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 NewsLetter 

Blog collettivo fondato e coordinato da Nando Cianci - Anno V

UN VIAGGIO CHIAMATO VITA

LAZZARETTO ANCONAUn itinerario nella memoria che – preferendo la morbidezza della linea curva all’efficienza “cieca” di quella retta – esplora i dintorni del dicibile. Un andare che non stanca, non delude e lascia viva la quotidiana attesa della sorpresa.

           di RITA BARTOLUCCI

RITABARTNon è questione squisitamente letteraria considerare il viaggio quale metafora della vita; il paragone nasce infatti spontaneo e naturale, poiché gli elementi messi a confronto rimandano entrambi alla comune idea di un percorso da affrontare e svolgere. Nel caso della vita il tragitto s’avvia a sorpresa: non richiesto, senza che se ne possa scegliere la durata, l’arrivo e la partenza. Ci si ritrova dentro per volontà altrui o puro caso, dopodiché ciascuno l’affronta come può, secondo una soggettività spesso in contesa tra il volere e dover essere.
Per tutti l’inizio accade con un grido e un pianto e, forse, così succede anche alla fine; magari solo in più flebile sonorità. Nell’intermezzo ognuno s’ingegna e si arrabatta a creare la propria storia, su cui spesso ama ritornare – in toto o in parte – con la parola, col pensiero, col ricordo; spinto da una molteplicità di intenti, compreso l’inconscio desiderio di prolungarne il corso, facendola rivivere in una nuova, altra dimensione.
Per solito, il gioco produce il vantaggioso effetto di regalare viaggi nel viaggio; alla stregua di quanto avviene nei luoghi di commercio dove, per incrementare le vendite, vige la formula del paghi uno e prendi tanto.
Questo particolare tipo d’iter ha infatti il pregio di restituire linfa a un passato dal tempo già sepolto. Diviene assolutamente indispensabile a ricreare luoghi, persone, ambienti, atmosfere per farli vibrare di altra vita; purificati da tutti gli elementi ritenuti di disturbo che la mente ad arte seleziona, dimentica, accantona, perché possano restare eternizzati soltanto gli attimi di forte sentimento, pura felicità e bellezza o gran dolore.
Si tratta di meccanismi consci e inconsci, volti principalmente a cancellare il grande iato tra desiderio ed essere, che non travisano la conoscenza del reale, ma l’arricchiscono di componenti soggettive, per restituirla a modi e forme di un sapere più articolato ed eclettico.
Ad essi faccio appello per ripercorrere a ritroso qualche breve tratto di un viaggio, affatto esotico, comune a tutti, eppure molto personale e, fortuna vuole, ancora in via di svolgimento. In gran sincerità non mi ha mai deluso né stancato, tanto che di ogni giorno attendo la sorpresa, nonostante il ripetersi delle situazioni; anzi, proprio il loro reiterarsi mi ha condotto a percepire il tempo come entità infinitamente dilatata, fino a sentirlo, talvolta, dissolversi nella vaghezza dell’eternità.
Il quotidiano ha infatti il pregio di prospettarsi nelle vesti di una divinità bifronte: per un verso genera sconforto, a causa del monotono ripetersi delle situazioni, e fa sì che l’individuo sia costantemente teso a uno spasmodico desiderio di novità che lo porta a bruciare inutilmente il tempo, senza che possa viverlo nella sua pienezza; per altro verso dispensa, invece, quella serenità che poggia sul lento e regolare fluire degli eventi, cui si dà nome di normalità.

L’andare, dentro o fuori di sé, comunque genera ed alimenta la conoscenza; schiude la porta sul vasto mondo esterno e, talvolta, getta persino uno spiraglio sulla complessa e nebulosa realtà interiore che contrassegna l’individuo e fa di ognuno un essere unico e irripetibile, che si rapporta, secondo un proprio stile, a quanto lo circonda.

KANDISKIQuindi….che l’avventura abbia inizio!
Sperando si accompagni a qualche gran di sale, che dia sapore senza rasentare l’amaro dell’eccesso. Questo è l’invito che mi rivolgo e a ciascuno faccio, allorché si accinga a intraprendere un viaggio di tal fatta.          

