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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

IL GRANDE NORD

NORVEGIALuoghi nei quali il sacro ti penetra nell’anima e l’uomo è spinto verso orizzonti che sfidano il limite ed invitano all'andare. Dove il singolo si sente in comunione con l’universo e l’immensità ti viene incontro.


di RITA BARTOLUCCI

 

Quando il noto cede il passo all’ignoto, giunge il tempo dei sogni, degli incubi, delle paure. Nascono miti, leggende, favole; soprattutto i luoghi RITAdivengono materia prolifica di tante fantasticherie. Le grotte profonde, le fonti nascoste, i boschi scuri e i mari infiniti assurgono a dimensione sacrale, che li vuole popolati da divine entità, crudeli o benevole, cui tributare onore e rispetto. Ed ecco che allora satiri, ninfe, serpenti marini e quant’altro si affollano a dare mistero agli spazi. E pur quando la conoscenza squarcia i veli dell’ignoranza, il potere ancestrale del sacro continua ad agire sull’inconscio del singolo e sull’immaginario collettivo. Soggezione e timore rimangono quindi a lungo fissati, in stato più o meno latente, nella psiche umana. Ma altrettanto forte è negli uomini il desiderio che li porta a saggiare se stessi e le proprie capacità. Li sospinge a violare persino le regole imposte da tradizioni e cultura e fa loro vagheggiare orizzonti sempre più vasti. Tra audacia e inquietudine si svolge pertanto la loro storia.

Presso gli antichi Greci, le colonne d’Ercole a Gibilterra segnavano il limite estremo del mondo conosciuto, oltre il quale non era pensabile andare, senza incappare nell’ira delle tante divinità celate nelle profondità oceaniche. I più temerari navigavano a vista vicino alla costa e, anche così, molti andarono incontro alla furia di quelle acque infide, ritenute dominio del dio Poseidone che le sommuoveva a suo piacimento. L’imponenza della natura ha sempre destato meraviglia e sgomento negli esseri umani che han provato, di volta in volta, a svelarne i misteri per darle un volto e una spiegazione, nel tentativo di addomesticarla e volgerla a proprio vantaggio. Oggi, in epoca di avanzato sviluppo scientifico e tecnologico, l’uomo, con le sue straordinarie imprese, è divenuto lui stesso oggetto di divinizzazione, ciò non toglie che continui a sentirsi come piccola parte di un grande universo, su cui rivolgere uno sguardo incantato.
Non mancano i luoghi che ancora riescono a dare le più vive emozioni, dove si avverte che l’infinitudine e il nulla coesistono e forse persino coincidono. Sono gli spazi solitari e silenti, i deserti di pietra e sabbia, come pure quelli di ghiaccio, le vette che s’alzano vertiginose a sforare il cielo, il mare che possente respira. A fronte di tali paesaggi, la commozione non è mai debolezza, né sinonimo di qualche approdo divino; esprime soltanto la comunione profonda del singolo con l’intero universo.

Il grande Nord, soprattutto nella parte della Norvegia e relativi arcipelaghi, dà occasione a un tale sentire.
Mi ci sono recata più volte, a distanza di tempo, riportandone impressioni diverse e memorabili. Sono rimasta colpita dalla sterminata lunghezza del viaggio, svoltosi in macchina e per circa 10000 Km tra andata e ritorno. Ché, se ha consentito una grande libertà di percorso e di scelta di visite e soste, è risultato per altri versi molto affaticante. A poterlo rifare, sceglierei senz’altro l’aereo.
Giunta a Oslo, dopo un già lungo tragitto, mi illudevo che la meta fosse ormai prossima!
Nordkapp mi aspettava e il desiderio di esserci quanto prima era forte. Ma i cartelli stradali, con relative distanze dei luoghi, dicevano tutt’altro e veder comparire indicazioni con numeri grandi, non rincuorava affatto. La Norvegia, pur se stretta in ampiezza, è del resto assai lunga e OSLO CENTRO STORICOoltremodo articolata nella costa, che si getta a precipizio nel mare a ridosso di massicci rilievi. Il percorso litoraneo è pertanto alquanto tortuoso, spesso interrotto da fiordi – talvolta molto profondi tanto da insinuarsi per chilometri nell’entroterra – che per essere superati, in molti tratti, richiedono il ricorso a traghetti. Di conseguenza i tempi di viaggio si dilatano. La pazienza è stata comunque ampiamente premiata dalla visita alla prima importante città norvegese.

