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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

I SENTIERI DI PATRIZIA

TAGLIANIMARIOL’incontro con una persona non vedente capace di cogliere la bellezza e di insegnare a ragazzi rassegnati che si può costruire un altro destino. Oltre l’opacità del sopravvivere.

 

                                      di MARIO TAGLIANI

Vivere all’interno di una organizzazione statale come un Istituto Penale per Minori, oltre a comportare problematiche particolari come le relazioni con soggetti disadattati che mal sopportano la presenza di un adulto che vorrebbe condividere il proprio tempo, ha anche il suo lato positivo. Tanti anni trascorsi coi ragazzi detenuti mi hanno messo in contatto con molteplici personaggi del mondo politico, sociale, culturale, associazionistico, artistico i quali a vario titolo transitano in Istituto e quasi sempre nell’aula scolastica dove i ragazzi trascorrono la mattinata.
Fra i tanti incontri oggi vorrei ricordarne uno a cui sono particolarmente legato.
Fu probabilmente dopo la pubblicazione del mio libro Il maestro dentro che arrivarono in Istituto molte richieste di contatti e di visite nelle scuole. Tra le tante, mi incuriosì la richiesta di una signora dell’Associazione dei ciechi, Patrizia, che voleva avere un colloquio sul tema della disabilità.
Abbiamo incominciato a parlarci del libro, di me, di lei e proprio attraverso questo scambio sono riuscito ad intravvedere alcuni elementi che ci accomunavano, rendevano vicine due esperienze apparentemente lontane e distanti: l'esercizio della mia professione di maestro, quotidianamente a contatto con il dis-agio e la sua esistenza provata dalla dis-abilità. Ci univa un DIS. L'agio ed il disagio; l'abilità e la disabilità.
E così pensai immediatamente al muro del Ferrante[1] che vorrebbe nascondere al mondo quella triste ma troppo vera realtà dei minori che lo abitano; una realtà scomoda e pesante perché ci interroga sulle nostre responsabilità sociali e civili. È un mondo sconosciuto ai più. Esattamente come quello della disabilità visiva che Patrizia mi ha fatto incontrare: un mondo sconosciuto e ignorato dalla maggior parte della società. Ora ci trovavamo vicini, impegnati entrambi ad abbattere quei muri, che privano la realtà della sua autentica essenza: la verità.
La lunga permanenza in Istituto (35 anni di carriera tutti trascorsi all’interno del carcere) non mi aveva mai dato modo di interagire con persone con disabilità visiva, né d’altra parte ho avuto occasione di conoscerne nella mia vita privata. Insomma, questa realtà era stata distante da me.
Però, se in un Istituto Penale per minori non vi sono ragazzi con disabilità fisiche, è pur vero che il disagio che pervade questi ragazzi ha raggiunto tali picchi da portarli in carcere; si parla di disturbi e di disabilità psichiche che non sono, evidentemente, meno importanti di quelle fisiche.
BASKETCARROZZELLARicordo in particolare una esperienza. Nel corso degli anni passati, esattamente nel 2006, partecipammo ad un incontro con ragazzi paraplegici, evidentemente in carrozzina, in occasione delle Para Olimpiadi Invernali che si svolsero a Torino. Tale incontro sfociò in una partita di basket tra loro disabili e i nostri ragazzi che, per l’occasione, si trovarono a giocare, dovendo però condurre una carrozzina. Impresa tutt’altro che facile perché provammo sulla nostra pelle quanta abilità “altra” viene richiesta al diversamente abile nelle attività che noi diamo per scontate. 
Ebbene quella fu una grande lezione per noi: messi tutti sullo stesso piano, la partita vide i ragazzi disabili prendere il largo ed il punteggio a loro favore fu letteralmente schiacciante.
Sempre più comprendevo il senso di essere diversamente abili. Loro, io, tutti noi.
L’incontro con Patrizia è stato per me inatteso ed intenso. Sin dall’inizio, il suo linguaggio carico di energia ed entusiasmo mi ha coinvolto, suscitando grande simpatia. Verrebbe scontato pensare che forse avrebbe motivo di cedere allo scoraggiamento o alla depressione, ma nulla ho sentito di più lontano da lei e dai suoi amici che condividono questa privazione, la cecità, che sentirsi spenti o impotenti di fronte alla vita. È stato un incontro davvero fecondo, mi piace definirlo così.

