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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA TROPPA BELLEZZA

Uno scorcio di mare nella Riserva Naturale dello Zingaro 1Il giro della Sicilia occidentale in undici giorni. Bellezza del territorio, bontà dei cibi, ospitalità, gentilezza, accoglienza. Con qualche nota stonata. Prima puntata: da Palermo a Erice.

                                         

di ROBERTO LEOMBRONI

 

Settembre può essere il mese adatto per una gradevole vacanza nella Sicilia occidentale. Luoghi nei quali è sconsigliabile andare in luglio o agosto. Aiuta molto, nel mio caso, l’esistenza di voli aerei diretti Pescara-Palermo. Provo a trovare una “cifra”, un termine, che possa sintetizzare le impressioni che la medesima lascia al viaggiatore. Mi pare che il più pertinente sia l’aggettivo “troppo”. In effetti, in questa parte dell’isola (ma penso che il discorso possa valere per l’intera Sicilia), c’è “troppo” di tutto. Nel bene e nel male. Soprattutto nel bene.
C’è, innanzitutto, un “troppo” di bellezza. Una sorta di dilatazione della “sindrome di Stendhal”. “Troppe” sono le cose belle da vedere. Nella natura: i meravigliosi paesaggi marini delle Egadi (culminanti nell’imponenza di Marettimo) e della costa tra Scopello e San Vito lo Capo. Nell’arte: la Sicilia intera ha conosciuto nei secoli ogni forma d’immigrazione e dominazione straniera. Greci. Fenici. Romani. Bizantini. Arabi. Normanni. Svevi. Angioini. Aragonesi. Spagnoli… fino alle nostrane dinastie dei Borbone e dei Savoia. Tutte (o quasi) hanno lasciato tracce straordinarie nell’arte e nella cultura dei luoghi. Dalla maestosità dei templi di Agrigento, Selinunte, Segesta, ai meravigliosi capolavori dell’arte arabo-normanna al barocco e al liberty della capitale Palermo.
C’è un “troppo” di bontà. Nei cibi. Nei vini. Nei dolci. Anche qui la contaminazione “bastarda” ha prodotto una gastronomia che vanta pochi uguali, nella penisola e oltre. La felice fusione di essenze, sapori, aromi, che rendono insuperabile il gusto dei primi piatti (non solo quelli a base di pesce), degli innumerevoli contorni (per tutti la gustosissima caponata), della raffinatissima pasticceria.
Non ultimo un “troppo” di ospitalità, gentilezza, accoglienza. Le puoi sperimentare, anche esteriormente, con rarissime eccezioni, nell’estrema disponibilità, e soprattutto nella solarità sorridente di chi ti accoglie nelle strutture ricettive o ti serve nei ristoranti. Molto spesso si tratta di ragazze e ragazzi, che rivelano un insospettabile (fino a non molti anni fa) spirito d’iniziativa e una discreta professionalità. L’atmosfera accogliente, poi, la respiri soprattutto guardandoti attorno. Una folla “multicolore” che invade soprattutto le vie di Palermo. E in ogni angolo, accanto agli immancabili ritratti di Falcone e Borsellino, al ricordo di don Pino Puglisi e di Peppino Impastato, proliferano scritte che testimoniano l’inequivocabile rifiuto di ogni forma di razzismo.
C’è, però, anche un “troppo” di segno opposto, che stona clamorosamente con quanto sopra descritto. I cumuli d’immondizia che ancora, purtroppo, permangono soprattutto in strade e vicoli di Palermo, nei quartieri di Mondello e (inspiegabilmente) persino in strade lontane dai grandi centri, addirittura deserte. È una sensazione struggente (provata anche a Napoli) quella di attraversare un vicolo pieno di rifiuti e trovarsi improvvisamente di fronte il meraviglioso portale barocco di una chiesa o di un palazzo. C’è qualche lodevole eccezione: alcuni borghi (Scopello, Erice…), le isole Egadi, il centro di Agrigento… L’altra appariscente ferita nel fianco di una parte dei luoghi è l’immonda speculazione edilizia. Il cancro che ha distrutto alcuni degli angoli più belli dell’isola. A cominciare da Porto Empedocle, la “Vigata” di Montalbano, tanto cara ad Andrea Camilleri. Letteralmente distrutta da centinaia di orrende costruzioni (abusive?). Né ci consola pensare che la cementificazione selvaggia non sia un fenomeno esclusivo della Sicilia e dell’Italia. Purtroppo essa non ha risparmiato, ad esempio, il Portogallo e l’ “europeissima” Costa Azzurra.In sintesi, il consiglio che si può dare al viaggiatore che si avventura in quest’angolo di Mediterraneo è di saper chiudere gli occhi al momento opportuno. Certo che, quando li riaprirà, si troverà al cospetto del paradiso, o di qualcosa che gli assomiglia. Si spera che il processo di “rinascita culturale” dell’isola (non dimentichiamo che Palermo è stata “capitale italiana della cultura” nel 2018), di cui già si vedono importanti risultati, vada avanti e che, con il concorso di amministratori e cittadini, certe brutte abitudini possano rapidamente cadere nel dimenticatoio.