E poiché ogni inizio sempre ab ovo sta, anche il mio prende piede da lontano. Da esso muoverò, con molte deviazioni, tra tante linee curve e poche rette, perché il girovagare mi vien più congeniale di qualunque altro moto, seppure più rapido ed efficiente. Un tale tipo di percorso mi pare, inoltre, tanto più idoneo non avendo in mente alcuna particolare meta, né fretta di raggiungerla.
Del resto, la linea curva ha sempre goduto del mio plauso e consenso, poiché la morbidezza di cui è dotata toglie spigolosità a cose e pensieri, oppure li avviluppa per mostrarne la complessità. In arte, poi, l’ho tanto più apprezzata perché apre le figure al movimento, sottraendole alla loro stessa ponderosità.
Tanti sono gli artisti che ne hanno fatto un simbolo di armonia, grazia, sensualità; come anche di tensione e conflitto.
Fernando Botero e Francis Bacon ne sono antitetici esempi. Il primo – artista colombiano – ha visto nella rotondità la forma ideale per eccellenza, quella che al meglio gli ha permesso di esprimere la genuina natura dei soggetti; resi liberi e gioiosi perché sottratti a pose artificiose e ricondotti a una primigenia naturalezza. Il secondo, invece, ha riverso in linee sconvolte la tragicità del suo mondo interiore.

Ed eccomi già caduta nelle maglie di una ghiotta diversione!

Tornando, quindi, al mio sentiero guida, posso affermare con certezza che il camminare è stata l’arte della vita che ho imparato e amato presto, grazie alla paterna amorevole pazienza. Poche altre, ad essa, se ne sono aggiunte. Mangiare era una vera tribolazione e, quando mi veniva proposto, erano scene turche.
Chissà perché turche e non di altrove? Forse ché i Turchi sono abili teatranti, buone forchette o forse amanti di massacri. La lingua, come la vita, è proprio strana. Dice tanto e niente. Per questo ognuno, come può, ci sta bene dentro. Non è così per la matematica, che scienza certa è, mica un’opinione!
I numeri sono come schioppettate che dritti alla meta vanno, non si combinano a casaccio. Devono per forza giungere a un risultato che, a volte, è zero, ma in piet composizionimatematica lo zero, pure, è tanto.
Mi risovvengono, a tal proposito, intere pagine di quaderni a quadrettini, fitte di calcoli che approdavano alla nullità, al vuoto, all’assenza, allo zero appunto.
Era davvero sconfortante dover fare tutto un macchinoso lavorio per giungere a un risultato sì meschino.
Nelle parole, invece, c’è tanta tolleranza. Sono democratiche e generose, ammettono infinite soluzioni; sono linee curve: onde che si attardano tra l’alto e il basso in giochi spumeggianti per giungere alla riva, ricche di messaggi che a ognuno parlano a modo proprio, sì da essere ascoltate e intese. Certo, si può obiettare che esse manchino di un valore universale, che diano luogo a fraintendimenti, a plurime e opposte interpretazioni su cui nulla di solido si può costruire. Insomma chiacchiere in libertà. Eppure, a ben pensare, esse sono il modo e il mezzo migliori per stare a fianco della vita che, di sicuro, non è una retta protesa all’infinito, se mai una curva, un’ansa che si adatta alle scabrosità per evitarle o superarle con circonvoluzioni che implicano la sosta, il ripensamento, il ritorno e la deviazione.
La retta, in fondo, è cieca. Buona per il laboratorio, meno per muoversi tra le incongruenze del reale.
Come è evidente, la distrazione su me ha facile presa; meglio ch’io torni subito a narrare le gioie del cammino.

