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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

VITE NASCOSTE

GIOVANI WEB3Quando la connessione è un modo per non sentirsi esclusi. Ma la solitudine e la frustrazione sono sempre in agguato, se non intervengono la cultura e la scuola.  

    

di MARIO TAGLIANI

 

 

MARIO TAGLIANISi parla di spaccatura fra chi è nato negli anni ottanta e chi dopo, ma una profonda spaccatura sta anche tra chi vive liberamente la propria vita e chi, per ragioni diverse, vive spesso la propria all’interno delle mura di un carcere minorile.
     Le mura tendono a nascondere quelle giovani vite sulle quali la civiltà non ha saputo intervenire in modo più propositivo, ma nonostante tutto le loro voci possono oltrepassare queste mura. Afferma il prof. Ferrario, che insegna filosofia agli ergastolani, che una città esiste fin dove arrivano le voci e, pur essendo ai confini, le voci di questi ragazzi fanno sempre parte della città.
    
La ricerca pubblicata sul Corsera prende in esame vari temi e propone una comparazione tra le posizioni dei giovani italiani e quelle dei coetanei di 14 paesi.
    
Ebbene, là dove si dice che essere giovani è difficile (ma lo è sempre stato), per alcuni è un lusso poiché, nell’era della tecnica, tutto scorre velocemente; si confonde lo sviluppo degli oggetti tecnologici che ci portiamo appresso per un progresso e un miglioramento delle condizioni di vita che hanno bisogno di ben altro di un telefonino che sappia fare foto ed è perennemente connesso con il mondo.
    
Edgar Morin ci dimostra che è meglio una testa ben fatta di una testa piena, ma molti dei miei giovani allievi pensano che avere l’ultimo modello di smartphone in tasca possa sopperire all’incapacità di saper leggere le informazioni.
    
Lo si nota dalla continua domanda di questi ragazzi che, nel chiuso di una cella o nel chiuso della mia aula scolastica, chiedono in continuazione quali sono le novità del mondo libero e quando fortunatamente li si porta, per un permesso premio, fuori dalle mura la prima cosa che chiedono non è andare in un giardino a respirare liberamente, in un bar a farsi una birra, o sedersi ad un tavolino tra la folla a bere un caffè ma: “Mi presti il tuo telefonino che vado su facebook!”
    
Non pensano di cambiare il mondo, ma di poterlo vivere con tutte le sue difficoltà; la crisi esiste per chi stava bene, non per chi bene non è mai stato.
    
L’iperconnessione è forse un modo per non sentirsi esclusi, per dimostrare di avere amicizie che nel reale non durerebbero lo spazio di una giornata. A loro dire la dipendenza non genera frustrazione, ma è un modo di essere partecipi di attimi di vita che si consumano nella tristezza di una solitudine.
    
E’ però di esempio quella persona che vantava migliaia di amicizie sui social e, trovandosi in panne sull’autostrada, lanciò la richiesta di aiuto per farsi venire a prendere. Ebbene non solo nessuno andò a prenderlo, ma ricevette anche 4 mi piace.
    
Sappiamo che l’eccesso di informazioni non permette una adeguata conoscenza dei fatti, non c’è tempo per metabolizzarli perché nel frattempo arrivano altre informazioni che si vanno a sovrapporre. Ma per chi non è uso a fermarsi a pensare, anche l’eccesso di notizie è un modo per sentirsi vivo, per partecipare attivamente (secondo il suo punto di vista) alla vita che scorre.
    
La frustrazione che ne deriva in seguito è un’ulteriore dimostrazione che c’è un estremo bisogno di cultura, di riempire vuoti che altrimenti spengono la speranza, che c’è bisogno di fare incontri e quale posto migliore per fare incontri se non la scuola, anche dentro le mura?

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