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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

LA TRAPPOLA DELLA PUNIZIONE

MARIO TAGLIANI«Che valenza educativa può avere un muro così alto?», si chiese, più di trent’anni fa Mario Tagliani, davanti al muro che separava il carcere minorile “Ferrante Aporti” dal resto del mondo. Cosa c’era dietro lo vide quando lo varcò, per fare da insegnante ai giovani reclusi. Visto da fuori, dietro il muro c’è il carcere. Ma il muro può essere visto anche dall’altra parte. E in quel caso dietro il muro c’è tutta la società. Abbiamo voluto, perciò, chiamare la nuova rubrica di questo blog Dietro il muro, anche pensando ai tanti muri -non solo materiali- che si vanno costruendo nel mondo d’oggi, in aggiunta a quelli già esistenti. Perché dobbiamo sapere che i muri servono anche per non farci vedere cosa c’è dietro. È bene, invece, andare a vedere. 

 

Maestro dentroLe scorciatoie autoritarie rappresentano spesso una fuga dal faticoso ruolo di educatore e, in casi estremi, possono aprire le porte del carcere minorile. La via maestra della relazione, a scuola e in famiglia.

 

di MARIO TAGLIANI

L’insegnante, come il genitore, conosce bene quanta fatica comporti, nella relazione educativa, il far riconoscere le regole ai nostri ragazzi e quanta dedizione e cura siano  necessarie affinché queste possano essere interiorizzate attraverso un lungo processo di costruzione di valori, che si compie quotidianamente tra l’adulto ed il giovane. Parliamo appunto di un processo, non di posizioni autoritarie dettate dal senso di impotenza e di fuga dal faticoso ruolo di educatore. Da tempo immemore, invece, il rimedio al naturale rifiuto per la regola ha trovato riconoscimento in provvedimenti rigidi e punitivi, con la speranza che, da un lato, la “punizione” potesse rappresentare un deterrente a comportamenti non condivisi e, dall’altro, alleggerisse il peso dell’impegno educativo, svuotando la relazione della sua dimensione diacronica, valoriale e di senso. 
Non si tratta di negare ogni forma di punizione, quanto piuttosto di riservare questi provvedimenti estremi a situazioni limite, senza che diventino prassi educativa.
Il comportamento frequentemente deviante del minore nasce sempre da un profondo disagio che ci si porta dentro giorno dopo giorno, quando il sogno comincia ad allontanarsi dalla vita reale. E’ radicato negli stili relazionali praticati, fino ad assumere il valore di normalità. E’ un codice di comportamento che si è costruito lentamente nell’infanzia fino a sedimentarsi come “il comportamento”. E se tanto tempo ha richiesto per arrivare a plasmare il bambino, sarebbe sciocco pensare che con l’ingresso nel mondo della scuola, seppure in tenera età, esso possa facilmente sciogliersi per fare spazio alla richiesta di rispettare le nuove regole proposte dal mondo sociale in cui il bambino si trova ora  inserito: la scuola. Proprio in classe il ragazzo comincia a sperimentare una vita “pubblica” che viene ad affiancarsi a quella “privata” trascorsa in famiglia. È un affiancamento che, però, talvolta stride, fino a generare lo scontro. Uno scontro di modelli, di valori, di prospettive esistenziali. La classe come cartina di tornasole, consuntivo dell’impegno genitoriale investito. Per usare un termine attuale, bilancio sociale del compito educativo svolto dal nucleo familiare.
Spesso però la scuola dimentica la sua missione educativa e, assumendo posizioni di giudizio e di rifiuto di tali realtà, sicuramente scomode ma esigenti, diviene pedagogicamente miope e concentra il suo sguardo educativo sul sintomo, ignorando cause e concause alla base del vuoto di educazione e di cultura. E così,  quel vuoto che chiede di essere colmato, viene punito, allontanato, bocciato. 
Si può bocciare un vuoto? Si può condannare al vuoto? Pare proprio di sì. 
Il bambino ha bisogno di un costante accompagnamento nella fase di crescita, con solidi valori inculcati dall’ambiente familiare. Chi non ne ha potuto godere mal sopporta questo disagio, rischiando di naufragare pian piano, con atteggiamenti apparentemente apatici e contrari che si fanno poi ribellione e devianza. 
A questo punto la sanzione disciplinare interviene quindi in un momento delicato,  rischiando, se non ben calibrata, di fare danno. Famiglia e scuola cedono al loro compito. Sanzioni inadeguate sono talmente controproducenti che, nei casi estremi, si arriva a comportamenti criminali con reati che possono aprire le porte di un carcere minorile.
La presenza di un carcere minorile è la testimonianza che il nostro metodo educativo ha fallito con quei soggetti che, sicuramente più di altri, avevano bisogno di un supporto e non di una esclusione. Il carcere non è certo luogo ideale per ripensare ai propri errori ed è quindi una testimonianza concreta che la strada da seguire deve e può essere diversa.

Commenti   

#3 Giuseppe Maria Greco 2017-05-27 20:06
Il naturale rifiuto per la regola è, appunto, naturale. Rappresenta infatti il passaggio dallo stato di dipendenza a quello adulto di proposta. E' un passaggio necessario, perchè consente di far proprie le regole senza subirle, e di cambiarle, quando è necessario. Questo vale per tutti gli adolescenti, compresi i trentaquarantenni di oggi che sono stati impediti proprio in questo passaggio e oggi vengono lamentati come insensibili alla "casa comune". O per i giovani di seconda generazione migrante, cioè per quelli che non sono affatto migranti ma è come se lo fossero, e che non hanno nessuna possibilità di "esserci".
#2 Mario 2017-05-08 11:22
L'alunno ideale è come il buon selvaggio nello stato di natura, a proposito del quale Jean Jacques Rousseau, che pur lo vagheggiava, diceva che non è mai esistito, non esiste e forse non esisterà mai. (N. Cianci: Viandanti e Naviganti, pag. 65)
-1 #1 Enzo Vanarelli 2017-04-10 08:27
Che sarebbe il "naturale rifiuto per la regola"? Mi sembra che tutte le conseguenze elencate (e lamentate) discendano da questa premessa aberrante. Al buon selvaggio roussoiano incominciamo a sostituire il cattivo selvaggio?

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