I primi passi li ho mossi con mio padre, una figura dolce e un po’ infantile, compagno di scoperte in un’Ancona fresca di guerra, da me fortunatamente non sperimentata, ma intuita dalle facciate dei palazzi della zona antica, sforacchiate come tome di groviera aperte. Con lui vedevo quel mondo brutto e bello aprirsi ai miei occhi di bambina.
RIFUGIO ANCONAMi affascinava ed impauriva la storia della galleria-rifugio, colpita da granate e divenuta luogo di morte anziché di salvezza per i tanti – più di 700 – che vi avevano cercato riparo, tra cui le piccole orfanelle di un collegio, delle quali (per sentito dire) una soltanto s’era salvata, perché lasciata fuori, in castigo, per chissà quale commessa cattiveria.
Guardavo con mestizia lo squarcio nella fortezza, allora chiusa nell’ingresso al pubblico e ricoperta da una provvida natura d’erba e fiori; senza peraltro addolorarmi troppo per i tanti corpi esanimi al suo interno, mentre facevo mie la solitudine e l’ingiustizia, miste allo stupore, di quell’unica bambina lasciata fuori in punizione, a confrontarsi con la vita e con la morte.
Il porto era però il mio luogo preferito. Son certa che proprio lì sia nata quella gran voglia che ho d’andare, che non mi ha mai lasciato e mi sostiene ancora.
Partire, più che arrivare, mi è sempre parsa cosa bella e, farlo dalla tolda di una nave, è davvero emozionante. I profili delle coste a poco a poco sfumano e il mare tutto assorbe nella sua presenza, compagna solo a lucenti stelle, in un cielo fattosi improvvisamente grande.
Lasciarsi dietro tutto il non risolto, aprirsi alla speranza, al nuovo, diviene fonte di un indicibile conforto ma, a ben pensare, credo arrechi più gioia il desiderio, che il farne l’esperienza. Ogni arrivo esige infatti un adattamento, una normalizzazione di quanto vagheggiato, e ripropone l’individuo nelle manchevolezze da cui era fuggito, con l’aggiunta della nostalgia, che lo porta a mitizzare la precedente condizione. Insomma, non ha scampo! Stretto com’è nelle morse di quel circolo vizioso, che perennemente ruota tra anelito e realtà.
A meno che, il soggetto non abbia la virtù del non troppo domandarsi e domandare e si lasci, così, felicemente scorrere la vita addosso, senza infestarla di inutili richieste. Oppure sia dotato di quella filosofica saggezza, che invita a bandire il desiderio per lenire la sofferenza. Quest’ultima ipotesi, tuttavia, mi pare una ricetta poco praticabile e forse un tantino masochista; buona per lo stilita nel deserto, per qualche santo o per chi ha scelto di vivere dentro una botte. Meglio il modello precedente che, nella sua semplicità, ha almeno l’avvedutezza di non intaccare i pochi piaceri dell’esistere. E, meglio ancora, è lasciar cadere questa teoresi da strapazzo.

Come ben si vede, la linea curva reca già i suoi frutti. Riemergo dalla deviazione ed eccomi pronta a riprendere il filo, o il groviglio del discorso.

Se il mare, legato all’immagine del porto, era connesso a una certa idea di viaggio; ne avevo un altro, dove invece perdermi e restare.
Mi attendeva proprio quasi dietro casa, sotto l’alta rupe calcarea bianca.
SEGGIOLA DEL PAPANon era quello, e non lo è a tutt’oggi, un mare per turisti; per trovarlo in tal fatta occorre andare fuori città, dove s’incontrano spiagge di sabbia e ghiaie, che sono tutt’altra cosa.
Umile e grandioso, questo da me infinitamente amato, è un luogo di ristoro per la locale gente che si contenta di pietre e scogli. Pare strano che una città tanto tuffata in acqua, non abbia i connotati classici della riviera. Ma, il mare qui è segreto: un dono tenuto in serbo per chi vi abita, lo apprezza e preferisce a lidi più sontuosi.
Mi muovevo agile sulla scogliera aguzza, evitandone le alghe scivolose per andare a immergermi nella frescura azzurra, da dove vedevo stagliarsi in alto, simile a un castello, il candido profilo del monumento dedicato ai caduti, emblema stesso della città.
E lì, tra acqua e cielo, mi sentivo parte di un universo splendido, anzi proprio in osmosi con esso, allorché, stesa ad asciugarmi sulla pietra salsa e rovente di sole, lasciavo che essa mi assorbisse.

