d’ora sublimerà su un campo da calcio il concetto di gioco di squadra, in uno spettacolo ripetuto ogni domenica sempre diverso nella sua identica perfezione. E la stessa squadra che concluso quel quarto d’ora, col risultato messo al sicuro, rinuncia ad infierire sull’avversario, consapevole che la propria gloria sarebbe stata rinnovata solo fino a quando ci fosse stato qualcuno ancora desideroso di sfidarla.
Incarnavano ideali troppo alti per essere racchiusi nei recinti angusti della competizione sportiva, in un momento in cui solo la forza di quegli ideali poteva spingere ognuno al di là delle macerie che aveva tutt’intorno e anche dentro. Fu il loro esempio, più che la superiorità sul campo, a renderli simili a dei. E come dei si piegarono al fato in una nebbiosa serata di 70 anni fa, per ascendere alla dimensione del mito tramandato oralmente di generazione in generazione. Con la formazione sbagliata, ma pazienza.

Nella foto sopra una formazione del Grande Torino nella stagione 1948-49. In piedi da sinistra: Castigliano, Ballarin, Rigamonti, Loik, Maroso, Mazzola. Accosciati da sinistra: Bacigalupo, Menti, Ossola, Martelli, Gabetto

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