Vista dalla spiaggia di Mondello 1Atterrando all’Aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo. E già si profila l’interessante paesaggio di Punta Raisi, stretto tra il mare e la mole imponente di Monte Pellegrino, che ospita il Santuario di Santa Rosalia, la “santuzza” patrona di Palermo. Si noleggia un’auto per i primi quattro giorni (negli altri sette, come si vedrà, non se ne avrà bisogno). Si sceglie, come prima meta di pernottamento, Mondello, quella che, nelle guide, è definita “l’elegante spiaggia dei palermitani”. In realtà, l’approccio risulta alquanto deludente. A una certa distanza dalla spiaggia, i quartieri sono, in genere, sporchi e degradati. Il lungomare e il borgo adiacente si presentano con un volto più accattivante. Il termine “elegante” pare tuttavia eccessivo per definire un’ininterrotta sequenza di ombrelloni che ostacola, in buona parte, la vista del mare. Ciò non impedisce, tuttavia di apprezzare il panorama complessivo della costa.
Dopo la delusione del primo approccio, la seconda giornata è quella del riscatto. Ci si dirige verso ovest, evitando l’autostrada. Ci si ferma, al primo belvedere, per una breve sosta. Il panorama sul mare, che spazia verso l’Isola delle Femmine, è accattivante. Peccato che però, a pochi metri, il tratto di spiaggia sia cosparso d’immondizie. Si prosegue, snobbando Castellammare del Golfo, dove, in particolare nei fine settimana, c’è troppa confusione di turisti da spiaggia (a settembre in Sicilia fa ancora molto caldo). Ci si può limitare a osservare, dall’alto della collina verde che sovrasta il paese, il castello normanno che dà nome al medesimo. Verso Scopello, finalmente, il paesaggio comincia ad assumere un volto veramente gradevole. La strada sale, fra tornanti, in un ambiente boscoso, con viste mozzafiato sul mare e arriva al piccolo, grazioso (e soprattutto pulito!) borgo raccolto attorno al “baglio”, fattoria fortificata con ampio cortile, tipica della Sicilia feudale. Da Scopello si raggiunge la famosa Riserva Naturale Orientata dello Zingaro. Si arriva con l’auto all’ingresso della Riserva, all’interno della quale si percorrono a piedi quattordici chilometri (sette all’andata e altrettanti al ritorno), interrompendo il sentiero per qualche bagno nelle magnifiche calette e per brevi soste alla Grotta dell’Uzzo e ad alcuni musei (della Civiltà Contadina, delle Attività Marinare…). LaRiserva affascina anche per la sua storia. Essa, infatti, nasce nel 1982, al termine di una tenace e vittoriosa lotta combattuta da coraggiosi ambientalisti per difendere uno dei pochi tratti di costa ancora incontaminati, minacciati dal progetto di costruzione di una strada litoranea tra Scopello e San Vito lo Capo. I percorsi sono di una bellezza straordinaria. Si sceglie quello costiero, meno impegnativo ma più comodo per usufruire delle cale. Si cammina circondati da una flora mediterranea straordinaria, nella quale spiccano palme nane, mandorli, carrubi…, e dagli inconfondibili profumi del timo, del cappero, del finocchio selvatico… Lo sguardo non si allontana mai dal mare a picco, alleviando la fatica del percorso.
Il programma del terzo giorno inizia, a San Vito lo Capo, con una seconda, dopo Mondello. Il paesaggio, alle soglie della cittadina, non è male, grazie alla Il Tempio di Selinuntepresenza di promontori, ma il centro non presenta particolare interesse. Ci sono solo la spiaggia (ovviamente gremita di turisti) e una chiesa del XIII secolo, con un interno piuttosto scialbo. Si riprende il viaggio, con direzione Segesta. La strada è alquanto dissestata, ma si è ripagati dalla notevole bellezza del sito archeologico. Le origini della città, avversaria di Selinunte, sono databili a prima del IX secolo a.C. e, secondo la tradizione, risalgono agli Elimi, di stirpe troiana. Le influenze della cultura greca sono inconfondibili. Si arriva all’area archeologica con un bus-navetta, dopo aver lasciato l’auto in un parcheggio. Vale la pena percorrere a piedi i due sentieri che portano, rispettivamente, al maestoso e ben conservato tempio dorico del V secolo a.C., e al teatro della metà del III secolo a.C., da cui lo sguardo spazia verso le colline e il mare. Dall’antica Grecia al tardo Medioevo la distanza è breve. Non molti chilometri separano Segesta dallo splendido borgo quattrocentesco di Erice, dove sono previsti la terza tappa della giornata e il pernottamento. Particolarmente suggestiva appare, alla sera, l’arteria principale del centro storico, sapientemente illuminata. L’effetto è di una grande bellezza, di cui gli abitanti sembrano particolarmente consapevoli. A Erice, infatti, non solo le case e i monumenti (in realtà ogni casa è un monumento), ma soprattutto i muri, attraverso i murales e le riproduzioni di versi e frasi celebri, parlano di bellezza. L’impressione, che sarà poi largamente confermata nelle vie di Palermo, è che la Sicilia contemporanea abbia finalmente acquisito la consapevolezza dello strettissimo legame esistente tra bellezza e legalità e di come l’illegalità mafiosa abbia, per decenni, privato i siciliani della loro più grande risorsa. Non è un caso che il ricordo di Falcone e Borsellino s’intrecci costantemente, nelle strade, nelle piazze, nei vicoli, con l’esaltazione della bellezza.

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