Quanto tempo si è aggiunto, poi, a questo primo – fugace, eterno ed indelebile – e quante costruzioni di me ho provato a innalzare, nel tentativo di trovare un’armonia unitaria, dove poter far fiorire una me stessa nuova, in continuità con la figura precedente. Edificare, però, non è arte facile e crolli e cedimenti vanno messi in conto; inoltre è un esercizio collettivo che al singolo richiede poca parte, o forse troppa, perché deve saper relazionarsi e la questione, qui, si fa complessa e complicata. Se già è difficile aver a che fare con se stessi, figuriamoci con altri. Eppure il bisogno di rapporti è forte e sollecita a uscire da un guscio che, con l’avanzare del tempo, risulta più soffocante che protettivo.
Anch’io, così, ho lasciato il mio per imbarcarmi in ruoli scelti e capitati. Non so quanto me la sia cavata, è stato un viaggio impegnativo, spesso felice, raramente deludente, al punto che vorrei non finisse mai. Ci sono vite dolorose, drammatiche, difficili a vario titolo; la mia, per fortuna ed accidente, non lo è stata.
Quasi mi verrebbe, per questo, da ringraziare Qualcuno. Ma poi mi chiedo: come mai il Qualcuno che in sé aduna le qualità più alte e nobili – tutte contrassegnate dal prefisso onni – non favorisce tutti in egual misura e lascia in sofferenza tanti?
E s’apre qui un capitolo di dilaganti e inconcludenti riflessioni, su cui periodicamente torno e, per timore di blasfemia, lascio cadere. L’educazione religiosa, ricevuta in ampia dose dalla nascita, non mi consente un passo decisivo.
So che non riuscirò mai a dire: sono atea. Più che Dio, offenderei mia madre e sento che i suoi occhi ancora mi guardano. Vola il pensiero ai toccanti versi, forieri d’immagini sublimi, scolpiti da Giuseppe Ungaretti nella poesia La madre, in cui alberga la nostalgia che ho per la figura a me sì cara, unitamente all’illusione che lei possa da ultimo cingermi ancora tra le braccia.
Come potrei tradire quell’affetto!
E poi, una religione forte io l’ho avuta: quella della famiglia. Basta soltanto che io sostituisca i personaggi virtuali con quelli a me ben noti in carne e ossa. Inoltre, la religione cui faccio richiamo, forse che non si regge su quel bellissimo triangolo che tiene uniti insieme padre-madre-figlio? Di più c’è solo uno Spirito Santo, che non saprei ben collocare, ma, avendo vesti di colomba, è un elemento mobile che può volare ovunque.
Intanto vado guardandomi allo specchio e non mi trovo. Non solo per l’avSAN CIRIACOanzare dell’età – che sicuramente stravolge ogni precedente fisionomia, tanto che vien spontaneo non riconoscersi –, quanto piuttosto per non averne posseduta alcuna, almeno agli occhi miei. E questa è cosa antica.
Quello di non avere una faccia è stato il tormento di una vita. Da piccola, da giovinetta poi, e anche in età matura il mio cruccio sono stati i lineamenti e il nome che mi è stato posto che, a mio giudizio, non erano in sé brutti né belli; semplicemente, nel caso mio, non andavano a parare a niente, non davano forma e, men che meno, quella richiesta dai canoni estetici del momento. Al punto che mi percepivo invisibile, una monade sparsa in un universo, che non era il mio.
Il nome soprattutto mi era di fastidio. Un nome preso in prestito, pur se a una Santa di valore!
Ma io, dove ero io?
Eppure tante Giovanne, Antonie, Marie vivevano tranquille dentro i loro nomi. Probabilmente le qualità della Santa erano fuori discussione.
Col tempo, poi, mi ci sono adattata e ho imparato a rispondere ai suoi suoni, come il cane al fischio del padrone. Mi scopro, invece adesso, in tanto somigliante a chi mi ha generato. Quando talvolta, rapida, passo vicino a una superficie rilucente, vedo comporsi in essa i volti noti e avverto che la storia è giunta al capolinea.

Il viaggio più impegnativo è in prossima scadenza. Mi racconsola il fatto che tutti l’hanno superato, a prescindere dalle abilità di ognuno. Meglio di quanto avvenga in un esame di stato dove è necessario, invece, dar prova di bravura.
Ma qui interviene proprio la deformazione professionale! Che mi induce a considerare la scuola come viatico per tutt’altri lidi.

La linea curva sta prendendo proprio una brutta piega. Ѐ il caso di sollevarla un po’, di darle un tono arioso. L’estate è prossima, gli anni della formazione sono lontani, eppure lucenti qual scrigno d’oro cui attingere la forza del coraggio; quelli della deformazione giacciono ormai sopiti e silenti. Il gelsomino di dolci effluvi inonda le stanze della casa, il mare, poco discosto, ancora mi promette qualche meta.

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