Sono rimasta presto colpita dalla sobrietà ed eleganza del centro storico di Oslo: non grande, ma compatto e segnato da belle facciate di palazzi in stile neoclassico, che si legano in modo armonioso ad aree più nuove, all’insegna di strutture moderne e avveniristiche. La città, situata sull’omonimo fiordo, è contornata da dolci colline; i quartieri, disseminati su un’ampia superficie, scompaiono celati nel verde che ovunque trionfa. Parchi, viali, giardini sono senz’altro l’emblema che più la caratterizzano e le hanno fatto guadagnare, a giusta ragione, il titolo di “green”. Tra i tanti spazi naturalistici e ricreativi, OSLO FROGNER PARKspicca il Frognerparken per dimensioni e rara bellezza. Ѐ un’area immensa ed anche un museo a cielo aperto. Al suo interno infatti ospita – parco nel parco – numerosissime opere dell’artista norvegese Gustav Vigeland, morto nel 1943. C’è da rimanere a bocca aperta di fronte a una produzione scultorea tanto ricca e imponente: fatta di più di duecento creazioni in bronzo, ferro e ghisa, aventi a tema il ciclo della vita raffigurato in forme plastiche e dinamiche. Da ogni rappresentazione balza evidente l’amore che l’artista nutre per la vita in genere e per quella umana in specie, colta nei suoi più significativi momenti che contemplano la dolcezza della tenera infanzia, il vigore dell’età adulta, la decadenza della vecchiaia e la morte stessa, vista come necessario e naturale aspetto dell’intero processo vitale. Tutto il complesso scultoreo è soprattutto un inno alla fratellanza, alla solidarietà, al reciproco aiuto tra gli uomini ed esprime la grande fiducia dell’artista in un’umanità soccorrevole e pietosa.
Non mancano certo nella città altri luoghi appositamente riservati alla vita culturale come musei, teatri, sale concerto, strutture sportive.
Ho avuto modo di visitare il museo dedicato a Edward Munch, che accoglie più di mille dipinti di questo illustre artista precursore dell’Espressionismo, e anche la Galleria Nazionale dove si trova la sua opera più nota – L’urlo – insieme a quelle di altri insigni maestri della pittura: Van Gogh, Renoir, Cézanne, Picasso. Vedere dal vivo opere così coinvolgenti è sempre un’esperienza emozionante, che agisce sul NAVE VICHINGAriguardante e lo avvia a nuove aperture mentali.
Improbabile è uscire da una mostra tal quali a quando ci si è entrati.
Altrettanto suggestiva si è rivelata la visita al museo delle navi vichinghe, dove sono esposti tre esemplari – ottimamente conservati – di imbarcazioni usate similmente a quanto avveniva presso gli antichi Egizi, quali bare per trasportare i nobili proprietari nel mondo dei morti. Le informazioni, in loco ricevute, mi hanno fatto riflettere su come popoli tanto diversi e distanti tra loro fossero approdati a credenze religiose, per certi aspetti, tanto affini. Le navi sono impressionanti, per dimensione lunga e slanciata, per il colore funebre del legno e per la fine cesellatura presente a prua e a poppa.
Da ultimo, e solo dall’esterno, ho potuto ammirare la costruzione – tutta in vetro e marmo bianco – del Teatro dell’Opera e del Balletto. Ѐ una struttura avveniristica e meravigliosa, dal tetto inclinato su cui si può passeggiare. Subito mi ha fatto pensare al mito greco della dea Venere fuoriuscente dalla spuma marina poiché, come quella, sembra emergere dall’acqua, prossima a cui è ubicata in area portuale.

BERGEN2Bergen è stata la meta immediatamente successiva a Oslo.
Ѐ anch’essa una città costiera denominata Porta dei fiordi, poiché da qui muovono crociere tra le più belle insenature norvegesi. Addossata ad alture punteggiate da case dai vivi colori, si apre ad un nucleo abitativo più fitto in prossimità del mare. Ѐ un luogo davvero fiabesco, specie nel quartiere del porto, prestigioso sin dal tardo medioevo per traffici e commerci con l’Europa settentrionale, grazie alla lega anseatica. Una lunga teoria di edifici in legno stringe in un colorito abbraccio tutta l’area, in prossimità della quale si tiene il mercato del pesce, un’attrattiva turistica da non sottovalutare. Banchi ricchi di ogni genere di pescato si offrono in bella vista: rosei salmoni, merluzzi freschi ed essiccati, balene, granchi giganti e persino caviale bianco dell’artico. Nel mercato trovano posto anche i prodotti della terra quali fiori e verdure. Mi sono chiesta più volte come faccia la gente del Nord ad avere fioriture così belle, in un clima non gelido, ma sicuramente frizzante, mentre a me non riesce di veder prosperare un geranio al caldo sole del mediterraneo e i roseti del giardino reclinano i bocci ai morsi degli afidi. Dal porto si diramano stretti vicoli acciottolati che salgono verso l’alto, nella tranquillità e nell’ordine dei bei quartieri di case dalle finestre adorne di trine, da cui spesso trapela la morbida sagoma BERGEN TELEFERICAdi un gatto dormiente. L’ascesa al monte Floyen, mediante la funicolare che si trova nei pressi del mercato, consente una vista speciale sulla città, è stata occasione per il mio ultimo saluto a questo incantevole luogo. Dall’alto lo sguardo spazia sul verde d’attorno, sul brillio delle luci sottostanti e sull’immensità marina, che qui non è un limite, ma un invito all’andare.

