Questo sito utilizza i cookies per migliorare l'esperienza utente. Continuando la navigazione accetti l'utilizzo.

 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

PER LE VIE DELLA CITTÀ

ABATEGiuseppe Abate, Per le vie della città. Storie, aneddoti e personaggi trapanesi dalle origini al Novecento, Margana Edizioni, Trapani, 2018, € 15,00.

 

         

    di EIDE SPEDICATO IENGO

Chi volesse conoscere la storia (e non solo) di Trapani anche senza muoversi da casa può affidarsi alla lettura di questo ricco e documentato volume che ne ripercorre le plurime stratificazioni politiche, etniche, sociali, economiche e culturali. L’autore è Giuseppe Abate (Beppe per gli amici), Professore ordinario di Medicina Interna e Geriatria, già direttore della Clinica Geriatrica dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, che in questo caso, dismesso il professionale camice bianco, descrive il fitto paesaggio di storie, eventi, volti, mappe valoriali e simboliche della città che gli ha dato i natali, senza celare la sua appartenenza ad un ceppo di pensieri, valori, emozioni che -vorrebbe- fossero parte anche della storia dei suoi figli, ai quali appunto dedica il volume «perché ricordino, seppur lontani, che questa città è anche loro».
Della sua città Beppe Abate recupera pazientemente la cifra dell’identità collettiva e, prendendo per mano il lettore, guida con cura attraverso le sue fortificazioni, le sue strade, i suoi palazzi, le sue chiese, le sue piazze, i suoi slarghi, i suoi vicoli, la sua gente: insomma attraverso la sua Storia e le sue storie. Accenna ai primi insediamenti antropici della zona e, informando sulle popolazioni e sulle dominazioni che l’hanno attraversata nel tempo (gli Elimi, i Fenici, i Cartaginesi, i Romani, gli Arabi, i Normanni, gli Aragonesi, gli Spagnoli, i Borboni), ricuce il percorso di innesti, cessioni, mescolamenti, ibridazioni che hanno reso Trapani una città-scrigno piena di voci, di lingue, di simboli, di culture lontane e diverse. Ragguaglia sul porto che ha giocato un ruolo-chiave per la floridezza urbana e la ricchezza di molte famiglie trapanesi. Si sofferma sulla vita civile, sulle attività produttive, sugli spazi culturali; varca la porta d’ingresso dell’aristocrazia locale; getta un’occhiata dentro le stanze della intellettualità cittadina e degli homines clari che, in vari campi e con il loro impegno, nobilitarono nel tempo la città.
Ma non solo. Alla Trapani delle classi egemoni Beppe Abate allaccia anche quella della quotidianità, in cui si esprime la concretezza dell’uomo nel suo concreto agire, godere, soffrire, pensare, riuscire, fallire. Così queste pagine -che corrono sul confine fra storia e antropologia e consentono sapidamente all’Autore di alternare alla scrittura attenta, concentrata sul dato storico e documentale, quella che fa capo al linguaggio nativo- rivitalizzano labirinti di senso e sfumature di realtà sociali oggi scomparse. Come quando descrivono il cerimoniale che accompagnava i grandi eventi della vita (la nascita, il matrimonio, la morte). O quando si soffermano sulle espressioni devozionali e sul culto dei santi. O quando indugiano sulle silhouette dei personaggi eccentrici e bizzarri che ogni città di provincia esprime (o, meglio, esprimeva): per esempio sui due barboni che sbarcavano il lunario recitando per i passanti i versi di Dante o di poesie scherzose; o su Nicola Barraco, detto U runcu, che vendeva i biglietti della “fortuna”; oppure su U Zu Tuzzu l’acquaiolo, il cui chiosco di bibite rinfrescanti raccoglieva capannelli di commentatori sportivi e di oziosi che gareggiavano fra loro nella diffusione di pettegolezzi freschi e piccanti; oppure sull’acquarellista Carmelo Morreale, che, dopo aver collezionato riconoscimenti e successi a Milano dove aveva aperto una galleria d’arte, scivolò nella follia e, rientrato a Trapani, andava in giro nudo, coperto da un pastrano che apriva improvvisamente in pubblico. O quando ammiccano al mondo chiassoso dei quartieri popolari, come quello denominato Casalicchio. Questo, devastato durante il secondo conflitto mondiale dai bombardamenti a tappeto degli alleati e risanato solo in parte, offre a Beppe Abate l’occasione per soffermarsi sul mondo timbrico, policromo, screziato della vita comunitaria. Sui cortili fitti di voci, chiacchiericci, litigi, confidenze e avvolti invariabilmente negli «odori forti del cucinato, della frittura di pesce e dei broccoli stufati»; sulle botteghe risuonanti degli arnesi degli artigiani; sugli spacci odorosi di cibi caldi, «le putiedde, antesignane delle rosticcerie in cui si vendevano pesce sott’olio, sgombri lardiati, tonnina lessa, polpi bolliti, melanzane fritte, panelle e crocchette di patate»; sulle taverne frequentate dai masculi del quartiere che tra sorsi di vinaccio di infima qualità giocavano a scopone, tressette, zecchinetta; sui giochi e sulle voci dei ragazzini che rendevano le strade chiassose al pari delle altisonanti reclamizzazioni dei prodotti degli ambulanti e degli agguerriti miagolii di famiglie di gatti in lotta «fra loro o contro pantegane di smisurate proporzioni». Oggi tutto è silenzio, annota l’Autore, e chi abita ancora lì, in edifici malamente ricostruiti, sembra viverla in punta di piedi.
Già questi cenni segnalano che questo libro -lungi dal raccontare una natura morta- racconta, all’opposto, un sistema organizzato di segni parlanti e di oggetti-simbolo che mettono al centro della scena il ruolo e l’importanza del linguaggio costruttivo del tempo, ossia quell’aspetto della temporalità che -in antitesi al tempo-freccia che corre senza sosta in avanti e abitua a rapporti tra persone assenti e alla fluttuazione disinvolta nel dovunque e in nessun luogo- aggiunge e ordina, allaccia l’antecedente al successivo, riconnette all’indietro nell’area identificativa di ciò che gli altri sono stati (affinché ciascuno di noi possa essere). Dunque, a queste pagine -che recuperano alla memoria quei luoghi dell’io senza i quali non c’è storia, né coscienza, né emozione- si deve riguardo vuoi per ciò che dicono, vuoi anche per ciò che si limitano soltanto a suggerire.
Ovviamente molto altro ancora offre questa storia “e non solo” di Trapani, ma come prammatica vuole una recensione non può, non deve rubare troppo tempo ai suoi eventuali lettori. Pertanto il mio dire si ferma qui, non senza augurare a questo libro -che prende le distanze dalle filosofie predatorie che deculturalizzano e proiettano il passato in spazi periferici e insonori - di essere sfogliato da molte mani: in particolare da quelle di coloro che sono deputati ad amministrare le città, affinché si impegnino a non disperdere il significato emotivo, riconoscibile, aggregante, identitario dei luoghi che sono loro affidati trasformandoli in spazi inespressivi e standardizzati.

Per inserire un commento devi effettuare il l'accesso. Clicca sulla voce di menu LOGIN per inserire le tue credenziali oppure per Registrati al sito e creare un account.

© A PASSO D'UOMO - All Rights Reserved.