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 NewsLetter 

Blog collettivo - coordinato da Nando Cianci

VOCI DAL CONFINE

TAGLIANIIl problematico percorso dei ragazzi che vengono messi fuori dalla scuola e che, dalla strada, a volte tornano in altre aule scolastiche: quelle .del carcere. "Descolarizzare" le esperienze può rivelarsi un percorso efficace per l'inclusione.


di MARIO TAGLIANI


Occuparsi di educazione significa riconoscere quanto un ambiente di apprendimento, strutturato e intenzionale, sia capace di attivare esperienze e dinamiche coinvolgenti e motivanti, foriere di autentici apprendimenti.
D’altra parte, ogni educatore sa bene quanto il legame tra insegnamento e apprendimento sia complesso e assolutamente non deterministico.
Non è sufficiente esporre l’alunno all’insegnamento; essere inseriti in un contesto scolastico non è condizione unica affinché l’allievo apprenda e la prova di questo è un’evidenza quotidiana nelle nostre scuole. Se poi vogliamo allargare gli orizzonti e scavalchiamo il muro di un carcere, notiamo come l’aula scolastica di un istituto penale possa essere un ulteriore ostacolo a quel processo di apprendimento che varia al variare dei tempi, che muta al mutare degli allievi e cambia al cambiare dei docenti.
Quanti ragazzi a scuola vivono “a disagio” perché incapaci di cogliere le nostre opportunità educative e formative, centrate su programmazioni lontane dai loro contesti?
Spesso la scuola non riesce a intercettarli né a coinvolgerli, lasciandoli ai margini delle proprie priorità. Sono a scuola ma in posizione periferica e marginale, a contraddire il principio della centralità dell’alunno nel percorso educativo. Paiono impermeabili a tutto, respingenti e apatici o, al peggio, oppositivi, distruttivi e destabilizzanti e spesso, poi, vengono messi fuori. Ma fuori significa strada e la strada ha altre forme di apprendimento che spesso spalancano le porte di un istituto penale. Sarà l’aula scolastica di un carcere poi ad intercettarli con problemi che si aggiungono ad altri problemi, con dinamiche che non hanno tempo di stemperarsi, con gruppi classe eterogenei e multietnici spesso in contrasto fra loro.
Parrebbe una sconfitta, una resa o una incapacità della scuola, invece è la dimostrazione che l’inclusione, che non è un processo naturale, spontaneo o automatico, diventa una precisa volontà e determinazione della scuola dell’autonomia.
L’intenzionalità nell’essere scuola dell’inclusione produce il riconoscimento condiviso dalla comunità educante che “le periferie scolastiche” sono una priorità.
Da questa vision scaturirà una creatività progettuale che consentirà di pensare percorsi mirati, capaci di coinvolgere anche i più lontani, attraverso azioni di “descolarizzazione” delle esperienze educative.
A volte bisogna avere il coraggio di andare oltre il libro e fermarsi a perdere del tempo per ascoltare le diverse voci che spesso rimangono inascoltate, perché saranno proprio quelle voci che ci aiuteranno a sapere cosa fare nelle situazioni di disagio e di contrapposizione.
Le periferie scolastiche non sono altro che le voci del confine, ma il confine fa parte anch’esso della comunità. Una persona esiste quando la sua voce viene ascoltata e, se la voce viene dal lontano confine, bisogna prestarle maggiore attenzione.
Descolarizzare significa ascoltare le voci, anche le più flebili, perdere del tempo per guadagnare tempo, perché un insegnamento senza apprendimento è tempo perso.
La responsabilità educativa, agìta verso tutti e ciascuno, verrà letta come il coraggio dell’autonomia che si assume la libertà di costruire opportunità, di contribuire attivamente alla formazione della persona e del cittadino, soprattutto di quello più al confine e di rendicontare i propri risultati alla società che ci guarda.
Può la scuola, spesso dopo la famiglia, perdere di vista i propri ragazzi, anche se numericamente pochi, perché non adatti ai nostri ambienti standard? Assolutamente no, ma neppure può pensare di perderli nella società, abbandonando la sfida ad accompagnarli nella crescita; una scuola che si stanca di dare la mano e si stacca, non riconosce più come prioritario l’impegno educativo verso quella fascia di allievi fragili e difficili da gestire e da formare. Scandaloso, diremmo tutti.
Invece il rischio di una scuola che “esclude” è reale, lo certificano tutti quei ragazzi che in aula si sentono a disagio e che non riconoscono l’importanza del sapere.
La scuola dell’autonomia quindi deve e può prendersi carico di questo problema: la scuola dell’inclusione sarà il momento descolarizzante dove, anche i ragazzi più a rischio, potranno trovare nuovi ambienti di apprendimento in cui raggiungere quei traguardi che un sistema scolastico civile deve garantire a tutti.

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