Sinceramente pensavo che la vita di una persona non vedente fosse una deprivata delle cose belle che una persona normale può avere a disposizione. Immaginavo che alla persona non vedente fossero riservate limitate possibilità di lavoro così come il destino di una vita totalmente dipendente dall’aiuto di altri.
Dal giorno del mio incontro con Patrizia, ne ho parlato con i ragazzi che frequentavano la mia aula, per raccontare che vi sono persone capaci di reagire e di riprendere in mano la propria vita; persone forti che di fronte alle avversità lottano per conquistare una vita dignitosa anche se diversa e che piangere sulla propria condizione, sicuramente difficile e disagiata, non ci offre strumenti per godere comunque della vita che ci è stata data.
I miei ragazzi, tutti tossicodipendenti, si sono ormai arresi, convinti che per loro non esista più alcuna possibilità di riscatto, perché la droga è un mostro che ti divora e ti acceca. Ebbene l’incontro con Patrizia mi ha permesso di confutare con prove che mai nulla è perduto, che ci si può rialzare ed essere protagonisti del proprio destino.
Incontrare persone molto provate dalla vita, costringe tutti, anche i ragazzi finiti in un carcere, a pensare alle proprie condizioni di partenza, a interrogarsi e soprattutto a sorprendersi di fronte a tanta forza e volontà che nascono proprio dalla debolezza.
In seguito Patrizia mi propone di condividere con altri amici non vedenti il nostro confronto sul libro e sulle tante tematiche legate alla disabilità che lei sa intercettare con grande sensibilità, decifrandole in profondità. Così accetto l'incontro in audio conferenza e sento per la prima volta parlare di “Sala telefonica”.
Qui colgo il secondo punto in comune tra me e lei, la tecnologia. Attraversano la mia memoria i tempi dei Commodore 64: era stata una vera rivoluzione, tecnologica e didattica.
In carcere la tecnologia veniva ad alleviare un’incapacità di usare la penna per scrivere ma soprattutto la sofferenza che ne derivava e qui la sala telefonica mi pareva assolvere la stessa funzione: alleggerire ciò che invece rappresenta oggettivamente un ostacolo spesso insormontabile: muoversi in autonomia e agevolmente.
Ancora una volta ci trovavamo sorprendentemente vicini. L'incontro mi coinvolge lasciandomi entusiasta per tanti motivi. Intervengono tanti amici, carichi di energia e di voglia di vivere, come Patrizia.
Poi, scosso da tanta emozione, ritorno in me e mi vedo, insieme a lei, a condividere e a diffondere quotidianamente lo stesso forte messaggio che quasi mi aveva spaventato per l'intensità.
La vicinanza con persone dotate di tale entusiasmo è molto coinvolgente ed il contagio che ne deriva è sicuramente di grande stimolo.
NONVEDENTI1La vista è uno dei sensi che ci consente di entrare in relazione con il mondo e con gli altri. Insieme agli altri contribuisce alla costruzione della realtà e ci consente di conoscere attraverso diversi canali. Ogni senso rappresenta una lente attraverso la quale passa il nostro sguardo, la nostra esperienza del mondo che viene poi elaborata a livello neurologico nel processo di conoscenza.
Mi pare eccessivo considerare fortunato chi non può disporre del canale visivo nell’esperire il mondo, perché sicuramente viene privato di un aspetto importante della realtà, con serie ripercussioni nella vita pratica e anche di carattere emotivo e relazionale. D’altro lato però mi accompagna da tempo una riflessione proprio sulla nostra capacità di vedere. Credo che la vista ci conduca spesso su sentieri ingannevoli e apparenti, forse per il suo peso preponderante rispetto agli altri sensi e anche per la dimensione esteriore del tempo in cui viviamo, che affida un’importanza eccessiva a ciò che appare e si vede. Come se ciò che è impossibile cogliere con la vista fosse privo di esistenza o di senso. Non si tratta quindi di osannare la cecità, quanto piuttosto di riconoscere quanto abbiamo da imparare da chi come Patrizia, per vivere, percorre sentieri più impegnativi, guidata da una luce interiore e più profonda. L’essenziale è davvero invisibile agli occhi e abita dentro di noi. Forse manca a tutti il sano esercizio di ascoltarsi e imparare a guardarsi dentro.
Ognuno di noi possiede vuoti interiori che vanno colmati attraverso un lavoro profondo e difficile, l’unico capace di renderci persone migliori e questo vale per tutti.
Siamo dotati di un corpo che è una macchina eccezionale e non sarà qualche ingranaggio non funzionante a deprimere una vita che va vissuta fino in fondo.
Ho conosciuto Patrizia solo telefonicamente e tutt’oggi stento a credere che sia non vedente.  I nostri colloqui mai hanno risentito di pesi dovuti alla disabilità visiva. Anzi, oggi posso dire di credere che certe avversità rappresentino stimoli eccellenti per sviluppare altre forme di sensibilità e intelligenza.
Nei nostri contatti, rileggendoli, ritornavano espressioni pregne di vitalità come forza, coraggio, impegno e condivisione; un biglietto da visita per presentare una persona che vive la propria esistenza in modo esemplare, senza cedere allo scoraggiamento dell'opaco sopravvivere.
Patrizia è riuscita, nonostante la distanza e senza un contatto diretto, ad aprirmi ad un mondo finora sfiorato ma sconosciuto, un mondo che come tanti cercavo di evitare perché, da ignorante, non sapevo come comportarmi.
Da allora l’incontro con un non vedente non è più come prima: innanzitutto vedo in lui una persona che, pur priva di un senso, può superare la sua condizione e allo stesso tempo so quanta sensibilità avrà sviluppato nel rapporto con gli altri.Forse Patrizia sarà un caso difficile da imitare, ma se dovessi incontrare un non vedente in conflitto con la sua condizione gli consiglierei un colloquio con Patrizia sicuro che da quell’incontro ne uscirà arricchito. 

[1] Ferrante Aporti è il nome dell’istituto Penale per Minorenni di Torino.

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