Dopo Bergen, un’altra tappa meravigliosa era pronta a stupirmi: le isole Lofoten.
Ѐ questo un arcipelago localizzato oltre il circolo polare artico, raggiungibile anche in auto per una via che con tunnel e ponti collega le principali isole. Il clima – a dispetto di quanto si possa pensare – è, nel periodo estivo, gradevole per via dei benefici effetti prodotti dalla calda corrente del golfo del Messico, che giunge sin quassù e mitiga le temperature. Le terre sono state abitate nel lontano passato da popolazioni vichinghe, che vi hanno lasciato le loro tracce. Il paesaggio è sublime ed essenziale, cattura lo sguardo sino ad LOFOTEN2ammaliarlo. Il mare ovunque si insinua frammezzo a isole e scogli; rilievi corposi vi cadono a picco, il verde della vegetazione li veste in modo sontuoso. Villaggi di pescatori compaiono prossimi alle rive, alcuni impiantati su palafitte. Sono casette di legno, tutte di colore rosso vivo, molte riadattate a scopo turistico. Soggiornarvi, pur se per pochi giorni, è stata un’esperienza unica perché il contatto con la natura è forte e immediato. Il profumo del mare e del pesce, steso all’aria a seccare su graticci di legno, inebria e accompagna la lunga luce senza tramonti, in un cielo che appena trascolora. Se avessi una più modica età, tornerei qui in inverno per vedere le aurore boreali.

Avendo beneficiato di una sosta così gratificante, riprendere il viaggio mi è parsa cosa più accettabile. Inoltre vedevo ormai prossima la meta finale e più ambita: Nordkapp.
Occorreva comunque ancora bel tempo, prima di poter metter piede su quell’ultima isola e sulla propaggine che sporge sull’Oceano Artico. Lungo il tragitto la curiosità è stata appagata dalla vista di accampamenti lapponi, con tanto di tende, di uomini e donne in sgargianti costumi tradizionali, di bambini dalle guance paffute intenti a giocare con niente, e di renne, animali mansueti e dolcissimi che si lasciano avvicinare anche da sconosciuti.
Un anziano, seduto in terra poco oltre la tenda, traeva un suono ripetitivo e nostalgico, una specie di nenia, da uno strano strumento a corde, simile alla balalaica, che accompagnava con un canto accorato. Non era lì per attirare turisti, dato che non ce n’erano in vista e l’unica macchina, la mia, era discosta e celata dalle betulle. Cantava al vento e alla solitudine che tutt’intorno regnavano, l’eco di quella musica ancora mi fa compagnia nelle notti dei tanti risvegli.
In una splendida giornata di sole ho finalmente attraversato il tunnel sottomarino che collega l’isola di Magerøya alla terraferma e mi sono ritrovata nella moderna cittadina di Honningsvåg, tutta distesa intorno all’importante porto peschereccio. Dopo tanti chilometri percorsi senza più incontrare centri degni di tal nome – escluse anche le sperdute casette protese sull’acqua, comunque segno di presenza umana – ritrovarmi in un luogo abbastanza abitato, e dotato di tutti i servizi, mi è stato di grande sollievo. Con occhio rapito ho accarezzato le linee delle grandi cisterne delle raffinerie, che mai mi erano parse soggetti meritevoli di una così gioiosa attenzione, visto che il carburante della macchina era vicino alla riserva. Alberghi, negozi, ristoranti erano il segno di una vita “normale” e di ospitalità. Rimpinzato il serbatoio dell’auto, non restava che percorrere il tragitto che conduce alla punta Nord dell’isola.
CAPO NORD SOLE NEZZANOTTEE lì, sullo slargo del promontorio alto più di trecento metri, in un tempo fuori dal tempo, nella luce inusuale di un sole che in tarda nottata filtrava tra groppi di nuvole, si è aperta l’immensità di cielo e mare protesa nella dimensione del nulla. La sola che attende l’uomo alla soglia dei giorni, quando finito è il suo convulso percorso.
L’Oceano Artico, sotto un cielo che rapidamente s’era fatto cupo, si esibiva nella sua solitaria immensità. Un vento sferzante e gelido, in breve, mi costrinse a lasciare quella visione solenne e maestosa per trovare rifugio nella spartana struttura poco discosta, non prima di essermi fatta immortalare sotto il grande globo di acciaio, una scultura rappresentante il mappamondo, posta là dove il mondo sembra finire.
Nel conforto dell’area bar-ristorante – interna alla costruzione – rianimata dal calore di un the profumato, ho di colpo compreso che il senso di tutto quel viaggio era il viaggio fine a se stesso, senza mete né soste. Un andare che spinge l’individuo verso i meandri dell’interiorità, perché possa interrogarsi sui tanti vuoti e poche pienezze della propria esistenza.
Un andare che, via via che procede, rarefà il paesaggio, lo spoglia d’ogni elemento pittoresco e superfluo, persino della vegetazione che diviene, alle grandi latitudini, sempre più rara, fintanto a ridursi a soli muschi e licheni e a qualche basso cespo di rare betulle. Mentre, imperiture, infieriscono le sole zanzare felici e prolifiche nei tanti acquitrini che il disgelo produce.                     

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