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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

L'ULTIMA LEZIONE

TAGLIANIL’esperimento di un rapper nell'aula di un Istituto Penale, che crea attenzione e stimoli inaspettati. Come la musica e la scrittura possono spingere ad andare “oltre”.

     

di MARIO TAGLIANI

 

Fu in aprile, durante il mio ultimo anno di insegnamento, che mi presentarono Kento, un rapper romano di origine calabrese. L'idea era di stimolare i ragazzi a scrivere le loro storie, a discutere su avvenimenti recenti, a dialogare con adulti e coetanei, scrivere messaggi da inviare alle istituzioni.
Kento è un ragazzo alto, robusto e con una barba che incute timore, di certo non una figura rassicurante come insegnante, piuttosto un guardiaspalle per uomini di successo o capimafia. Quando mi disse che avrebbe voluto interagire coi ragazzi senza nessuna interferenza da parte mia, mi accomodai in fondo all'aula, nell'ultimo banco, incuriosito dal modo che avrebbe utilizzato per parlare ai ragazzi.
Mi dicevo quanta presunzione il credere di poter interessare i ragazzi senza che loro lo conoscessero, come avrebbe fatto a mantenere la disciplina e l'attenzione non conoscendo ad uno ad uno gli allievi come li conoscevo io, quali rimedi avrebbe usato di fronte a provocazioni e battute che i minori di un Istituto Penale sono soliti usare nei confronti di persone che vogliono imporre una loro idea.
Il rap è una musica relativamente moderna, con componenti che includono contenuto, ritmo, rime, cadenza, tono. È eseguito spesso sul tempo di un brano strumentale molto semplice e ripetitivo.
Ha trovato larga diffusione nei giovani, soprattutto tra coloro che non amano studiare musica e che si cimentano ugualmente nel creare canzoni. Tutti i miei ragazzi amano il rap, tutti provano a costruire ritmi e contenuti che poi mi fanno sentire. In genere anch'io utilizzo questa forma di musica per invogliarli a scrivere, a raccontare quello che vogliono o vorrebbero, a ripensare alle loro azioni per trarne una morale. Ma io ho tempo, ho i ragazzi a disposizione ogni giorno, parlo e discuto con loro per ore e per giorni, so quali lasciare in pace e quali invece accompagnare nella costruzione dell'elaborato.
KENTOGrande fu quindi la mia sorpresa quando dopo soli cinque minuti il rapper aveva l'attenzione di tutti, non volava una mosca ed il silenzio era quasi assordante. Tutti pendevano dalle sue labbra, ogni parola andava ascoltata e bevuta, le teste che vedevo muoversi in avanti testimoniavano quanto fossero da subito in accordo con il loro interlocutore.
Kento, dopo aver fatto ascoltare loro alcuni suoi brani, raccontava di come si doveva scrivere il testo delle canzoni, di come ogni parola abbia una musicalità che può variare a seconda del contesto, che ogni riga è formata da sillabe che vanno contate per avere ritmo e cadenza. Li stava invitando a cercare un titolo, una motivazione a sviluppare un tema e per ognuno aveva un'attenzione professionale.
Certo anch'io mi ero messo a costruire canzoni coi ragazzi, ma non avevo né l'esperienza né la professionalità di chi lo fa per mestiere; i miei erano tentativi e stimoli per portarli alla scrittura mentre il rapper utilizzava la scrittura per andare oltre, per dar modo ai ragazzi di farsi sentire, di permettere loro di esistere in quel mondo spesso vietato a noi adulti.
I ragazzi lo seguivano attirati dai nuovi stimoli, trovavano in questa nuova forma di lezione quelle gratificazioni che difficilmente la scuola sa produrre e quando la lezione diventa così attraente anche la disciplina e l'attenzione non sono più un problema.
Il mio ricordo allora andava ai miei primi anni di lezione quando, non sapendo come invogliare i ragazzi a tenere tra le mani una penna che avevano sempre odiato, avevo utilizzato i primi computer per farli prima giocare con le lettere e poi scrivere un testo sul monitor. Il computer, maestro paziente e inflessibile, controllava il testo che si poteva aggiustare senza lasciare traccia di errore o di correzione. Anche allora i ragazzi, anche quelli più refrattari, mi seguivano un po' per la novità delle nuove tecnologie e un po' anche perchè si scoprivano bravi a scrivere come quelli che non fanno errori.
La storia si stava ripetendo: il mio tempo era finito, era ora di guardare avanti e lasciare spazio ad altre forme di insegnamento, ad altri personaggi che sapessero trovare gli stimoli giusti nel giusto tempo.

 

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